«Il Ministro Orlando cerca consenso politico per la sua riforma degli ammortizzatori. Ma non è chiaro chi pagherà»

L'opinione di Claudio Negro della Fondazione Anna Kuliscioff di Milano

Il Ministro Andrea Orlando

Il Ministro Andrea Orlando

Talvolta si ha l’impressione che il Ministero del Lavoro sia più interessato alla dialettica politica che al merito dei problemi di sua competenza; meglio ancora, agli effetti sul tavolo dei rapporti politici delle scelte che opera in materia di lavoro. Non è una sorpresa, considerando il profilo politico e il curriculum di Orlando. E del resto è una tradizione radicata nella sinistra post comunista quella di affidare a un esponente della sinistra interna la responsabilità del “lavoro”; sia perché in questo modo si tiene a bada la CGIL, e il Sindacato in generale, sia perché quando poi c’è una questione che richiede soluzioni concrete e non propaganda può intervenire la Segreteria (che nella geografia post comunista, ma soprattutto  in quella precedente, rappresentava il “centro”: mirabili eredità del togliattismo!). Inchiniamoci dunque alla Storia, pur con la doverosa cautela, ma non possiamo far finta di non vedere che questo approccio sta causando ritardi e danni non marginali alle politiche che il Governo dovrebbe mettere in atto per il mondo del lavoro.
Dopo mesi di annunci e di cortesi incontri con le Parti Sociali, nei quali ha sempre evitato di entrare nel merito delle scelte, Orlando ha annunciato la tanto attesa e rivendicata riforma degli Ammortizzatori Sociali, che dà una risposta ormai dovuta ai lavoratori e alle imprese: la Cassa Integrazione diventa uno strumento universale, utilizzabile da tutte le imprese qualunque sia la loro dimensione. Ma sotto il vestito (bello) niente..! (o almeno molto poco). Ma non voglio soffermarmi sulle problematiche tecniche che rendono fragile il disegno degli Ammortizzatori Universali: altri lo stanno facendo con precisione e competenza.
Voglio invece mettere a fuoco due aspetti del progetto, comunicati con molta enfasi, che generano dubbi circa l’effettiva efficacia di un disegno capace di integrare tra loro politiche passive, politiche industriali e politiche attive.

Il primo nasce dalla affermazione che è necessario “coniugare il sistema degli ammortizzatori sociali con il sostegno di mirate politiche industriali”. Affermazione priva di sostanziale significato, poiché in un sistema di produzione/distribuzione complesso è ovvio (e auspicabile) che le diverse politiche che vi attengono siano tra di loro in un rapporto di coordinamento e interdipendenza. A meno che il periodo sia da interpretare alla lettera, e significhi che le politiche industriali devono “sostenere” il sistema degli ammortizzatori sociali. Idea che può sembrare sorprendente, ma che sembra avere riscontro in alcune rivendicazioni sindacali recenti e nelle numerose dichiarazioni del Ministro del Lavoro che esprimono consenso e adesione. Da qualche tempo si fanno più frequenti le invocazioni all’intervento dello Stato nel capitale di imprese in malattia terminale, o al fine di assicurare al superiore interesse pubblico asset ritenuti irrinunciabili (Autostrade, MontePaschi, Ilva). Che questo sia qualcosa di più di un’impressione  lo conferma la scelta del Ministro Orlando di istituire un complesso sistema per le cessazioni d’impresa nel caso in cui la decisione di chiusura non sia stata provocata da «squilibrio patrimoniale o economico-finanziario che renda probabile la crisi o l’insolvenza»: in sostanza le delocalizzazioni. Una procedura che già pone dubbi sui suoi effetti retroattivi (che il Ministero è infatti costretto a smentire) e che si presta a molte discussioni anche in sede legale circa le autentiche motivazioni dell’azienda; vincola comunque l’azienda a tempi rigidi, con l’utilizzazione di tutta la Cassa Integrazione disponibile e la predisposizione di un “piano di mitigazione delle ricadute occupazionali ed economiche connesse alla chiusura». Quindi la Politica Attiva di ricollocamento del personale licenziato non sarebbe di competenza dello Stato (che si limiterebbe a cofinanziarlo) ma dell’impresa. Multe severe in caso di violazione. Del resto è facile cogliere una relazione tra la politica industriale invocata da Landini per far fronte alla contrazione della filiera automotive (inevitabile con la Green Transition e il motore elettrico), che consisteva nell’ordinare a Stellantis di fabbricare più auto, e questa pensata che affronta i problemi di politica industriale con il medesimo piglio burocratico anche se giocando “in difesa” anziché “in attacco”. In particolare ciò che accomuna i due approcci è un’idea non professata ma evidente, che cioè le politiche industriali debbano essere al servizio dell’occupazione. Una visione filantropica, ma che anziché generare occupazione crescente e di valore trainata dall’innovazione e dalle nuove tecnologie genera staticità del Mercato del Lavoro. L’occupazione come variabile indipendente, cui finalizzare le politiche industriali, rischia di essere un cappio al collo dell’Industry 4.0 e provocare l’effetto contrario a quello desiderato: è la crescita a generare occupazione, non viceversa.

L’altro aspetto deludente è quello che riguarda le Politiche Attive: oltre alla liturgica citazione del GOL (quasi gol, avrebbe detto il mitico Carosio) per la definizione del quale si rimanda ad un futuro messianico, l’unica idea concreta è, ancora una volta, al servizio delle politiche passive: la cessazione d’attività o gli esuberi da ristrutturazione diventano causali per la concessione della Cassa, e i lavoratori verrebbero artificialmente mantenuti in costanza di rapporto di lavoro ma potrebbero usufruire subito degli interventi GOL (qualunque cosa possa significare) e più concretamente di percorsi formativi finalizzati al ricollocamento: chi li scelga, su quali basi, con quali target, non si sa. L’importante pare essere la garanzia che i lavoratori non verranno licenziati fino alla fine del programma. E in fondo, se guardiamo al dibattito di queste ultime settimane, è questo che importa al Sindacato: la costanza del rapporto di lavoro (e questa del programma formativo è una scusa efficace) e poi vediamo. Il “poi” è già qui e questa goffa patacca di politiche attive serve a spostare più in là la scadenza. Nessuna parola sulle caratteristiche almeno generali di quello che dovrebbe essere il sistema per l’occupabilità e la rioccupazione, neppure su quello che ne dovrebbe essere un elemento ormai acquisito ed esistente: l’Assegno di Ricollocazione.

Il combinato disposto di questo progetto, come detto all’inizio, pare avere il preminente obiettivo di conquistare il consenso del Sindacato; poi, evidentemente, si vedrà! Come diceva Napoleone l’intendence suivrà. Un problema serio per il Governo Draghi, mi pare…
Claudio Negro

Claudio Negro

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