«L’uso sistematico dei blocchi dei piazzali, è violenza contro chi lavora, conferma la modalità scelta da SICOBAS per la attività sindacale»

Dalla FondazioneAnna Kuliscioff una riflessione di Claudio Negro sulla drammatica vicenda di Biandrate (NO): «L’incidente è fortemente ricercato, perché dà visibilità e magari un po’ di consenso incazzato, un po’ come una volta il rapimento-lampo di un caporeparto».

La manifestazione dei Sicobas a Briandate

La manifestazione dei Sicobas a Briandate Foto tratta dal sito Sicobas

Premessa ovvia, quindi forse inutile ma meglio non venire fraintesi: non è lecito a chicchessia ricorrere alla violenza, in genere e ancora più in un contesto di conflitto di lavoro. E figuriamoci provocare, volontariamente o no, la morte di qualcuno. Il Movimento Sindacale ci ha messo quasi un secolo per acquisire il diritto a manifestare senza subire violenze: da Bava Beccaris a Battipaglia! E del resto il Sindacato non ricorre mai alla violenza nei conflitti di lavoro.

Il Sindacato, appunto. Tutt’altro l’Organizzazione cui aderiva il morto di Biandrate: il SICOBAS. Ora, è pur vero che la Costituzione più bella del mondo non pone limiti alla libertà di costituire Organizzazioni Sindacali (di cui infatti il Paese è grande produttore) ma se ci si prende la briga di documentarsi un po’ sul SICOBAS si scopre un’immagine molto poco “sindacale”.

Il sito Sicobas.org, da cui il browser raccomanda di non accettare cookies e di non scaricare nulla (..!) ci informa che l’Organizzazione nasce nel 2010 da una scissione di SLAICOBAS, e che è fra i soggetti promotori del "Fronte unico anticapitalista", alleanza sindacale e politica che raggruppa partiti, centri sociali e sindacati. Chiarisce con molta trasparenza che “oggi più che mai il discrimine tra l’anticapitalismo e l’opportunismo passa per le colonne d’Ercole della lotta di classe e per la messa in discussione del clima di pacificazione sociale che da decenni imprigiona i proletari, con un indirizzo capace di colmare il gap tra le necessità e le convenienze immediate del proletariato (alternative e antagonistiche a quelle di tutte le altre classi) e la necessità storica della rottura rivoluzionaria”.

Più in là chiarisce che obiettivo dell’Organizzazione è sconfiggere “il connubio tra padroni, criminalità organizzata, forze di polizia e sindacati asserviti”, e dipinge il contesto strategico in cui ritiene di muoversi in questo modo: “rendere estremamente ridotto il margine d’azione per le strutture di mediazione classiche del capitalismo, in primo luogo le istituzioni e i sindacati di stato, e avviare un processo di progressiva polarizzazione dello scontro tra padroni e lavoratori”.

Per chi desiderasse una full immersion nei deliri degli anni ’70 rimandiamo al sito sopra citato: una gourmanderie per gli appassionati di vintage politico e un’occasione per chi si occupa del presente. Il linguaggio e il messaggio sono quelli di Potere Operaio e di altre frazioni extraparlamentari fotografati nel momento del passaggio all’opzione della lotta armata.

L’uso sistematico dei blocchi dei piazzali, che è violenza contro chi lavora, conferma quale è la modalità scelta da SICOBAS per la propria attività “sindacale”. L’incidente è fortemente ricercato, perché dà visibilità e magari un po’ di consenso incazzato, un po’ come una volta il rapimento-lampo di un caporeparto. Mai visto il SICOBAS ad un tavolo negoziale (del resto, con le premesse teoriche viste prima…): il target dell’Organizzazione infatti non è conflitto-accordo ma conflitto punto. Fino al mitologico concretizzarsi “dell’inevitabile necessità storica della rotture rivoluzionaria”. Alla prassi delle BR, che infatti è cominciata così, manca poco poco.

Perché dobbiamo chiamarli “sindacato”? Perché in uno straripamento di retorica dobbiamo dipingerli come martiri della ferocia padronale? Il poveraccio che ci ha lasciato la pelle probabilmente, per cultura personale ed esperienza, non aveva neppure idea di quale fosse il suo ruolo nella sceneggiata insurrezionalista nella quale lo avevano arruolato.

Per favore, non concediamo patenti di campioni della libertà e vittime della repressione a chi proprio con le due cose non c’entra niente!

Il proluvio di solidarietà, affettuosa vicinanza e comprensione da parte del Sindacato Confederale e del sempre sollecito Ministro del Lavoro mi fanno pensare che il problema reale, nella sua concretezza e nella sua valenza politica, non sia stato ben compreso e sia stato piegato al teatrino della politica della comunicazione emotiva. In un bell’articolo sul Corriere on line Dario Di Vico cita ampiamente il blog di un ex manager della logistica che spiega quanto sia intricato il problema del mercato del lavoro e delle retribuzioni nel settore, e come, specularmente alle aziende che si muovo dentro e fuori le pieghe della normativa per giocare al ribasso sui salari, si muovano i SICOBAS e amici, che hanno messo nel mirino i confederali, li hanno accusati di essere complici delle imprese e hanno cavalcato la rabbia, le difficoltà linguistiche e persino le contrapposizioni tra etnie, arruolando lì i militanti per le “azioni esemplari”.

E se, finito il lutto per la povera vittima e la implicita solidarietà per il finto sindacato, CGIL CISL e UIL decidessero di mettere mano davvero alla questione, magari rivendicando un salario minimo di legge (magari in via straordinaria) per il comparto? A costo di affermare che bloccare i piazzali e fare i blocchi stradali non è progressista?


Speremm…
Claudio Negro
Fondazione Anna Kuliscioff

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