Segrate, l'ultima sinistrata del sindaco Micheli: uno schiaffo al 25 aprile prima della fine del mandato, esposta la bandiera del regime sanguinario di Cuba

Bufera sulle celebrazioni ufficiali a Segrate. Trasformato un momento di unità nazionale in una dichiarazione ideologica. Bandiere straniere accanto al gonfalone. Interviene il candidato sindaco di cdx Alessandrini

Lo screenshot del video diffuso sul Canale Facebook ufficiale dell'Amministrazione comunale

Lo screenshot del video diffuso sul Canale Facebook ufficiale dell'Amministrazione comunale Il regime castrista ha causato migliaia di vittime dirette — tra fucilazioni politiche, morti in carcere e desaparecidos — con stime che superano i 5.000 casi documentati. A queste si aggiungono decine di migliaia di morti in mare, cubani in fuga su zattere di fortuna verso la Florida, per un totale che alcune stime portano oltre le centomila vittime complessive. Uno dei regimi più sanguinari della storia latinoamericana

Il sostegno al regime castrista, ha lasciato tutti a bocca aperta

Cosa è successo è presto detto, e fa ancora più effetto dirlo ad alta voce: durante la cerimonia istituzionale del 25 aprile organizzata dal Comune di Segrate, accanto al gonfalone cittadino, accanto al tricolore sono comparse la bandiera palestinese e quella cubana. Non in un corteo di partito, non in una manifestazione di piazza. In una celebrazione ufficiale, promossa e gestita da un'amministrazione pubblica che dovrebbe rappresentare tutti i cittadini. Una scelta che ha scatenato immediate polemiche e che porta la firma politica inequivocabile della giunta guidata dal sindaco Paolo Micheli e dal vicesindaco Francesco Di Chio.

Cosa è accaduto durante la celebrazione del 25 aprile

Le celebrazioni della Liberazione a Segrate si sono trasformate in un caso politico. L'esposizione di bandiere straniere in un contesto istituzionale, accanto al simbolo della città, ha immediatamente sollevato reazioni critiche da parte di una fetta consistente della cittadinanza e del mondo politico locale. Chi ha organizzato l'evento ha compiuto una scelta precisa, tutt'altro che casuale: affiancare al gonfalone comunale simboli che rimandano a contesti politici ben specifici e, per molti, profondamente divisivi. Una scelta che con il rispetto istituzionale non ha nulla a che fare.

Le dichiarazioni del candidato sindaco Alessandrini

A intervenire con una nota durissima è il candidato sindaco Alessandrini: «Il 25 aprile è una giornata che dovrebbe unire. L'ho scritto stamattina. E invece Segrate e la sua amministrazione hanno perso l'ennesima occasione, accostando, durante la celebrazione ufficiale, il nostro gonfalone a bandiere in cui una larga parte dei cittadini segratesi — sono certo — non si riconosca: la bandiera palestinese e la bandiera cubana».

Alessandrini è netto anche sul ruolo che le istituzioni dovrebbero avere: «Una celebrazione istituzionale dovrebbe rappresentare tutti, non solo una parte. Dovrebbe parlare alla comunità, non dividerla. È una questione di serietà e rispetto». Nel passaggio più duro non lascia spazio a interpretazioni: «Parliamo di un territorio in cui prolifera il terrorismo, in cui le donne sono sottomesse all'uomo, gli omosessuali perseguitati e che ha come fine ultimo la distruzione dello Stato di Israele. E di una dittatura comunista che per anni ha affamato il suo popolo e perseguitato gli oppositori politici. Simboli che rappresentano l'esatto contrario di quello che il 25 aprile dovrebbe omaggiare».

La chiusura è una richiesta di scuse formale e pubblica: «Segrate è di tutti. Il 25 aprile è di tutti. E giornate come questa dovrebbero ricordarcelo, non farcelo dimenticare. Il sindaco Micheli, il vicesindaco Di Chio e l'amministrazione tutta dovrebbe scusarsi con tutti i cittadini di Segrate per questo inqualificabile gesto».

La bandiera cubana accanto al gonfalone: un'ipocrisia che grida vendetta

Quello che è accaduto a Segrate il 25 aprile non è un incidente, non è una svista, non è una scelta ingenua. È una presa di posizione deliberata. E come tale va letta, pesata e giudicata.

Esporre la bandiera cubana in una cerimonia istituzionale della Liberazione significa portare in piazza — con i soldi e il nome di tutti i cittadini — il simbolo di uno dei regimi più repressivi ancora in piedi nel mondo occidentale. Cuba non è una democrazia in difficoltà. Cuba è una dittatura a partito unico, che da decenni incarcera chi dissente, silenzia la stampa libera, perseguita religiosi e oppositori, e nega ai propri cittadini i diritti più elementari che ogni 25 aprile siamo chiamati a celebrare. Non è un'opinione: è storia documentata, riconosciuta da organismi internazionali, da Amnesty International, da Human Rights Watch, da decine di governi democratici. Affiancarlo al gonfalone di Segrate è un atto di ipocrisia politica che grida vendetta, soprattutto in una giornata dedicata a chi ha lottato contro i totalitarismi.

