La verità non sta in silenzio

10 Febbraio, "per non dimenticare", storia di un oblio che diventa ricordo

"La verità non sta in silenzio" Opera di Carla Bruschi

Parigi, 10 febbraio 1947. Il cielo è grigio e pieno di nubi e nella capitale francese si respira un’aria pesante. Il plenipotenziario Antonio Meli Lupi di Soragna, arrivato quasi in sordina la notte del 7 febbraio, è invitato a presentarsi al Quai d'Orsay di Parigi, nella sala dell'orologio, dove dovrà firmare il testo definitivo del Trattato di Pace. L’accordo punitivo – firmato dal rappresentante italiano poche ore dopo in una cerimonia completamente anonima, senza botti di cannoni, senza alcun cerimoniale – non solo impegnava l'Italia a cedere tutte le sue colonie, restituire i territori francesi, jugoslavi e greci occupati durante la Seconda guerra mondiale, ma la mutilava per sempre delle sue terre al confine orientale. L’Istria, Fiume e la Dalmazia diventavano parte della neonata Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia del generale Josip Broz, detto Tito.
Per la popolazione italiana della Venezia Giulia, rimasta con il fiato sospeso durante i mesi in cui si erano svolte le trattative per la pace, non rimaneva che un’unica dolorosa scelta: l’esilio. Uno spostamento di massa di popolazione senza precedenti nella storia millenaria dell’Alto Adriatico che interessò circa 300.000 persone – ovvero il 90% della popolazione italiana di quei territori. Una scelta dettata non dalla decisione presa dalle grandi potenze e dall’attuazione del trattato, ma scaturita sia in seguito ai grossi cambiamenti psicologici, sociali, culturali, politici ed economici introdotti dalla nuova amministrazione jugoslava sia dalle violenze perpetuate dai parte dei partigiani titini a danno della popolazione italiana che si consumarono nella tragedia delle «foibe».
Il fenomeno dell'esodo nei primissimi anni del dopoguerra trovò un – seppur discreto – spazio nelle pagine dei giornali. Molte furono le voci che provarono a descriverlo, senza però avere la percezione reale di ciò che tale processo storico avrebbe portato. L'argomento si fossilizzò e divenne parte di un passato scomodo per l'Italia del dopoguerra che stava costruendo una nuova immagine di sé.
Non erano dei "rimpatriati": per socialisti e comunisti essi erano piuttosto dei "traditori, dei quali non si doveva neanche parlare perché non volevano aderire all'edificazione del futuro nella Jugoslavia", e per i funzionari dei governi successivi, dei "non-italiani" che "rischiavano di danneggiare ulteriormente una situazione nazionale già compromessa”.
Per questo motivo, alcuni avvenimenti come, ad esempio, la firma del Trattato di pace, che a lungo avevano tenuto col fiato sospeso tutti gli italiani, inizialmente vennero eclissati a favore di altre argomentazioni più favorevoli nell'edificazione della nuova Repubblica, fino ad essere col tempo dimenticati. Come se non bastasse, dopo il 1948 la crisi fra Tito e Stalin provocò l’uscita dal blocco sovietico della Repubblica federativa jugoslava, che acquisì così il progressivo sostegno degli Stati Uniti e della Gran Bretagna. La Jugoslavia dunque agli occhi dei successivi governi italiani non apparve più come una minaccia d’oltreconfine, ma uno Stato non allineato e sufficientemente determinato a difendere la propria autonomia. Uno stato cuscinetto dal valore inestimabile il cui capo di Stato doveva essere persino decorato della Repubblica Italiana. Sotto  gli occhi increduli ed impotenti degli esuli istriani il 2 ottobre 1969 lo stato italiano riconosceva infatti l’onorificenza di  Cavaliere di Gran Croce Ordine al Merito della Repubblica Italiana.
La storia degli esuli rimane per quasi mezzo secolo omessa, ignorata, nascosta, mentre i suoi protagonisti la ricordano ogni giorno nel silenzio e nel dolore. Di loro non rimangono che alcune masserizie accatastate e abbandonate in un magazzino. Fotografie, oggetti personali e qualche mobile che non hanno potuto portarsi con sé nei campi profughi o nelle nuove residenze.
In un simile contesto, il dramma dei giuliano-dalmati venne ricordato solamente dagli stessi esuli istriani e, a livello nazionale, limitato alle realtà locali delle province della Venezia Giulia, Gorizia e Trieste, che più ne patirono gli effetti immediati. Primi tentativi, seppur inutili, si videro forse a partire dalla metà degli anni Ottanta e soprattutto dopo la caduta del Muro di Berlino, con la fine della Guerra Fredda. Fu però grazie alla dissoluzione della Jugoslavia e la nascita delle repubbliche di Slovenia e di Croazia che si avviò un processo di “ricostruzione” e di “rielaborazione” della memoria dell’esodo degli italiani d’Istria, Fiume e Dalmazia. Si scorsero così solo con gli anni Novanta i primi squarci nel muro del silenzio. Il 3 novembre 1991, il Presidente della