Bancarelle e clan: storia di un omicidio rimasto senza giustizia

Il sacrificio di Pietro Sanua, il sindacalista che sfidò le organizzazioni criminali infiltrate nei mercati rionali e pagò con la vita il suo coraggio

La mattina dell’agguato

Corsico si svegliava lentamente quel sabato 4 febbraio 1995. Era ancora buio e il freddo dell’inverno lombardo tagliava l’aria come una lama invisibile. Le campagne intorno, imbiancate di brina, restituivano un silenzio sospeso che solo chi vive in periferia conosce bene. Dal Naviglio saliva la foschia, fondendosi con la nebbia e rendendo l’atmosfera ancora più irreale, come il preludio di un evento destinato a spezzare una vita e, con essa, un’intera comunità.
Pietro Sanua, 46 anni, guidava il suo furgone telonato lungo via Di Vittorio. Alla sua destra sedeva Lorenzo, il figlio ventenne, assonnato e protetto dal calore del riscaldamento. Partivano ogni mattina presto da Cisliano, tredici chilometri più indietro, per raggiungere il mercato di Corsico. Quel giorno il percorso era lo stesso di sempre: caricare le casse di frutta e verdura, montare la copertura del banco, prepararsi all’arrivo dei primi clienti. Nulla faceva presagire che quella routine si sarebbe interrotta per sempre.
Sanua non era soltanto un commerciante ambulante. Era il segretario provinciale dell’Anva, l’associazione degli ambulanti della Confesercenti, e uno dei fondatori di SOS Impresa, realtà che si batteva contro usura e illegalità. Era un uomo conosciuto e rispettato, spesso impegnato a difendere colleghi più deboli e a denunciare soprusi. Ma in quella mattina di febbraio non contava il suo impegno civile: era un sabato di mercato, e il lavoro chiamava.
Lorenzo quasi si addormentava, cullato dalla marcia regolare del furgone. Pietro invece restava vigile, come sempre. Alla curva di via Di Vittorio, il loro viaggio si interruppe brutalmente. Appena superato il cavalcavia, un colpo fortissimo squarciò il silenzio. Il finestrino lato guida andò in frantumi, e Pietro crollò sul figlio, ferito mortalmente.
Lorenzo non ebbe nemmeno il tempo di reagire: il furgone proseguì da solo, trascinato dall’inerzia, per altri sessanta metri prima di schiantarsi contro due auto parcheggiate. Il ragazzo, in stato di shock, sentì solo il rumore di una sgommata e il cuore martellante che non riusciva a placarsi. Suo padre, l’uomo che aveva sempre visto come un baluardo di forza e giustizia, era riverso accanto a lui senza vita.
Il quartiere popolare che si affacciava sulla strada, rimase stranamente silenzioso. Nessuno vide, nessuno accorse. Un silenzio irreale, come se l’aria stessa avesse trattenuto il fiato di fronte a quel delitto.
Quando la volante della polizia arrivò pochi minuti dopo, la scena era già irrimediabilmente segnata. Sul montante del furgone gli agenti trovarono il foro causato da un colpo di grosso calibro, con all’interno la borra di plastica di una cartuccia da caccia. L’arma utilizzata era una lupara: uno strumento di morte antico, rozzo, ma micidiale. L’assassino aveva affiancato il furgone e premuto il grilletto senza esitazioni, colpendo a distanza ravvicinata.
Pietro Sanua non arrivò mai al mercato di Corsico. La sua vita si fermò in quella strada laterale.
Immagine generata con AI

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Le prime indagini e il muro di silenzio

