Il delitto del nastro rosso: l’omicidio irrisolto di Rosa Monfasani nel cuore del Bottonuto
Milano, 1948. In un quartiere popolare a due passi dal Duomo, una stiratrice viene uccisa in casa sua. Tra droga, vendette e testimonianze scomode, il caso resta ancora un mistero.
21 luglio 2025
Il quartiere, la donna, la reputazione: la Rosetta del Bottonuto
Nel giugno del 1948, nel cuore del centro storico di Milano, esisteva ancora il Bottonuto, un intreccio di viuzze e case popolari a ridosso del Duomo. Un quartiere che la città borghese ignorava volentieri, ma che ospitava un'umanità variegata, fatta di lavoratori, piccoli commercianti, donne sole e personaggi dai trascorsi ambigui. In via Bottonuto 15, al terzo piano di un palazzo di otto piani abitato da 25 famiglie, viveva Rosa Monfasani, conosciuta da tutti come La Rosetta.
Aveva 53 anni, stiratrice di mestiere, e una vita alle spalle segnata da rotture e spostamenti. Da vent'anni era separata dal marito, Anacleto Melada, da cui aveva avuto una figlia, Carla, che abitava poco lontano, in Largo Richini. Anche Carla aveva un matrimonio fallito alle spalle: si era separata dal tipografo Aldo Rustioni e conviveva con un operaio, con cui aveva un figlio dodicenne, Silvano. Madre e figlia lavoravano insieme come stiratrici in un laboratorio di via Cadore, condividendo fatica e solitudine.
Il portinaio dello stabile, Clementina Selvatico, non faceva mistero della cattiva reputazione che circondava la Rosetta. La chiamavano "la pecora nera" del condominio, sia per la sua condotta giudicata sregolata, sia per la sua tirchieria quasi proverbiale. Il passato della donna contribuiva a rafforzare quell’alone di sospetto: nel 1928, durante la guerra d'Africa, Rosetta si era trasferita ad Asmara, dove aveva lavorato come stiratrice in quella che le cronache dell'epoca non esitavano a definire "una casa equivoca". Vi era rimasta fino alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale, per poi fare ritorno a Milano, passando per via Tomei, prima di stabilirsi definitivamente al Bottonuto.
La sua quotidianità era fatta di lavoro, conoscenze fugaci e una certa abitudine al traffico di pegni: si diceva che prestasse denaro a chi poteva offrirle in pegno dei gioielli. Ultimamente, alcuni l’avevano vista indossare un vistoso bracciale d'oro, che pare le fosse stato lasciato da una conoscente in cambio di duemila lire. Nonostante i sospetti e le chiacchiere, Rosetta non era sola: oltre alla figlia, aveva tra le sue frequentazioni l’amica Anna Fioroli, donna dallo stile di vita libero, che a volte passava la notte da lei e che disponeva perfino delle chiavi dell'appartamento.
Aveva 53 anni, stiratrice di mestiere, e una vita alle spalle segnata da rotture e spostamenti. Da vent'anni era separata dal marito, Anacleto Melada, da cui aveva avuto una figlia, Carla, che abitava poco lontano, in Largo Richini. Anche Carla aveva un matrimonio fallito alle spalle: si era separata dal tipografo Aldo Rustioni e conviveva con un operaio, con cui aveva un figlio dodicenne, Silvano. Madre e figlia lavoravano insieme come stiratrici in un laboratorio di via Cadore, condividendo fatica e solitudine.
Il portinaio dello stabile, Clementina Selvatico, non faceva mistero della cattiva reputazione che circondava la Rosetta. La chiamavano "la pecora nera" del condominio, sia per la sua condotta giudicata sregolata, sia per la sua tirchieria quasi proverbiale. Il passato della donna contribuiva a rafforzare quell’alone di sospetto: nel 1928, durante la guerra d'Africa, Rosetta si era trasferita ad Asmara, dove aveva lavorato come stiratrice in quella che le cronache dell'epoca non esitavano a definire "una casa equivoca". Vi era rimasta fino alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale, per poi fare ritorno a Milano, passando per via Tomei, prima di stabilirsi definitivamente al Bottonuto.
