Amministrazione condivisa e patti di collaborazione tra enti pubblici e associazioni

Per governare insieme, gestire beni, riqualificare edifici o quartieri e beni immateriali

Per quanto sia ventennale ormai l’esperienza dell’amministrazione condivisa, in genere non se ne sa e non se ne parla molto e non se ne conoscono le finalità sociali. Un articolo di Paolo Riva e un’analisi di Lorenzo Bandera su #buonenotizie Corriere della Sera di martedì 30 marzo u.s. fanno il punto sulla situazione. Sono già 247 i regolamenti comunali adottati in tutta Italia con il coinvolgimento di quasi 12 milioni di persone (quasi il 20% della popolazione) per definire la collaborazione tra istituzioni e cittadini per l’offerta di servizi, la gestione delle relazioni e degli spazi verdi, ma anche la riqualificazione di edifici o interi quartieri. Ora si è cominciato ad occuparsi anche dei beni immateriali, come la cura delle relazioni e la memoria condivisa. L’amministrazione condivisa sviluppa la collaborazione fra sindaci, giunte e terzo settore allo scopo di “governare insieme” per il bene comune, attraverso la sottoscrizione dei patti di collaborazione previsti nei regolamenti che comuni, capoluoghi di provincia, ma anche regioni hanno approvato. A dare certezza giuridica ai patti è intervenuta una sentenza della Corte Costituzionale, la 131, che interpreta il principio di sussidiarietà orizzontale, valorizzando l’amministrazione condivisa in tutte le sue manifestazioni giuridiche. Ovviamente il welfare ha avuto un ruolo di rilievo in questo genere di accordi, che in epoca di pandemia hanno conosciuto un incremento consistente tanto da rafforzare la co-progettazione delle politiche sociali. I Comuni si sono resi conto di avere delle difficoltà nel rispondere ai bisogni dei cittadini in tema di diseguaglianze, sostegno ai più fragili e conciliazione famiglia/lavoro. Le associazioni d’altronde che operano nel sociale hanno una percezione diretta dei bisogni e quindi attraverso una ricognizione delle loro attività è possibile capire come intervenire più efficacemente con un loro maggiore coinvolgimento, attraverso la sottoscrizione dei patti di collaborazione su determinate tematiche, per es. la povertà, l’emergenza, educativa, il work-life balance e la non autosufficienza, definendo priorità ed evitando duplicazioni degli interventi. I cittadini attivi possono ormai contare su un’esperienza ventennale, rafforzata ed estesa grazie anche al fatto che le istituzioni sono tenute a favorire l’autonoma iniziativa dei cittadini in attività di interesse generale, come prevede la riforma costituzionale del 2001. Fra i primi regolamenti approvati per l’amministrazione condivisa vi è quello del Comune di Bologna, nel 2014. In base al regolamento semplici cittadini e amministrazioni pubbliche possono stipulare patti di collaborazione in molteplici ambiti, che si sono ancor più allargati causa la pandemia alla raccolta di beni, alle relazioni e alla cura degli spazi verdi. Le organizzazioni di volontariato sono coinvolte quasi nel 35% dei casi e hanno l’opportunità di allargare la partecipazione ai più giovani che spesso si fatica a intercettare. Per es. in alcuni casi in questo tempo di pandemia sono stati utilizzati gli psicologi per sostenere i cittadini e favorire il loro benessere sociale e individuale. La caratteristica dei patti come strumenti di partecipazione democratica è di essere aperti a tutti. Fra le varie attività che si possono esercitare rientra la gestione dei beni pubblici artistici e architettonici che potrebbero essere valorizzati come custodi della memoria del territorio e laboratori di arti e mestieri di cui si sono perse le tracce, di recupero della manualità e di grande utilità alla cittadinanza. Alle associazioni si richiede un impegno progettuale e gestionale e la loro manutenzione nel tempo, prevedendo anche attività con tornaconto economico.
Paolo Rausa

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