E la bandiera palestinese? Anche quella fuori posto

Vale la pena essere chiari anche su questo, perché il ragionamento non cambia: la bandiera palestinese non aveva più motivo di stare lì della bandiera cubana. Non si tratta di negare la complessità del conflitto in Medio Oriente, né di ignorare le sofferenze di una popolazione civile. Si tratta di qualcosa di più semplice e di più fermo: una cerimonia istituzionale italiana, dedicata alla Liberazione dal nazifascismo, non è il luogo per esprimere solidarietà a nessuna causa straniera, per quanto qualcuno la ritenga giusta. Il 25 aprile parla di noi, della nostra storia, dei nostri morti, dei nostri valori fondativi. Portare in quella cornice una bandiera che rimanda a un conflitto internazionale aperto, divisivo e doloroso — su cui gli italiani hanno posizioni profondamente diverse — significa trasformare una celebrazione collettiva in un atto di schieramento. Significa dire a una parte dei cittadini presenti: oggi questa piazza non è anche vostra.

Una celebrazione ufficiale del Comune non è un corteo dei centri sociali. Non è una manifestazione di movimento, non è un presidio, non è uno spazio in cui chi governa può permettersi di sfilare con le proprie bandiere ideologiche. È un momento istituzionale, finanziato con i soldi di tutti, che richiede rispetto — rispetto per la ricorrenza, rispetto per chi è in piazza con idee diverse, rispetto per il ruolo che si ricopre. Micheli e Di Chio questo rispetto non lo hanno dimostrato. E questo, da parte di un'amministrazione comunale, è inaccettabile a prescindere da qualsiasi valutazione geopolitica.

Azione e Italia Viva: dov'era il coraggio del centrosinistra moderato?

E qui arriva la domanda che nessuno nell'area di centrosinistra che sostiene questa amministrazione sembra volersi porre: com'è possibile che una scelta del genere sia compatibile con le posizioni dichiarate di Azione e Italia Viva? Parliamo di partiti che si definiscono liberal-democratici, europeisti, riformisti, lontani dalle ideologie novecentesche. Partiti che — almeno sulla carta — hanno fatto della distanza dalla sinistra radicale un elemento identitario. Eppure qui, a Segrate, la stessa area politica che dovrebbe incarnare il centrismo responsabile ha lasciato che la propria giunta trasformasse una cerimonia istituzionale in un comizio simbolico a favore di una dittatura comunista. Nessuna voce critica, nessuna presa di distanza pubblica. Silenzio. Complicità silenziosa, o peggio, condivisione.

Il peso politico di una scelta sbagliata

Sul piano strettamente elettorale, quello che è successo ha tutta l'aria di un autogol colossale, maturato a poche settimane dalle elezioni amministrative. Ma limitarsi a parlare di calcolo politico sbagliato sarebbe riduttivo. Il problema è più profondo.

L'amministrazione Micheli-Di Chio ha scelto di usare una cerimonia pubblica — pagata con i fondi comunali, organizzata in nome di tutti i segratesi — per lanciare un messaggio politico di parte. Ha trasformato un momento di unità nazionale in una dichiarazione ideologica. Ha anteposto la propria visione del mondo al dovere istituzionale di rappresentare l'intera comunità, senza distinzioni.

Questo non è governare. È fare propaganda. Ed è una propaganda che, per giunta, si schiera dalla parte sbagliata della storia.

Di Chio candidato sindaco: un'eredità pesante da portare alle urne

La candidatura di Francesco Di Chio alle prossime elezioni amministrative porta sulle spalle il peso di questa scelta. Non perché Di Chio debba rispondere personalmente di ogni bandiera esposta, ma perché è vicesindaco di questa giunta, ne è parte integrante, ne ha condiviso le scelte per anni. E se l'area che lo sostiene non ha trovato il coraggio di dire pubblicamente che esporre la bandiera cubana il 25 aprile è sbagliato, gli elettori hanno tutto il diritto di chiedersi cosa potranno aspettarsi da un'amministrazione guidata da chi ha taciuto davanti a un gesto simile.

Il risultato è che a Segrate il 25 aprile 2026 resterà negli annali non per le parole sulla Liberazione, ma per una gestione dei simboli di parte e per una narrazione che nulla ha a che fare con il rispetto istituzionale. Un'uscita di scena imbarazzante per un'amministrazione che va verso la fine del mandato. Un biglietto da visita pessimo per chi vuole raccoglierne l'eredità.
Giulio Carnevale