La volante “Genova quinto turno” arrivò in via Di Vittorio alle 6.20 di quella mattina. La segnalazione parlava di colpi d’arma da fuoco, ma gli agenti si trovarono davanti a una scena che non lasciava spazio ai dubbi: il furgone di Pietro Sanua, un Mercedes 410D, era fermo contro due auto in sosta. Al volante c’era lui, immobile, con il capo reclinato sul lato destro e una ferita devastante alla testa. Accanto, il figlio Lorenzo, in preda ad uno stato confusionale che gli rendeva difficile persino articolare frasi compiute.
Gli investigatori capirono subito che non si trattava di un incidente. Il vetro del finestrino lato guida era frantumato, sul montante c’era un foro netto e all’interno del metallo la traccia inequivocabile di un proiettile calibro 12, tipico delle cartucce da caccia. Era una vera e propria esecuzione: un fucile a canne mozze, una lupara, e un colpo sparato a bruciapelo da un’auto che si era affiancata al furgone. Il secondo foro, sul lato opposto, segnava il punto di uscita del colpo.
Lorenzo, interrogato a caldo, tentò di ricostruire la sequenza. Disse di aver udito lo sparo e, subito dopo, di aver visto suo padre crollare su di lui. Non aveva avuto nemmeno il tempo di frenare: il mezzo aveva proseguito la sua corsa, fuori controllo, fino all’impatto finale. Disse anche di aver percepito, nell’attimo successivo al colpo, il rumore di una sgommata. Probabilmente si trattava dell’auto degli aggressori che scappava via a tutta velocità.
Un dettaglio lo aveva colpito più di altri. Durante il tragitto, a metà strada tra Cisliano e Corsico, all’altezza di San Vito di Gaggiano, padre e figlio avevano notato una Ford Fiesta blu, con targa di Genova, che aveva compiuto una manovra azzardata: un’inversione a U improvvisa, seguita da un rallentamento che permise al furgone di sorpassarla. A bordo c’erano due persone, ma dopo quell’episodio l’auto sembrava sparita. Pietro, quasi a voler sdrammatizzare, alla pericolosa manovra della Ford Fiesta aveva commentato con un sorriso amaro: “Va’ che pirla”.
Quel ricordo, apparentemente marginale, sarebbe diventato cruciale nelle ore successive.
Immagine generata con AI

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Una strada, mille occhi, eppure nessuno vide

Via Di Vittorio non era un luogo isolato. Lì si affacciavano quattro palazzine popolari di nove piani ciascuna, costruite negli anni Settanta e abitate da centinaia di famiglie, per lo più arrivate dal Sud Italia in cerca di lavoro. Su poco più di trecento metri di strada, calcolarono gli investigatori, c’erano centinaia e centinaia di finestre con vista diretta sulla scena dell’agguato.
Eppure nessuno aveva visto. O meglio: nessuno parlò. Gli inquilini interrogati riferirono tutti la stessa cosa, come se leggessero da un copione. Avevano sentito due esplosioni, nulla di più. Un uomo al quarto piano, Daniele B., raccontò di essersi affacciato dopo i colpi e di aver visto solo un ragazzo — Lorenzo — che chiedeva aiuto in modo agitato. Altri, come le famiglie L. e D., ripeterono la stessa versione: due detonazioni, nessun dettaglio sugli aggressori.
Quel muro di silenzio appariva innaturale. Sparare con una lupara in mezzo a una strada residenziale significava correre un rischio enorme: qualcuno avrebbe potuto affacciarsi, scorgere l’auto in fuga, riconoscere almeno il modello. Invece, niente. Quell’assenza di testimoni convinse gli investigatori che chi aveva organizzato l’omicidio conosceva bene la zona e poteva contare su una sorta di protezione ambientale: la certezza che nessuno avrebbe parlato.
Il punto in cui Sanua notò un auto invertire pericolosamente il senso di marcia. Photo credit: Stefano Brigati

Il punto in cui Sanua notò un auto invertire pericolosamente il senso di marcia. Photo credit: Stefano Brigati

