La pistola di Dylan Dog: il delitto irrisolto di Claudio Del Forno a Milano

Il 21 dicembre 1996, a pochi giorni dal Natale, un colpo di pistola spezzò la vita di un uomo solitario che camminava sotto la pioggia di Milano. Il colpevole resta ancora oggi un mistero.

Immagine generata con AI. Prompt design: Stefano Brigati

C'è un'immagine che rimane impressa, quando si comincia a scavare in questa storia: quella di un uomo che cammina sotto la pioggia, solo, in giacca blu e cravatta, con un impermeabile che non lo ripara abbastanza dall'acquazzone che si stava abbattendo su Milano quella sera del 21 dicembre 1996. Mancano quattro giorni a Natale. Le vetrine dei negozi brillano di decorazioni, le luci dell'Avvento si riflettono sull'asfalto bagnato, e la gente affretta il passo per rincasare. Claudio Del Forno invece cammina. Non ha fretta, o almeno non la fretta di chi ha un posto preciso dove tornare. Ha trentacinque anni, vive ancora con i genitori, non ha una fidanzata, ha pochissimi amici. Quella sera, l'unica cosa che sa con certezza è che vorrebbe andare in discoteca, se solo trovasse qualcuno disposto ad accompagnarlo.

Milano, in quell'inverno di metà decennio, era una città che cercava di scrollarsi di dosso gli anni bui di Tangentopoli, la stagione dei processi e degli scandali che aveva terremotato la classe dirigente italiana. Il capoluogo lombardo si era guadagnato, negli anni Ottanta, la reputazione di capitale economica e mondana della penisola — il luogo dove si facevano carriere, si costruivano fortune, si battevano i ritmi della moda e della finanza. Ma erano anche anni in cui la città custodiva, nei suoi quartieri periferici e nelle sue piazze, storie dimenticate, esistenze scivolate ai margini, vite che non avevano trovato il loro posto in quel meccanismo frenetico. Claudio Del Forno era una di quelle vite.

Era nato a Piacenza, figlio di Luigi Del Forno — un uomo colto, ex corista alla Scala di Milano — e di una madre impiegata al Ministero della Difesa, poi pensionata. La famiglia si era trasferita nel capoluogo lombardo, e Claudio era cresciuto in quella città che per molti era sinonimo di opportunità, ma che per lui era diventata lo scenario di una lotta quotidiana contro qualcosa che non si vedeva dall'esterno. Aveva dieci anni quando tutto era cambiato: un'automobile lo aveva investito, e il trauma cranico riportato nell'incidente aveva lasciato tracce profonde e durature. Ne uscì segnato da disturbi neurologici e psichici — paranoia, manie di persecuzione, comportamenti difficili da gestire nelle relazioni sociali — che lo accompagnarono per il resto della vita.
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Chi lo aveva conosciuto da ragazzo ricordava un giovane che faceva fatica a integrarsi, che spesso esagerava nei toni, che interpretava i rapporti sociali in maniera distorta, scambiando tolleranza per amicizia e indifferenza per ostilità. Un ex compagno di scuola, rintracciato anni dopo la sua morte, lo descriveva con parole dure ma lucide: raccontava di come in classe lo si tollerasse più che lo si accettasse, di come i tentativi di inclusione fossero spesso guidati più dalla pietà o dal gusto crudele dell'ironia adolescenziale che da una vera affezione. Claudio, aggiungeva, non riusciva a vedere le cose come stavano, e si illudeva di avere amici là dove aveva soltanto spettatori.

Da adulto, aveva tentato di costruire qualcosa. Si era laureato in Giurisprudenza, un traguardo non da poco per chi aveva attraversato le difficoltà che aveva vissuto lui. Ma la carriera forense era rimasta un sogno irrealizzato: le sue condizioni psicologiche rendevano difficile il tirocinio, i rapporti con i colleghi, la gestione della quotidianità lavorativa. La sua ultima esperienza era stata presso lo studio legale Di Campli Finore, da cui era stato licenziato cinque mesi prima della morte, a causa di comportamenti giudicati incompatibili con l'ambiente di lavoro. Da quel momento, era tornato a vivere completamente alle dipendenze dei genitori, senza prospettive chiare, con un vuoto attorno che si allargava giorno dopo giorno.