La sua quotidianità era fatta di lavoro, conoscenze fugaci e una certa abitudine al traffico di pegni: si diceva che prestasse denaro a chi poteva offrirle in pegno dei gioielli. Ultimamente, alcuni l’avevano vista indossare un vistoso bracciale d'oro, che pare le fosse stato lasciato da una conoscente in cambio di duemila lire. Nonostante i sospetti e le chiacchiere, Rosetta non era sola: oltre alla figlia, aveva tra le sue frequentazioni l’amica Anna Fioroli, donna dallo stile di vita libero, che a volte passava la notte da lei e che disponeva perfino delle chiavi dell'appartamento.
Immagine generata con AI
Sabato 26 giugno 1948, una giornata come tante, Rosetta affidò a una ragazzina del palazzo, Carmen Bonacina, 13 anni, l’incarico di andarle a comprare del sapone. Era circa mezzogiorno. La giovane sarebbe tornata mezz'ora dopo, e fu l’ultima persona a vederla viva. Quella stessa sera, intorno alle 17:30, fu proprio l'amica Anna Fioroli, recatasi per ritirare della biancheria, a entrare nell'appartamento e a scoprire il corpo. La porta era chiusa a chiave, ma Anna possedeva una copia. Quella che trovò fu una scena raccapricciante: Rosetta giaceva a terra, supina, seminuda, strangolata con un nastro di seta rosso. Un golf le copriva il volto, un cuscino era stato appoggiato sul corpo, la stanza era a soqquadro.
I Carabinieri e gli agenti della Questura accorsero subito. Sul posto arrivarono il dottor Zamparelli della Squadra Mobile e il Procuratore della Repubblica. Era evidente che l’appartamento fosse stato rovistato con cura: mancavano un orologio, un anello con rubino e la fede nuziale. Ma soprattutto mancavano le chiavi della casa, portate via dall'assassino, che aveva chiuso la porta alle sue spalle.
Era il primo atto di uno dei misteri più intricati della cronaca milanese del dopoguerra. Prima di trovare risposte, gli inquirenti avrebbero dovuto scavare nel passato della Rosetta, tra amicizie pericolose, legami con la malavita, false piste e testimoni reticenti.
I Carabinieri e gli agenti della Questura accorsero subito. Sul posto arrivarono il dottor Zamparelli della Squadra Mobile e il Procuratore della Repubblica. Era evidente che l’appartamento fosse stato rovistato con cura: mancavano un orologio, un anello con rubino e la fede nuziale. Ma soprattutto mancavano le chiavi della casa, portate via dall'assassino, che aveva chiuso la porta alle sue spalle.
Era il primo atto di uno dei misteri più intricati della cronaca milanese del dopoguerra. Prima di trovare risposte, gli inquirenti avrebbero dovuto scavare nel passato della Rosetta, tra amicizie pericolose, legami con la malavita, false piste e testimoni reticenti.
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L'indagine si infittisce: testimoni, sospetti e vecchi rancori
Già dalle prime ore successive alla scoperta del cadavere, la polizia dovette orientarsi tra mille ipotesi. Il passato della Rosetta, ricco di ombre e frequentazioni discutibili, offriva numerosi spunti investigativi. Una delle piste più battute dagli inquirenti fu quella della vendetta. Non molto tempo prima dell'omicidio, Rosetta era stata coinvolta in un processo clamoroso: la morte per intossicazione da cocaina del commerciante palermitano Iudica.
L'uomo era stato raggirato da un gruppo di donne con cui intratteneva relazioni: Attilia Manzoni, detta Loredana, amica di Rosetta; Maria Biffi ed Enrichetta Bacchin. Le tre erano state accusate di averlo spinto al consumo eccessivo di droga. Un'altra donna, Luigia Galbiati, era stata imputata per aver procurato la cocaina, ma poi assolta per mancanza di prove. Rosetta aveva avuto un ruolo chiave: era stata lei a incassare un assegno da 100.000 lire intestato a Loredana. In cambio, avrebbe ricevuto 2000 lire. La sua testimonianza in aula aveva contribuito alla condanna delle tre donne, che avevano ricevuto due anni e otto mesi di carcere.