Le prime mosse degli investigatori

Alle dieci del mattino il furgone fu rimosso e portato all’autoparco Borelli. La frutta e la verdura, rimaste intatte nel vano di carico, furono trasferite al centro pasti del Comune di Corsico. La scena rimase immortalata in alcune fotografie in bianco e nero: il furgone crivellato, il mercato già in attività sullo sfondo, due volanti della polizia, la macchina dei vigili e un piccolo gruppo di curiosi dietro il nastro.
Come da prassi, il primo passo fu la perquisizione della casa della vittima, a Cisliano. Un controllo meticoloso che durò un’ora. L’esito fu “negativo”: nessuna arma, nessuna sostanza sospetta, nessun denaro occulto. Gli agenti portarono via solo una valigetta con i documenti dell’attività sindacale di Sanua, un’agenda e alcune fotografie legate alla curva rossonera, ricordo della passione calcistica condivisa con il figlio Lorenzo.
In questura, intanto, il giovane fu ascoltato nuovamente. Confermò i dettagli del viaggio, compresa la strana manovra dell’auto con targa di Genova. Disse che, una volta arrivati al mercato, avrebbe aiutato il padre a scaricare la merce e poi sarebbe rimasto al banco, mentre Pietro si sarebbe recato all’Ortomercato di Milano a rifornirsi di altri prodotti. Era la loro routine, consolidata da anni.
Il luogo dell'omicidio. Photo credit: Stefano Brigati

Il luogo dell'omicidio. Photo credit: Stefano Brigati

Il ritrovamento della macchina bruciata

Nelle stesse ore un’altra segnalazione arrivò ai carabinieri: a Trezzano sul Naviglio, quattro chilometri dal luogo dell’agguato, un’auto stava bruciando in un cortile di via Copernico. Era una Ford Fiesta blu, targata Genova. Lo stesso dettaglio che Lorenzo aveva ricordato. Il veicolo risultò rubato il giorno prima a Milano. A notarlo fu un operaio, Paolo B., che stava entrando al lavoro. Raccontò di aver visto un giovane sospetto nei pressi dell’auto, ben vestito, curato, con i capelli lisci pettinati all’indietro con il gel. Pochi minuti dopo, mentre guardava l’orologio, sentì un’esplosione e vide le fiamme avvolgere la vettura. Il collegamento era inevitabile: quell’auto poteva essere stata usata dai killer per l’agguato e poi data alle fiamme per cancellare ogni traccia. 
Eppure, il racconto dell’operaio conteneva un dettaglio che incuriosiva. Disse che, mentre osservava l’auto bruciare, i carabinieri gli avevano chiesto se avesse notato nei dintorni una Lancia Thema. La domanda era strana: nessuno aveva mai parlato di quel modello di macchina. Il motivo emerse pochi giorni dopo. Un confidente della polizia raccontò infatti che, tra novembre e dicembre dell’anno precedente, Pietro Sanua gli aveva riferito un episodio inquietante. Una mattina, uscendo di casa con il suo furgone, una Lancia Thema era piombata a forte velocità contro di lui, aveva sterzato bruscamente per evitarlo e poi lo aveva affiancato, cercando di costringerlo a fermarsi aprendo persino lo sportello. Sanua era riuscito a liberarsi, ma aveva percepito quella scena come una vera e propria intimidazione. Così si spiegava l’interesse improvviso per quel modello d’auto. 
I palazzi che si affacciano sul luogo dell'omicidio. Photo credit: Stefano Brigati

I palazzi che si affacciano sul luogo dell'omicidio. Photo credit: Stefano Brigati

Il sindacalista scomodo: tra mercati, fiori e malaffare

Le indagini, dopo i primi giorni di smarrimento, cominciarono a scavare nella vita e nell’attività sindacale di Pietro Sanua. L’uomo non aveva precedenti penali, né alcuna ombra su affari illeciti. La sua storia personale era quella di un immigrato del Sud che aveva costruito il proprio futuro con fatica e dedizione. Nato a Lavello, in provincia di Potenza, si era trasferito a Milano giovanissimo, a soli tredici anni, e negli anni aveva trovato nel commercio ambulante la sua strada. Ma a distinguerlo dagli altri non era solo il lavoro: era la volontà di mettersi in prima linea nella difesa della categoria, di denunciare soprusi, di contrastare ogni infiltrazione criminale.
Sanua era segretario provinciale dell’Anva, l’associazione di categoria legata a Confesercenti, ed era stato tra i promotori di SOS Impresa, un’iniziativa coraggiosa in quegli anni, volta a sostenere commercianti strozzati dall’usura e che si opponevano alla criminalità. Il suo impegno non si fermava lì: era referente per i mercati di Buccinasco e Quarto Oggiaro, quartieri difficili, segnati da tensioni sociali e presenze mafiose consolidate. In quelle sedi si occupava di controversie tra operatori, di rapporti con le amministrazioni locali e con i vigili urbani, spesso attirandosi inimicizie per il suo rigore e la sua intransigenza.
Il luogo dell'omicidio