Repubblica italiana Francesco Cossiga si recava alla foiba di Basovizza e vi rimase inginocchiato per pochi secondi, seppur sufficienti a togliere dall’oblio un simbolo di quella tragedia dimenticata. Era la prima volta che un capo di stato italiano si recava presso il pozzo minerario, scavato all’inizio del XX secolo,  simbolo della tragedia degli infoibamenti. Nel 1992, un altro presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro, finalmente lo avrebbe dichiarato monumento nazionale, mentre nell’ottobre 1993 veniva costituita nell'ottobre 1993 una Commissione mista storico-culturale italo-slovena, con la finalità "di effettuare una globale ricerca e disamina di tutti gli aspetti rilevanti nella storia delle relazioni politiche e culturali bilaterali",  per  volere  dei  ministri  degli  Esteri  d'Italia  e  Slovenia. Il progetto fu portato a termine però solo nel 2000, dopo ben 7 anni, lasciando ancora in sospeso molte questioni. Nel frattempo, negli anni dal 1995 fino al 2000 si erano susseguiti alcuni tentativi di proposte di legge per la creazione di una giornata in memoria dell'esodo e delle vittime delle foibe. Tutti i progetti ebbero però un esito sfavorevole. Il 6 febbraio 2003 fu presentata alla Camera dei deputati un’altra proposta che recava le firme di vari gruppi parlamentari - fra cui Alleanza Nazionale e Forza Italia, oltre che dell'UDC e della Margherita - e tra i firmatari Roberto Menia e Ignazio La Russa. L’anno seguente veniva nel mentre presentato al Senato un disegno di legge molto simile da parte del senatore della Margherita Willer Bordon. I due disegni vennero integrati l’uno con l’altro con il passaggio della prima proposta al Senato. La procedura del provvedimento terminò solo il 16 marzo. Il 30 marzo 2004 veniva così emanata dal Parlamento italiano la legge n. 92 che istituiva il “Giorno del Ricordo” al fine di "conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell'esodo  dalle  loro  terre  degli  istriani,  fiumani  e  dalmati  nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale", fissando proprio nella data del 10 febbraio tale ricorrenza.
Mentre nel 2005 il Presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, emanava solo un comunicato stampa per onorare la ricorrenza, a partire dal 2006 venne organizzata presso il Quirinale la prima delle cerimonie solenni che poi si succedettero di anno in anno. Riti e celebrazioni istituzionali che contribuivano a non dimenticare il sacrificio di quei 300.000 italiani costretti alla via dell’esilio. In particolare, nel 2007 il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano definiva il programma annessionistico messo in atto dalle truppe titine nei territori occupati della Venezia Giulia come un disegno che aveva i “sinistri contorni di una “pulizia etnica”.
Nel corso degli anni alle celebrazioni solenni si accompagnarono anche proposte volte al ricordo e alla memoria. Dagli eventi istituzionali a quelli organizzati dalle associazioni degli esuli, dalle iniziative private a quelle pubbliche.
Mostre e spettacoli teatrali come il celebre Magazzino 18 di Simone Cristicchi - scritto in collaborazione con Jan Bernas, giornalista e autore del libro "Ci chiamavano fascisti, eravamo italiani" - che per primo portò sotto i riflettori del palcoscenico il dramma degli esuli giuliano-dalmati. "E digli ai morti, digli, ti prego, Che no dimentighemo" canta Cristicchi dal 2013 nel monologo diffuso nei teatri italiani e che volge quest'anno a una seconda produzione dal titolo "Esodo". Parole che sembrano riecheggiare anche nel titolo della manifestazione "Tu lascerai ogni cosa diletta più caramente" organizzata nella sede dell'Unione europea nel febbraio 2019 portando finalmente all'attenzione dello scenario europeo argomenti come le foibe, l'esodo e i profughi giuliani.
La mostra sull'esilio  dei  giuliano  dalmati  alla  fine  del  secondo  conflitto mondiale, tenutasi nel febbraio del 2019 presso la sede del Parlamento europeo a Bruxelles, è stata realizzata a cura dell'Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia (ANVGD), dell'associazione Coordinamento Adriatico e del Centro di Documentazione Multimediale della  Cultura  giuliana,  istriana,  fiumana  e  dalmata.  L'evento  è stato accompagnato da una omonima mostra allestita negli spazi espositivi parlamentari, grazie alla quale attraverso l'uso di opuscoli informativi, pannelli in inglese e materiale multimediale ha permesso  di  mostrare  a  visitatori  e  europarlamentari  la  storia per lungo tempo taciuta del dramma istriano.