Da quel momento, Rosetta era diventata una figura scomoda. In molti la consideravano una delatrice, e il clima intorno a lei si era fatto pesante. Non era la prima volta che qualcuno le dava fastidio. Un anno prima, era stata aggredita da un ex carcerato, che aveva ospitato per un certo periodo. Due settimane prima dell'omicidio, un uomo sui trent'anni, con soprabito chiaro e aspetto trasandato, era stato visto salire le scale del palazzo. I vicini ricordavano chiaramente di aver sentito urla, insulti e rumori di oggetti lanciati.
L'uomo era stato raggirato da un gruppo di donne con cui intratteneva relazioni: Attilia Manzoni, detta Loredana, amica di Rosetta; Maria Biffi ed Enrichetta Bacchin. Le tre erano state accusate di averlo spinto al consumo eccessivo di droga. Un'altra donna, Luigia Galbiati, era stata imputata per aver procurato la cocaina, ma poi assolta per mancanza di prove. Rosetta aveva avuto un ruolo chiave: era stata lei a incassare un assegno da 100.000 lire intestato a Loredana. In cambio, avrebbe ricevuto 2000 lire. La sua testimonianza in aula aveva contribuito alla condanna delle tre donne, che avevano ricevuto due anni e otto mesi di carcere.
Da quel momento, Rosetta era diventata una figura scomoda. In molti la consideravano una delatrice, e il clima intorno a lei si era fatto pesante. Non era la prima volta che qualcuno le dava fastidio. Un anno prima, era stata aggredita da un ex carcerato, che aveva ospitato per un certo periodo. Due settimane prima dell'omicidio, un uomo sui trent'anni, con soprabito chiaro e aspetto trasandato, era stato visto salire le scale del palazzo. I vicini ricordavano chiaramente di aver sentito urla, insulti e rumori di oggetti lanciati.
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Rosetta lo aveva inseguito fino alle scale, gridando. A metà rampa, l’uomo si era girato e le aveva mostrato un pugno, minacciandola di morte. Quando i vicini le avevano chiesto spiegazioni, lei aveva liquidato la questione come un banale litigio per denaro. Ma gli investigatori sospettavano che quell’uomo potesse essere tornato due settimane dopo per regolare i conti.
Il lunedì successivo al delitto, il medico legale, professor Cavallazzi, concluse l’autopsia: morte per asfissia meccanica da strangolamento. Il nastro rosso era stato parte integrante dell'omicidio: strappato da una camicia da notte della vittima. Rosetta era stata tramortita, poi uccisa. Si era difesa, c'erano segni di lotta e disordine nella stanza. Ma nessuno, tra i 25 nuclei familiari del palazzo, aveva sentito nulla.
Nel frattempo, le indagini iniziarono a stringersi su Anna Fioroli, l’amica che aveva scoperto il cadavere; su Anacleto Melada, l’ex marito; su Aldo Rustioni, il genero; e su un certo Mario, noto frequentatore di bettole. Nessuno però fu trattenuto a lungo. Quando la polizia fece un nuovo sopralluogo con la figlia Carla, fu chiaro che l'assassino aveva rubato tutto ciò che poteva. Mobili aperti, oggetti spariti, tra cui anche il bracciale d'oro che Rosetta portava al polso fino a pochi giorni prima.Ma un dettaglio si fece subito strada tra gli elementi cruciali: nessuno estraneo era stato visto entrare o uscire dal palazzo nel pomeriggio del 26 giugno. Un'indicazione inquietante, che suggeriva che l'assassino fosse qualcuno che conosceva bene l'edificio, forse un inquilino.