Il luogo dell'omicidio

La “mafia dei fiori”

Un aspetto meno conosciuto del suo impegno emergeva nelle commissioni comunali che assegnavano i posti ai venditori ambulanti davanti ai cimiteri durante le festività di novembre. Erano concessioni preziose, molto ambite, perché garantivano incassi ingenti in pochi giorni. Da tempo circolavano sospetti che quelle postazioni finissero sempre nelle mani dello stesso ristretto gruppo di persone, quasi predestinate, a scapito di altri commercianti che si trovavano immancabilmente esclusi.
Sanua aveva sollevato il problema apertamente, denunciando anomalie e chiedendo trasparenza. Non si era fatto problemi a dire, anche durante le commissioni ufficiali, che certe decisioni puzzavano di accordi sottobanco. Aveva notato che alcuni operatori, prima ancora dell’estrazione a sorte, già sapevano di non aver ottenuto i posti migliori. Era la spia di un sistema truccato.
Oggi sappiamo che dietro a quegli affari c’era la cosiddetta “mafia dei fiori a Milano”: famiglie legate alla malavita che controllavano il giro delle concessioni, insieme a figure implicate in usura e traffici di droga. All’epoca, però, i verbali delle riunioni sparirono o non furono mai trovati, rendendo difficile dimostrare quanto Sanua avesse ragione. Il sospetto era che avesse toccato interessi troppo alti e troppo radicati.

L’Ortomercato, crocevia di traffici

Un altro fronte delicato era l’Ortomercato di Milano. Per gli ambulanti, quel luogo era la fonte principale di approvvigionamento. Ma per la criminalità organizzata era ben di più: un centro nevralgico per smistare droga, armi e merci di contrabbando, nascosti nei camion che arrivavano ogni notte carichi di frutta e verdura.
Chi lavorava lì sapeva che dietro i banchi non c’erano soltanto commercianti onesti. Si muovevano uomini legati alle cosche, intermediari che dettavano regole, e figure ambigue che incassavano più di quanto giustificasse il semplice commercio. Sanua non ignorava questa realtà. Aveva visto dinamiche opache, ne aveva parlato con colleghi e amici, e aveva espresso più volte la volontà di rompere quei meccanismi.
Era un uomo che non sopportava prepotenze, e che non si piegava davanti alle logiche mafiose. Quel suo atteggiamento, idealista e coraggioso, lo rendeva molto scomodo.
Immagine generata con AI

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Una morte che parla di mafia

Eppure, per gli investigatori dell’epoca, collegare direttamente l’omicidio al mondo dell’Ortomercato e della “mafia dei fiori” sembrava un salto troppo ardito. Pietro era un bersaglio facile, abitudinario: ogni giorno usciva all’alba, percorreva lo stesso tragitto, tornava spesso tardi la sera dagli impegni sindacali. Se qualcuno avesse voluto eliminarlo, avrebbe potuto colpirlo in tanti momenti meno rischiosi, senza attirare attenzioni in mezzo a una strada di Corsico.
Il luogo dell’agguato, invece, raccontava altro. Corsico e Buccinasco, a metà degli anni Novanta, erano territori segnati dalla presenza pervasiva della ’ndrangheta calabrese. Le inchieste dell’epoca — come la maxi-operazione “Nord-Sud” — avevano portato in carcere decine di esponenti delle famiglie Barbaro, Papalia, Sergi, Molluso, Violi e Zappia. In quelle aree nulla avveniva senza che i clan sapessero. Ogni attività economica, anche minuta, era soggetta a controllo. Ogni omicidio necessitava del consenso delle cosche locali.
Per questo, a distanza di anni, la procuratrice Alessandra Dolci, capo della Direzione distrettuale antimafia di Milano, ha affermato con nettezza: «È assolutamente pacifico che si sia in presenza di un omicidio per mano mafiosa. È sicuro che questo delitto sia stato commesso con il nullaosta dei vertici del locale di Corsico e Buccinasco. Sapevano e hanno dato il loro assenso».

