Perché tanti italiani non si spendono per la causa del popolo palestinese?

Tra memoria, paura e incoerenze di un mondo diviso fra vittime e carnefici: nessun popolo può dirsi libero finché un altro vive nella paura

La domanda è inevitabile, anche se molti fingono di non porsela: perché gran parte degli italiani evita di esprimere apertamente solidarietà al popolo palestinese? Perché, anche di fronte a migliaia di civili uccisi, alle città distrutte e ai bambini morti sotto le macerie, il sostegno si ferma spesso a mezze parole o a un silenzio imbarazzato? Non si tratta solo di disinteresse o cinismo. Le ragioni vanno cercate più a fondo, nel peso delle immagini e dei comportamenti che negli anni hanno condizionato la percezione collettiva.

Il trauma del 7 ottobre

L’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 ha segnato una frattura irreversibile nella memoria contemporanea. Il massacro al rave party di Re’im, le famiglie trucidate, le case bruciate, i civili rapiti e condotti a Gaza hanno mostrato al mondo un orrore senza giustificazione. Quelle immagini – video amatoriali, testimonianze, corpi dilaniati – hanno attraversato i confini e risvegliato nell’Occidente un sentimento di orrore misto a incredulità.

Eppure, quasi contemporaneamente, alcune piazze palestinesi si sono riempite di festeggiamenti. Donne e bambini hanno danzato, bandiere verdi e nere sventolavano come simboli di vittoria, le televisioni di tutto il mondo hanno trasmesso scene di giubilo. Quelle immagini, per milioni di persone, hanno cancellato ogni possibile empatia.

È difficile solidarizzare con chi, almeno in parte, sembra celebrare la violenza. È difficile scindere la sofferenza del popolo palestinese – innegabile e drammatica – dalla retorica di chi, brandendo mitra e bandiere, ha inneggiato al massacro.

L’ombra lunga delle stragi dell’Occidente

Non si può dimenticare che, dal 2001 in poi, l’Europa ha vissuto una lunga stagione di terrorismo. L’11 settembre a New York, l’attentato alla redazione di Charlie Hebdo, le stragi di Madrid, Londra, Bruxelles, Berlino. Ogni volta, mentre l’Occidente piangeva le vittime, una parte del mondo arabo esultava. Quelle immagini – uomini e ragazzi che distribuivano dolci in strada, fuochi d’artificio, cori di giubilo – sono rimaste impresse nella coscienza collettiva.

È lì che nasce la diffidenza, la paura di esporsi, il dubbio. Perché un popolo che festeggia la morte di altri non può pretendere automaticamente la solidarietà di chi ha imparato, attraverso la tragedia delle guerre mondiali, che ogni vita umana ha lo stesso valore.

Israele come faro di democrazia

A rafforzare questa visione contribuisce anche un’idea molto radicata nella cultura occidentale e, in particolare, in quella italiana. Oriana Fallaci, con la sua voce aspra e intransigente, affermò più volte che Israele è «l’unico faro di democrazia nel Medio Oriente». Quella frase, tanto discussa quanto condivisa, è diventata nel tempo un pensiero comune per molti italiani, anche tra coloro che non si riconoscono politicamente nella destra.

Israele, con tutte le sue contraddizioni, è comunque una nazione in cui esistono elezioni libere, pluralismo politico, libertà di stampa e di opinione. In un’area segnata da dittature, monarchie assolute e regimi teocratici, è visto come l’unico Stato che, pur in guerra, continua a esprimere un modello democratico. Questo confronto inevitabile alimenta una sorta di simpatia “di principio” verso Israele, rendendo più difficile per molti italiani schierarsi apertamente con chi ne invoca la cancellazione.