Aveva anche frequentato, vent'anni prima, uno stage di Scientology — una di quelle esperienze giovanili in bilico tra la ricerca spirituale e la vulnerabilità di chi non sa dove cercare risposte. Lì aveva conosciuto Pippo, un pugile con precedenti penali, una figura ingombrante che avrebbe attirato l'attenzione degli investigatori molti anni dopo. Ma questo è un capitolo che appartiene alla seconda parte della storia.

Quello che conta, in questo avvio di dicembre del 1996, è l'immagine di un uomo che si muoveva in città come se fosse in un acquario: visibile a tutti, ma incapace di toccare davvero qualcuno. Pochi amici veri — pochissimi, contati sulle dita di una sola mano. Una famiglia che lo amava ma non poteva proteggerlo da ciò che stava per accadere. E una sera di pioggia che si stava per chiudere nel peggiore dei modi possibili.
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Un colpo nella notte

Alle otto e mezza di quella sera, Claudio Del Forno suonò il campanello di Corrado, un perito elettrotecnico disoccupato che abitava in via Tavazzano, a poca distanza da piazzale Accursio. Corrado era uno dei suoi rari amici — forse il principale, se si può usare questa parola per descrivere un legame fatto più di abitudine e di compassione che di vera intimità. Lo aveva cercato nel pomeriggio, e Claudio aveva risposto all'appello presentandosi alla sua porta in giacca blu, cravatta, occhiali e impermeabile, come se quella sera avesse in programma qualcosa di importante. Voleva andare in discoteca, disse. Aveva bisogno di compagnia.

Corrado lo fece accomodare. I due si sedettero, chiacchierarono, e a un certo punto Corrado tirò fuori la chitarra e suonò qualche motivo. Era una di quelle serate pigre di dicembre in cui si preferisce restare al caldo piuttosto che affrontare la pioggia. Corrado declinò l'invito: aveva già preso un appuntamento con un altro amico, Sandro, che lo aspettava in un bar di Ponte Lambro. Claudio rimase ancora un po', poi salutò e uscì. Erano le 21:30.

Fuori, l'acquazzone non accennava a smettere. Claudio si avviò lungo il marciapiede sotto la pioggia battente, stringendosi nell'impermeabile. Aveva davanti a sé una serata incerta — nessun piano fisso, nessun posto dove andare con sicurezza. Piazzale Accursio era a pochi minuti a piedi. In quello spicchio di città, tra l'angolo di viale Certosa e via Espinasse, c'era un gruppo di sei ragazzi del quartiere che aveva l'abitudine di ritrovarsi sotto la tettoia di una giostra per decidere come trascorrere la serata. Avevano tra i diciassette e i ventiquattro anni — Matteo, Debora, Ambra, Bruno, Francesca e Marco — e quella sera stavano facendo esattamente quello: aspettare che qualcuno proponesse qualcosa, mentre la pioggia li teneva fermi.

Erano le 21:35 quando un colpo secco interruppe il rumore della pioggia e delle loro voci. Uno sparo, netto, ravvicinato. I sei ragazzi si guardarono. Nessuno si allarmò nell'immediato: in quelle sere di pre-Natale, i petardi erano frequenti. Qualcuno scrollò le spalle. Poi Debora si voltò verso il punto da cui era sembrato provenire il suono, a una cinquantina di metri di distanza, e vide qualcosa che non si aspettava: un uomo steso sull'asfalto bagnato, con un impermeabile macchiato di rosso.