Una memoria spezzata e ritrovata

Eppure, nonostante la gravità del delitto, dopo appena sei mesi le indagini furono chiuse senza esiti concreti. Il caso scivolò lentamente nell’oblio, oscurato da altre emergenze giudiziarie e politiche di quegli anni. Solo nel 2010 la vicenda tornò ad emergere, grazie all’impegno di Libera, l’associazione fondata da don Luigi Ciotti. Censendo le vittime di mafia in Lombardia, Libera riportò alla luce il nome di Pietro Sanua. Fu Nando dalla Chiesa, sociologo e presidente onorario dell’associazione, a rilanciarne la memoria. Insieme a lui, il figlio Lorenzo e la moglie Francesca si mobilitarono per ottenere la riapertura del caso.

Le liti al mercato

Pietro, oltre a essere segretario provinciale dell’Anva, svolgeva un ruolo delicato e scomodo: quello di fiduciario nei mercati rionali, incaricato di dirimere contrasti, assegnare posteggi, vigilare sulle regole. In quel ruolo si era attirato spesso antipatie e aveva avuto discussioni accese. Gli atti dell’inchiesta raccontano di un episodio avvenuto nella primavera del 1994, meno di un anno prima della sua morte, che avrebbe potuto generare rancori profondi.

Il posto conteso

Al mercato di Buccinasco si era liberato un posto, lasciato vacante da un ambulante coltivatore diretto. A quel punto si presentò la richiesta di un venditore con un autobar (un furgone o camioncino attrezzato come bar mobile, dove si vendono caffè, panini, bibite e snack). La sua presenza era vista di buon occhio dagli altri operatori, che raccolsero persino delle firme per sostenerlo, convinti che avrebbe arricchito l’offerta del mercato.
Ma sullo stesso spazio mise gli occhi anche un’altra ambulante, A. M., titolare di una licenza per frutta e verdura, che vantava anzianità e dunque un diritto di precedenza. Pietro Sanua, in qualità di fiduciario, si schierò apertamente a favore dell’autobar, sostenendo che il nuovo banco fosse più utile alla comunità del mercato.
Quella decisione scatenò tensioni. Il marito della signora, G. S., non prese bene la presa di posizione di Sanua. Tra i due, raccontano i verbali, ci fu un diverbio acceso che richiese persino l’intervento di un vigile urbano per essere sedato. Nel rapporto di servizio del 6 aprile 1994, l’agente della polizia locale di Buccinasco annotò: «Finita l’assegnazione dei posti vacanti agli spuntisti, lo scrivente assisteva ad un acceso diverbio tra il signor Sanua e il signor G. S. Grazie all’intervento di alcune persone presenti veniva evitato che degenerasse». I testimoni confermarono che Pietro aveva parlato a voce alta, attirando l’attenzione di molti. Era il suo modo di affrontare i contrasti: diretto, frontale, senza mezze misure. Un atteggiamento che, se da un lato gli faceva guadagnare stima e rispetto da parte di chi lo considerava un difensore delle regole, dall’altro lo metteva in rotta di collisione con chi si sentiva penalizzato dalle sue scelte.
Immagine generata con AI

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Le smentite e il muro di gomma

Quando gli investigatori interrogarono i diretti interessati, la versione cambiò radicalmente. A. M. negò di aver mai avuto contrasti con Sanua, anzi sostenne che l’uomo le avesse persino dato ragione in passato. Il marito, G. S., minimizzò: disse di non frequentare più i mercati da anni a causa di gravi problemi di salute, diabete e bronchite cronica, e che quindi non aveva avuto screzi con nessuno. Anche il genero e il figlio confermarono questa versione, smentendo l’esistenza di tensioni. Le carte, però, raccontavano altro. Le relazioni dei vigili esistevano ed erano precise. La contraddizione tra i documenti ufficiali e le dichiarazioni apparve evidente, e alimentò i sospetti. Perché negare ciò che era stato messo a verbale? Perché quel bisogno così ostinato di ridimensionare i fatti? 