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Piste parallele e false partenze: il mistero si complica
Nel luglio del 1948, l'indagine prende una nuova direzione. Viene fermato Aldo Poltronieri, 30 anni, cuoco in una mensa aziendale, residente in via Carducci. Il suo nome emerge da alcune lettere trovate nella casa di Rosetta. Era l’amante di Anna Fioroli e, per questo, era stato spesso ospite nell'appartamento della stiratrice. L’uomo viene interrogato, ma non emergono elementi concreti per trattenerlo.
Nel frattempo, l’attenzione si sposta su altre due figure: Letizia Castoldi, una quarantenne che gestisce una trattoria in Largo Richini, dove Rosetta era solita pranzare; e Lauro Richiari, un altro personaggio orbitante intorno al Bottonuto. Anche in questo caso, nessun elemento sostanziale.
Il 12 luglio 1948, un nuovo sopralluogo è disposto dal Sostituto Procuratore della Repubblica, il dottor Secchi, con i funzionari di polizia. Si cerca di ricostruire ogni momento della giornata del delitto. La ricostruzione è minuziosa: si ipotizza che Rosetta, quel sabato, indossasse una camicia da notte, dato che era abitudine sua consumare il pranzo fuori. Eppure, quel giorno nessuno la vide in trattoria. L'assassino doveva essere arrivato subito dopo il ritorno della bambina, forse addirittura mentre Rosetta stava ancora preparandosi.
Nel frattempo, l’attenzione si sposta su altre due figure: Letizia Castoldi, una quarantenne che gestisce una trattoria in Largo Richini, dove Rosetta era solita pranzare; e Lauro Richiari, un altro personaggio orbitante intorno al Bottonuto. Anche in questo caso, nessun elemento sostanziale.
Il 12 luglio 1948, un nuovo sopralluogo è disposto dal Sostituto Procuratore della Repubblica, il dottor Secchi, con i funzionari di polizia. Si cerca di ricostruire ogni momento della giornata del delitto. La ricostruzione è minuziosa: si ipotizza che Rosetta, quel sabato, indossasse una camicia da notte, dato che era abitudine sua consumare il pranzo fuori. Eppure, quel giorno nessuno la vide in trattoria. L'assassino doveva essere arrivato subito dopo il ritorno della bambina, forse addirittura mentre Rosetta stava ancora preparandosi.
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La scena fa pensare a un'aggressione improvvisa, ma da parte di qualcuno che la donna non temeva: forse proprio per questo non si era rivestita. Secondo gli inquirenti, il nastro rosso usato per strangolarla era parte della camicia da notte che l'assassino le aveva strappato via. Una lite, forse, degenerata in omicidio.
I segni della colluttazione erano ovunque. Mobili rovesciati, quadri staccati, oggetti rotti. La Rosetta si era difesa, ma la lotta era durata pochi istanti. Nessun rumore era trapelato all'esterno. Tutto era accaduto in un intervallo ristrettissimo. Una precisione che faceva pensare a un crimine premeditato.
Agosto portò nuovi sviluppi: la polizia fermò Agostina Fusar Bassini, detta Mariolina, nota nel quartiere come La Maschiona. Una donna corpulenta, energica, dai modi spicci. Amica di Rosetta, con lei aveva condiviso affari e l'uso dell'appartamento. Raccontò di essere stata in osteria a giocare a carte nel pomeriggio del delitto, con una certa Lina e un ingegnere, mai identificati. Aggiunse che Rosetta da tempo aveva paura per la propria vita, ma non volle mai rivelare chi la minacciasse.
Anche Mariolina fu rilasciata. La sua versione dei fatti, almeno per il momento, reggeva. Ma il quadro restava confuso, e le piste si moltiplicavano senza sbocchi chiari.
I segni della colluttazione erano ovunque. Mobili rovesciati, quadri staccati, oggetti rotti. La Rosetta si era difesa, ma la lotta era durata pochi istanti. Nessun rumore era trapelato all'esterno. Tutto era accaduto in un intervallo ristrettissimo. Una precisione che faceva pensare a un crimine premeditato.