Si avvicinarono. Claudio Del Forno era a terra, colpito da un unico proiettile esploso a distanza ravvicinata, dritto al cuore. Il calibro era 10,4 millimetri — insolito, raro, quasi anacronistico. Non c'era stata lotta, non c'erano segni di colluttazione, non c'erano bossoli visibili. Solo quel corpo immobile sull'asfalto e il rumore della pioggia che continuava a cadere indifferente. L'assassino era già sparito nel buio.
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Nei minuti successivi arrivarono i Carabinieri e l'ambulanza. La scena era desolante nella sua semplicità: nessuna telecamera di sorveglianza nelle vicinanze, nessun testimone oculare del momento preciso in cui era partito lo sparo, nessuna traccia fisica del killer. C'era soltanto quel gruppo di ragazzi spaventati e, poco distante, un passante con il cane che si era avvicinato al corpo per poi dissolversi nel buio della notte. Gli inquirenti avrebbe impiegato mesi ad identificare quell'uomo: abitava in uno dei palazzi della zona, portava il cane a fare i bisogni, e conosceva Claudio appena di vista per qualche scambio di parole alla parrocchia di via Bartolini. La sua abitazione sarebbe stata perquisita mesi dopo, giusto per scrupolo. Niente armi, nessun elemento utile. Grazie e tante scuse, dissero i carabinieri.

Bruno, uno dei sei ragazzi, fornì la testimonianza più interessante, anche se con un ritardo che avrebbe fatto riflettere gli inquirenti: tornò in caserma solo oltre un mese dopo l'omicidio per riferire di aver visto, negli istanti immediatamente successivi allo sparo, una Lancia Y10 di colore blu metallizzato sfrecciare nella zona. Al volante c'era un giovane sulla trentina — capelli lunghi fino alle spalle, barba incolta, un cappellino di lana arrotolato sulla fronte come un passamontagna. Era impossibile stabilire se quell'uomo avesse qualcosa a che fare con l'omicidio, oppure se fosse semplicemente un automobilista di passaggio che aveva accelerato spaventato dal trambusto.

Un altro testimone, invece, emerse quasi subito: un ex carabiniere riconvertito a guardia giurata, che quella sera si trovava a cena in un ristorante di via Tavazzano insieme alla moglie. Aveva sentito il colpo e, poco dopo, aveva visto una Golf a fari spenti sbandare, urtare una Mercedes parcheggiata e ripartire a tutta velocità. Un'auto diversa dalla Y10 di Bruno. Due descrizioni, due veicoli diversi, nessuna sovrapposizione utile: o uno dei due si era sbagliato, o in piazzale Accursio si trovavano quella sera più persone in movimento, e nessuna di esse era tornata per rispondere alle domande dei carabinieri.

Alle 21:45, Corrado uscì di casa per raggiungere il suo amico Sandro a Ponte Lambro. Camminando in direzione di piazzale Accursio, notò le luci delle gazzelle dei carabinieri e delle ambulanze. Si avvicinò, e riconobbe il corpo del suo amico sull'asfalto. Fu preso dal panico. Tornò a casa e alle 23:00 chiamò Sandro per disdire l'appuntamento al Bar di Ponte Lambro. Poco dopo arrivarono i carabinieri a bussare alla sua porta.

La morte di Claudio Del Forno era avvenuta in pieno centro abitato, a pochi metri da sei testimoni, in una delle piazze più frequentate del quartiere Sempione. Eppure il killer aveva agito, colpito ed era fuggito senza lasciare una sola traccia visibile. Nessuno aveva visto il suo volto. Nessuno sapeva chi fosse. E nessuno, nei ventotto anni successivi, sarebbe mai riuscito a scoprirlo.
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Fantasmi, stub e una pistola da fumetto

I Carabinieri di Milano si trovarono davanti a un caso che, fin dalle prime ore, presentava una caratteristica rara e frustrante: l'assoluta mancanza di un punto di partenza solido. Non c'era un movente evidente, non c'era un'arma, non c'era un volto. C'era soltanto un uomo morto su un marciapiede bagnato e una manciata di testimonianze contraddittorie che si incrociavano senza mai convergere verso un nome. Gli investigatori cominciarono dall'unica cosa che avevano: la vita di Claudio Del Forno.