Tuttavia, oltre a ricordare l’abbandono di quelle terre da parte della quasi totalità della popolazione italiana e le violenze subite, la legge n. 92 pone l’accento anche su un altro importante aspetto, ovvero la presenza dell’italianità nei territori dell’Alto Adriatico. Le iniziative create per il Giorno del Ricordo - come recita lo stesso ordinamento - sono “volte a valorizzare il patrimonio culturale, storico, letterario e artistico degli italiani dell’Istria, di Fiume e delle coste dalmate, in particolare ponendo in rilievo il contributo degli stessi, negli anni trascorsi e negli anni presenti, allo sviluppo sociale e culturale del territorio della costa nord-orientale adriatica ed altresì a preservare le tradizioni delle comunità istriano-dalmate residenti nel territorio nazionale e all’estero”. La legge inoltre stabilisce che siano “previste iniziative per diffondere la conoscenza dei tragici eventi presso i giovani delle scuole di ogni ordine e grado” oltre ad essere “favorita, da parte di istituzioni ed enti, la realizzazione di studi, convegni, incontri e dibattiti in modo da conservare la memoria di quelle vicende”.
Veniva così costituito per l’anno scolastico 2009-2010  dalla Direzione generale per gli ordinamenti scolastici e la valutazione del sistema nazionale di istruzione un Gruppo di lavoro composto da rappresentanti delle Associazioni degli Esuli e da rappresentanti delle diverse Direzioni generali del Miur. Obiettivo e fine ultimo del Gruppo era quello di individuare iniziative rivolte alle istituzioni scolastiche per una migliore conoscenza delle ragioni storico-sociali che hanno investito il confine orientale alla fine del secondo conflitto mondiale. Da allora numerose furono le iniziative in materia scolastica volte alla promozione e alla diffusione della storia del confine orientale e dell’esodo. Viene rivolto un “Seminario nazionale” ai docenti delle istituzioni scolastiche di ogni ordine e grado, al fine di promuovere una maggiore conoscenza della storia del confine orientale italiano, approfondendo aspetti del patrimonio culturale, storico e letterario delle terre di confine e  per l’incontro sono previsti workshop tematici e attività laboratoriali, che coinvolgono i docenti partecipanti. Per i giovani invece viene promosso ogni anno il Concorso nazionale “10 febbraio” rivolto a tutte le istituzioni scolastiche di ogni ordine e grado, statali e paritarie, della Repubblica italiana e degli Stati dove è previsto e attuato l’insegnamento in lingua italiana e volto a promuovere l’educazione europea e la cittadinanza attiva e a sollecitare l’approfondimento della storia italiana attraverso una migliore conoscenza dei rapporti storici, geografici e culturali nell’area dell’Adriatico orientale.
Un progetto che mette in luce un legame importantissimo, ovvero quello dei giovani con il passato e con il futuro. Saranno loro a raccogliere il testimone della memoria di questa pagina di storia italiana a lungo sottaciuta e dimenticata. Sono le nuove generazioni che - dopo quasi ottant'anni - possono finalmente sentir parlare ad alta voce di foibe e di esodo. Sono le nuove generazioni che possono conoscere la storia di Norma Cossetto, la giovane studentessa di 23 anni uccisa nella notte fra il 4 e il 5 ottobre 1943 gettata ancora viva nella foiba di Villa Surani, a cui il Presidente della Repubblica Ciampi nel 2005 riconobbe la medaglia d’oro al merito civile con la motivazione: «Giovane studentessa istriana, catturata e imprigionata  dai  partigiani  slavi,  veniva  lungamente  seviziata  e violentata dai suoi carcerieri e poi barbaramente gettata in una foiba. Luminosa testimonianza di coraggio e di amor patrio». Sono le nuove generazioni che possono leggerne la storia attraverso un fumetto come “Foiba Rossa”, distribuito dal febbraio 2019 dalla Regione Veneto nelle scuole secondarie di primo grado in occasione del Giorno del Ricordo. Sono le nuove generazioni che possono vedere nelle sale dei cinema o in chiaro in Tv un  la storia di Norma in un film come “Red Land - Rosso Istria”.
Sono le nuove generazioni che raccoglieranno tutti questi piccoli seppur grandi passi e ne faranno tesoro, affinché il Ricordo cresca e maturi per evolversi come giusto sia “per non dimenticare".
Petra Di Laghi
Petra Di Laghi (Genova, 1992) è laureata in Scienze storiche a Torino con la tesi L’esodo giuliano-dalmata tra emergenza e accoglienza: il caso di Genova (1945-1955). È specializzata in comunicazione storica e ha approfondito la materia della formazione, gestione e conservazione di archivi digitali in ambito pubblico e privato. Sul tema dell’esodo istriano e sull’accoglienza dei profughi giuliani ha pubblicato vari articoli e tenuto conferenze. Collabora con la libera associazione “Coordinamento Adriatico” ed è membro del “Comitato 10 Febbraio”. 

Profughi d'Italia. 1943-1955. Il dramma dei giuliano-dalmati dalle foibe ai Centri di raccolta.

Questo volume è il frutto degli ulteriori approfondimenti e ampliamenti delle sue ricerche sull’argomento.

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