Agosto portò nuovi sviluppi: la polizia fermò Agostina Fusar Bassini, detta Mariolina, nota nel quartiere come La Maschiona. Una donna corpulenta, energica, dai modi spicci. Amica di Rosetta, con lei aveva condiviso affari e l'uso dell'appartamento. Raccontò di essere stata in osteria a giocare a carte nel pomeriggio del delitto, con una certa Lina e un ingegnere, mai identificati. Aggiunse che Rosetta da tempo aveva paura per la propria vita, ma non volle mai rivelare chi la minacciasse.
Anche Mariolina fu rilasciata. La sua versione dei fatti, almeno per il momento, reggeva. Ma il quadro restava confuso, e le piste si moltiplicavano senza sbocchi chiari.
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Un cold case milanese: silenzi, archiviazioni e ipotesi mai confermate
Alla fine dell’estate 1948, nonostante l'impegno della polizia e i ripetuti interrogatori, il caso della Rosetta era ancora fermo al punto di partenza. Nessun movente chiaramente dimostrabile, nessuna prova decisiva, nessun colpevole. Solo un elenco sempre più lungo di nomi, versioni contrastanti, e mezze verità.
Il fascicolo rimase aperto per anni, riesumato più volte, soprattutto quando, tra la fine degli anni Cinquanta e i primi Sessanta, alcuni giornalisti tornano sul caso cercando nuove piste. Ma ormai i protagonisti si erano dispersi: chi aveva cambiato città, chi nome, chi semplicemente non voleva più parlarne. Il quartiere stesso era scomparso. Negli anni Sessanta il Bottonuto venne completamente demolito, trasformandosi in una zona di palazzi e uffici moderni, un’operazione di “risanamento” che cancellò anche le ultime tracce fisiche della vita della Rosetta.
Nel 1962, un settimanale milanese pubblicò un’inchiesta sul caso, rispolverando vecchi documenti e facendo ipotesi mai confermate: si parlò di una vendetta orchestrata da ambienti legati alla malavita, di una rete di usura con cui Rosetta sarebbe venuta a contatto, o persino di una questione di gelosia mai emersa. Ma nessuna di queste teorie portò a nuovi sviluppi. L’assassino del Nastro Rosso restava un fantasma, protetto dal tempo, dall’omertà e forse da un quartiere che aveva imparato a dimenticare in fretta.
Il delitto di Rosa Monfasani – stiratrice, madre, sopravvissuta a guerre, uomini violenti e tradimenti – si aggiunse all’elenco dei cold case italiani. Un crimine nato in una Milano che non esiste più, tra ombre, silenzi e un nastro di seta rosso diventato simbolo di un enigma senza soluzione.
Il fascicolo rimase aperto per anni, riesumato più volte, soprattutto quando, tra la fine degli anni Cinquanta e i primi Sessanta, alcuni giornalisti tornano sul caso cercando nuove piste. Ma ormai i protagonisti si erano dispersi: chi aveva cambiato città, chi nome, chi semplicemente non voleva più parlarne. Il quartiere stesso era scomparso. Negli anni Sessanta il Bottonuto venne completamente demolito, trasformandosi in una zona di palazzi e uffici moderni, un’operazione di “risanamento” che cancellò anche le ultime tracce fisiche della vita della Rosetta.
Nel 1962, un settimanale milanese pubblicò un’inchiesta sul caso, rispolverando vecchi documenti e facendo ipotesi mai confermate: si parlò di una vendetta orchestrata da ambienti legati alla malavita, di una rete di usura con cui Rosetta sarebbe venuta a contatto, o persino di una questione di gelosia mai emersa. Ma nessuna di queste teorie portò a nuovi sviluppi. L’assassino del Nastro Rosso restava un fantasma, protetto dal tempo, dall’omertà e forse da un quartiere che aveva imparato a dimenticare in fretta.
Il delitto di Rosa Monfasani – stiratrice, madre, sopravvissuta a guerre, uomini violenti e tradimenti – si aggiunse all’elenco dei cold case italiani. Un crimine nato in una Milano che non esiste più, tra ombre, silenzi e un nastro di seta rosso diventato simbolo di un enigma senza soluzione.
Fonte: Corriere della sera
Fonte: Corriere della sera
21 luglio 2025
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