Lupin III: il mito immortale del ladro gentiluomo che ha conquistato l’Italia

Un ladro gentiluomo, una banda sgangherata ma geniale, inseguimenti mozzafiato e un fascino che non conosce ruggine. Lupin III è molto più di un cartone animato: è un'icona culturale, un mito che in Italia ha trovato una seconda casa, continuando a sedurre generazioni con la sua miscela unica di avventura, umorismo e un pizzico di malinconia.

Le origini ribelli di un antieroe

Tutto comincia il 10 agosto 1967, quando il mangaka Kazuhiko Kato, in arte Monkey Punch, pubblica il primo episodio di Lupin III sulla rivista Weekly Manga Action della casa editrice Futabasha. Il personaggio nasce come nipote diretto di Arsène Lupin, il ladro gentiluomo creato dallo scrittore francese Maurice Leblanc, ma assume subito una fisionomia nuova: irriverente, moderno, ironico, spesso spietato.
Monkey Punch, ispirandosi ai caricaturisti americani di Mad Magazine come Mort Drucker e Sergio Aragones, sviluppa uno stile graficamente sporco, caricaturale, lontano dalla pulizia del manga tradizionale. Il suo Lupin si muove in un mondo fatto di donne seducenti, pallottole, furti impossibili e colpi di scena, mescolando humour nero e temi adulti che, negli anni ’60, rappresentavano una rottura radicale con i canoni dell’epoca.
Quando l’opera passa all’animazione televisiva (1971–1972), la prima serie nasce con un taglio più adulto e realistico sotto la regia di Masaaki Osumi, vicino al tono del manga. Nel corso della produzione, subentrano Hayao Miyazaki e Isao Takahata, che imprimono una svolta netta: alleggeriscono i temi, rendono Lupin più spensierato e ottimista, attenuano l’erotismo di Fujiko e spingono verso un’avventura brillante e familiare. È il seme dello “spirito scanzonato” che diventerà il marchio della saga animata nelle serie successive. Quella “dualità” di toni – noir adulto e commedia d’evasione – nasce proprio lì, nella Parte I, e definirà per sempre il mito sullo schermo. 
Immagine generata con intelligenza artificiale, prompt design di Stefano Brigati. L’opera è utilizzata esclusivamente a fini informativi nell’ambito di questo articolo, senza alcuno sfruttamento commerciale. I diritti d’autore di Lupin III e dei relativi personaggi sono di proprietà dei rispettivi titolari.

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L’approdo in Italia: un amore a prima vista

L’approdo in Italia: un amore a prima vista
La prima serie animata giapponese (giacca verde) va in onda in patria tra il 1971 e il 1972, ma bisogna aspettare il 1979 perché arrivi sugli schermi italiani, trasmessa dalle televisioni locali. È un incontro folgorante: il pubblico, abituato a cartoni più innocui, si trova di fronte a un antieroe ironico, affascinante e scanzonato. L’Italia, con la sua tradizione della commedia all’italiana fatta di truffatori simpatici, commissari pasticcioni e femme fatale, era il terreno perfetto per accogliere Lupin.
Negli anni ’80, il ladro gentiluomo approda anche sulle reti nazionali – su Retequattro – e diventa semplicemente “L’incorreggibile Lupin”, entrando nell’immaginario collettivo.
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Una banda che è leggenda

Il mito di Lupin non sarebbe completo senza i suoi complici e antagonisti. Jigen Daisuke, pistolero dal cappello calato e dalla mira infallibile, richiama il cinema noir e western americano. Goemon Ishikawa XIII, discendente di una stirpe di samurai, porta con sé un’aura di nobiltà e spiritualità giapponese. Fujiko Mine, femme fatale sensuale e inaffidabile, è al tempo stesso sogno proibito e micidiale compagna d’avventure. E infine l’ispettore Zenigata, l’eterno inseguitore, tanto goffo quanto ostinato, destinato a rincorrere Lupin senza mai catturarlo davvero.
Proprio Fujiko, nella seconda serie televisiva (quella della “giacca rossa”, 1977–1980, arrivata in Italia come Le nuove avventure di Lupin III), viene rinominata “Margot” nel doppiaggio italiano: una scelta d’adattamento che italianizza il personaggio e, complice il successo della serie, finisce per sedimentarsi nella memoria collettiva. Nelle altre serie e film, invece, il nome Fujiko è generalmente mantenuto. 
Quanto a Zenigata, nell’edizione italiana Lupin lo chiama spesso con il vezzeggiativo canzonatorio “Zazà” (accanto a “papà/paparino Zenigata”): un nomignolo entrato nell’uso grazie alla tradizione del nostro doppiaggio e legato alla resa istrionica di Roberto Del Giudice, storica voce italiana di Lupin. 
Un quartetto che ha saputo incarnare, nel loro continuo gioco di alleanze e tradimenti, un equilibrio perfetto di ironia, tensione e fascino.
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La colonna sonora di un’epoca: la “sigla con la fisarmonica”

Per gli italiani, il mito di Lupin è indissolubilmente legato anche a una canzone. Nel 1982 l’Orchestra Castellina-Pasi pubblica il brano Lupin, scritto da Franco Migliacci (l’autore di Volare) e musicato e arrangiato da Franco Micalizzi. La voce era quella di Irene Vioni, che ricordava di aver imparato la melodia a Forlì direttamente al pianoforte con Micalizzi e di aver registrato il brano in un’ora soltanto, senza immaginare che sarebbe diventato un pezzo di storia.
Con il suo ritmo di valzer parigino e la fisarmonica in primo piano, la canzone evocava le atmosfere francesi che circondano il personaggio e conquistava immediatamente grandi e piccoli. Da allora, è rimasta nella memoria collettiva come la “sigla con la fisarmonica”, capace ancora oggi di evocare pomeriggi d’infanzia davanti alla TV.
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Un mito che non conosce età

Cosa rende Lupin III così eterno? Probabilmente la sua natura ambigua: non è un eroe puro, ma un ladro che vive secondo un suo codice d’onore, rubando ai potenti con astuzia e leggerezza. È ironico, innamorato, a tratti malinconico. È l’incarnazione della libertà assoluta, dello spirito anarchico che sfida le regole e le convenzioni.
Ogni nuova serie, film o trasposizione non fa che rinnovarne il mito senza tradirne l’essenza. Le sue storie mescolano azione, commedia, noir, romanticismo e un gusto internazionale che lo rende riconoscibile ovunque. Ma in Italia, forse più che altrove, Lupin è diventato un pezzo di memoria collettiva, un simbolo che attraversa generazioni.
Per chi è cresciuto negli anni ’80, bastano poche note di quella sigla con la fisarmonica per tornare bambini, catapultati tra inseguimenti impossibili e amori traditi. Lupin non ha rubato soltanto gioielli e tesori: ha compiuto il suo colpo più grande, quello di rubare il cuore di un intero Paese – e non restituirlo mai più.
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Stefano Brigati - Redattore