Mediglia senza medici di base: nel Sud Est Milano quasi 10mila pazienti senza riferimento, i Comuni "impotenti" di fronte alla crisi
Ambulatori temporanei, pensionamenti e mancanza di sostituzioni: ma cosa possono fare davvero le amministrazioni locali?
La perdita dell’ennesimo medico di medicina generale a Mediglia non è un fatto isolato né improvviso. È l’ennesimo tassello di una crisi che, dall’emergenza Covid in poi, ha progressivamente svuotato i territori di prossimità della loro rete sanitaria di base. Oggi, tra Mediglia e Peschiera Borromeo, sono quattro i medici di famiglia che non esercitano più e altri pensionamenti sono già annunciati entro la fine dell’anno e nel corso del prossimo. Un’emorragia silenziosa che ha prodotto un effetto immediato: migliaia di cittadini senza un medico di riferimento, costretti a rivolgersi ad ambulatori temporanei sovraccarichi e spesso lontani dal proprio Comune di residenza.
Il ricorso agli ambulatori straordinari, attivati a Peschiera Borromeo e negli altri centri del territorio, rappresenta una risposta d’emergenza, non una soluzione strutturale. Si tratta di presìdi pensati per tamponare una fase transitoria, che però rischia di diventare permanente. Quando su una singola struttura gravano le richieste di oltre 5mila utenti, o addirittura di quasi 10mila considerando anche Melegnano e Vizzolo Predabissi, il problema non è solo organizzativo: è di accesso reale alle cure, soprattutto per anziani e persone fragili.
Di fronte a questo scenario, il ruolo dei Comuni appare inevitabilmente limitato, ma non irrilevante. Le amministrazioni locali non hanno competenza diretta sull’assegnazione dei medici di base, che resta prerogativa regionale e delle Ats. Tuttavia, possono e devono agire su alcuni fronti concreti. Mettere a disposizione spazi ambulatoriali gratuiti o a costi calmierati è il primo passo, già intrapreso in diversi casi. È notizia di settimana scorsa che una nuova dottoressa non ha accettato il trasferimento a San Bovio per la mancanza di spazi adeguati. A questo si può affiancare un lavoro di coordinamento territoriale, favorendo accordi tra Comuni confinanti per ridurre le distanze e migliorare la raggiungibilità dei servizi.
Un altro nodo è quello dei trasporti e dell’assistenza indiretta. In territori estesi come Mediglia, con una popolazione anziana e collegamenti pubblici non sempre efficienti, l’assenza del medico di base rischia di trasformarsi in isolamento sanitario. I Comuni possono intervenire potenziando servizi di accompagnamento, trasporto sociale e assistenza domiciliare, attenuando almeno in parte l’impatto della carenza di medici. Se un medico è troppo lontano per una particolare utenza, come anziani e fragili, è necessario trovare le risorse per attivare dei servizi di trasporto dedicati.
Resta però il problema di fondo: rendere attrattiva la medicina di base nei Comuni medio-piccoli. Senza incentivi concreti, senza un riconoscimento del ruolo strategico del medico di famiglia e senza una visione regionale di lungo periodo, ogni sforzo locale rischia di essere insufficiente. I Comuni possono segnalare, sollecitare, fare rete e portare il tema sui tavoli istituzionali, ma la soluzione non può essere demandata solo ai territori.
A questo quadro va aggiunta una considerazione di fondo che riguarda la formazione dei medici. La carenza di professionisti sul territorio non può essere affrontata abbassando l’asticella o mettendo in discussione i test di selezione per l’accesso e il proseguimento del percorso di studi, come avvenuto in questi giorni nel dibattito pubblico. La medicina di base richiede competenze solide, capacità cliniche e una preparazione ampia, soprattutto in contesti dove il medico di famiglia rappresenta il primo e spesso unico presidio sanitario. Rendere meno selettivi i percorsi formativi non risolve il problema strutturale della mancanza di medici e rischia, anzi, di scaricare sul territorio professionisti meno preparati. La vera sfida è rendere attrattivo il lavoro nei Comuni di provincia, senza rinunciare alla qualità della formazione, perché la tutela della salute passa prima di tutto dalla competenza di chi è chiamato a curare.
A complicare ulteriormente questo scenario si aggiunge la carenza di informazioni tempestive, di risposte chiare e di un’interlocuzione costante con il territorio. In una fase così delicata, cittadini e amministrazioni locali si trovano spesso senza indicazioni precise su tempi, modalità e prospettive delle soluzioni adottate. In questo quadro, il ruolo dell’ASST Melegnano Martesana appare insufficiente sul piano della comunicazione e del confronto: mancano aggiornamenti puntuali, chiarimenti ufficiali e un dialogo strutturato che consenta ai Comuni di programmare e ai cittadini di orientarsi. L’assenza di una regia comunicativa efficace finisce così per alimentare incertezza, sfiducia e disorientamento, trasformando una crisi sanitaria in una crisi anche informativa.
La vicenda di Mediglia è emblematica di una criticità che attraversa
tutta la Lombardia e che pone una domanda precisa: quanto è sostenibile
un sistema sanitario territoriale che si regge su soluzioni temporanee?
Finché la risposta resterà affidata ai “cerotti”, il rischio è che
l’emergenza diventi normalità, con conseguenze pesanti sulla qualità
della vita dei cittadini.
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Redazione 



