Chi era davvero G. S.?

Gli investigatori si spinsero oltre e scoprirono che G. S. non era un semplice ambulante. Nato a Santo Stefano in Aspromonte, in provincia di Reggio Calabria, aveva precedenti pesanti: sequestro di persona, estorsione, detenzione di armi. Nel 1974 era stato arrestato insieme alla moglie per il sequestro dell’imprenditore Carlo Alberghini, un caso eclatante dell’epoca. Condannato a 14 anni di carcere, aveva costruito negli anni un patrimonio immobiliare sproporzionato rispetto alla sua attività di venditore ambulante: cinque appartamenti e una villa in costruzione a Trezzano sul Naviglio. Le intercettazioni telefoniche a cui fu sottoposta la famiglia, dopo l’omicidio Sanua, restituirono conversazioni sospette. Ma non emerse nulla di sufficiente per un’accusa diretta, e si chiuse tutto in un nulla di fatto. Dopo sei mesi, l’indagine venne archiviata.

Le ombre dei clan

Eppure, negli anni successivi, il nome di G. S. comparve in diversi contesti criminali. Nel 1999 fu fermato al circolo Montello di Corsico, storica base dei Papalia, insieme a uomini della famiglia Trimboli. Nel 2004 venne controllato in via Piave a Corsico in compagnia di Giuseppe Barbaro e Domenico Agresta, nomi di spicco della ’ndrangheta. I legami indiretti con le cosche erano evidenti, nonostante l’immagine che la famiglia cercava di proiettare agli inquirenti: quella di un uomo malato, ormai lontano dalle dinamiche del mercato. Un quadro che strideva con la realtà dei fatti.
Per gli investigatori, non c’era ancora la prova che collegasse direttamente quell’ambiente all’omicidio Sanua. Ma l’insieme di contraddizioni, bugie e frequentazioni equivoche teneva viva l’ombra della criminalità organizzata dietro al delitto.

Arrivare alla verità

A trent’anni dall’agguato, la storia di Pietro Sanua non è rimasta sepolta sotto la polvere dei fascicoli archiviati. La tenacia della famiglia, sostenuta da Libera e da un fronte sempre più ampio di cittadini e studiosi, ha permesso di riaprire il caso. La procura di Milano, guidata da Alessandra Dolci, ha deciso di tornare ad indagare. L’ipotesi è netta: Sanua fu ucciso con modalità mafiose, in un territorio che negli anni Novanta era saldamente controllato dalla ’ndrangheta. In un contesto simile, nessun delitto poteva avvenire senza il consenso delle cosche locali.
Nelle nuove indagini, gli inquirenti hanno ripreso in mano le vecchie carte e riletto con occhi diversi rapporti e intercettazioni dell’epoca. Le connessioni con ambienti criminali emerse attorno ad alcune figure che avevano avuto attriti con Sanua non vengono più liquidate come semplici coincidenze. Anche episodi apparentemente marginali — come la misteriosa Lancia Thema che lo aveva inseguito pochi mesi prima dell’agguato — sono tornati sotto la lente, come segnali di un clima di intimidazione.
Accanto al lavoro investigativo, si è sviluppato quello della memoria. L’Osservatorio Cross dell’Università Statale ha realizzato una ricerca che ricostruisce il contesto criminale e sociale di quegli anni, mostrando come il ruolo di Sanua nei mercati rionali e nelle commissioni comunali lo avesse reso una voce scomoda. Non per caso, la sua storia è stata ripresa pubblicamente e inserita nell’elenco delle vittime di mafia.
Nel 2021 Corsico ha deciso di intitolare a lui l’aula del Consiglio comunale. Un atto simbolico, ma importante, per restituire visibilità a un uomo rimasto troppo a lungo dimenticato.
Oggi non si sa se sarà mai possibile arrivare a un processo e a condanne definitive. Ma resta una verità storica: Pietro Sanua fu colpito perché si opponeva all’illegalità e non aveva paura di dirlo. Il suo impegno civile era ciò che ha dato fastidio, ma oggi è ciò che continua a tenerlo vivo nella memoria collettiva.

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Stefano Brigati - Redattore