Le parole che dividono

A rendere ancora più difficile la solidarietà è anche l’uso superficiale di certi slogan. La frase «Palestina libera dal fiume al mare» è diventata una formula ricorrente nelle manifestazioni occidentali. Ma in quella frase, che suona poetica solo in apparenza, si cela l’annullamento di Israele. È una sentenza che nega la coesistenza, non la rivendica.
Ancora più grave lo striscione apparso di recente in un manifestazione dei propal con scritto «7 ottobre resistenza palestinese», quella è la data di un massacro, nel quale si sono perpetrati stupri di gruppo, esecuzioni sommarie e torture di ogni genere. 

Chi davvero crede nella pace dovrebbe sostituirla con un’altra espressione: «Due popoli, due Stati». È questa la sola via possibile, la sola visione che riconosce diritti e dignità a entrambi. Ma ogni volta che uno slogan di odio prevale sul linguaggio del dialogo, si spegne un’altra piccola speranza.

La politica e la trappola dell’equilibrio

La diplomazia internazionale – europea e italiana in primis – continua a muoversi su un terreno minato. Le dichiarazioni di principio si moltiplicano, le risoluzioni si accavallano, ma la realtà resta immobile. Ogni iniziativa di pace, per essere credibile, dovrebbe partire da un gesto elementare: la liberazione degli ostaggi ancora prigionieri a Gaza. Così anche le ali più integraliste del governo israeliano verrebbero ridimensionate.

Non si può chiedere una tregua ignorando la sorte di chi è ancora nelle mani di Hamas. È quel nodo irrisolto che blocca ogni tentativo di riconciliazione. Chi non lo riconosce, in fondo, non desidera la pace: vuole soltanto una vittoria politica.

E così, mentre si contano 19.000 bambini palestinesi morti sotto le bombe e centinaia di israeliani uccisi negli attentati, la questione umanitaria diventa una merce di scambio. I morti perdono nome e volto, diventano statistiche, argomenti di propaganda.

La solidarietà selettiva e la perdita dell’umanità

L’Occidente ha imparato a piangere i morti a seconda della bandiera che portano. È un paradosso tragico: le vittime innocenti dovrebbero unire, non dividere. Ma la logica del tifo, dell’appartenenza ideologica, ha trasformato il dolore in arma politica.

Oggi, chi dichiara solidarietà al popolo palestinese viene accusato di giustificare il terrorismo. Chi difende Israele viene accusato di appoggiare un genocidio. La verità, come sempre, si trova nel mezzo: si può condannare Hamas e al tempo stesso piangere i civili palestinesi. Si può difendere Israele e, nello stesso respiro, chiedere che fermi la distruzione di Gaza.

Una chiosa di speranza

È tempo che i toni si abbassino. Che la rabbia lasci spazio al ragionamento, e che la sete di vendetta ceda il passo alla volontà di ricominciare. La pace non nasce dai proclami, ma dal coraggio di guardarsi negli occhi.

Solo quando il linguaggio tornerà umano, e non ideologico, sarà possibile un dialogo vero. Solo quando ogni vita sarà considerata sacra, e non “nemica”, il Medio Oriente potrà uscire da questa spirale di dolore.

Ci si augura che la comunità internazionale, ma anche le opinioni pubbliche occidentali, riescano a compiere un passo indietro dal clamore e uno avanti verso la ragione. Che tornino a parlare gli ambasciatori, non i miliziani. Che la politica torni a fare politica, e non propaganda.

Solo allora, forse, la pesante eredità del 7 ottobre potrà trasformarsi in un insegnamento: che nessun popolo può dirsi libero finché un altro vive nella paura, e che nessuna vittoria vale quanto una vita umana salvata.

Questo editoriale nasce dall’esigenza di riflettere, su un tema che continua a dividere l’opinione pubblica: la difficoltà di molti italiani a dichiarare apertamente solidarietà al popolo palestinese, pur di fronte a un dramma umanitario senza precedenti. L’intento non è giudicare un popolo, ma indagare le ragioni culturali, emotive e storiche che hanno reso il dibattito così fragile.
Giulio Carnevale