Scandagliare l'esistenza della vittima significava addentrarsi in un territorio fatto di solitudine, relazioni fragili e una storia personale che non offriva appigli facili. Claudio non aveva nemici dichiarati, non era coinvolto in affari loschi, non aveva debiti con persone pericolose. Non risultava legato ad ambienti criminali, non frequentava giri equivoci. Era, agli occhi del mondo, semplicemente un uomo difficile: scontroso con gli estranei, appiccicoso con i pochi che considerava amici, incapace di leggere correttamente le relazioni sociali. Non era il profilo di chi si attira addosso un'esecuzione fredda e pianificata. Eppure qualcuno lo aveva seguito, o aspettato, in quella piazza, e lo aveva ucciso con un colpo solo, sparato a distanza ravvicinata, senza esitazione.

Il primo nome a finire nel mirino degli investigatori fu quello di Corrado, il perito elettrotecnico che era stato l'ultimo — a parte il killer — a vedere Claudio in vita. Il suo comportamento nella notte dell'omicidio aveva destato qualche sospetto: era apparso confuso e disorientato durante l'interrogatorio e aveva impiegato del tempo per raccogliere le idee. Non erano elementi sufficienti per accusarlo di nulla, ma erano abbastanza per tenerlo sotto osservazione.

I Carabinieri decisero di sottoporre i suoi indumenti alla prova dello stub, l'esame che rileva le particelle residue di un colpo d'arma da fuoco sulla pelle o sui tessuti. Sui due giubbotti sequestrati a Corrado, il “CIS”, Centro Investigazioni Scientifiche” di Parma — l'antenato del celebre RIS, il Raggruppamento Investigazioni Scientifiche — trovò qualcosa di interessante: due particelle di piombo-antimonio, due di piombo-bario e una di antimonio. Tutti elementi chimici compatibili con i residui di uno sparo. Il referto, firmato dal maggiore Luciano Garofano, era tecnicamente ineccepibile, ma portava con sé un limite invalicabile: quelle particelle non erano caratteristiche esclusive di un residuo da sparo. Potevano provenire anche da una contaminazione ambientale — per esempio, dall'essersi avvicinato al corpo dell'amico mentre i carabinieri stavano ancora operando sulla scena. Era esattamente quello che Corrado aveva dichiarato di aver fatto. L'ipotesi era plausibile. Le particelle erano suggestive, ma non erano una prova.

La perquisizione dell'abitazione di Corrado, quella dei suoi genitori e la sua automobile non produssero nulla di utile: nessuna pistola, nessun indumento con macchie di sangue, nessun elemento che potesse collegarlo materialmente all'omicidio. E soprattutto, nessun movente. Quale ragione avrebbe avuto quell'uomo per uccidere il suo amico difficile, in piazza, con una pistola da collezione, una sera di dicembre sotto la pioggia? Gli investigatori non riuscirono a trovare una risposta convincente. Corrado uscì progressivamente dal cono d'ombra delle indagini.
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L'attenzione si spostò su altre piste. Una delle più battute riguardava le prostitute che lavoravano stabilmente in piazzale Accursio: Claudio era noto per importunarle, per avvicinarsi in maniera invasiva e inopportuna, per non accettare i rifiuti con la calma necessaria. Era il tipo di comportamento che poteva creare tensioni, che poteva attirare reazioni sproporzionate da parte di chi gestiva quelle donne o da chi, semplicemente, aveva perso la pazienza. Gli investigatori batterono la pista con attenzione, raccolsero informazioni, interrogarono testimoni. Ma anche in questo caso, nessun nome emerse con sufficiente solidità da giustificare un'iscrizione nel registro degli indagati.

Poi c'era Pippo. Un pugile con precedenti penali, una figura che Claudio aveva incontrato vent'anni prima durante uno stage di Scientology e con cui aveva mantenuto un contatto sporadico nel tempo. Un tipo dal profilo tutt'altro che rassicurante, il genere di persona che in un'indagine per omicidio finisce inevitabilmente in cima alla lista delle persone da sentire. I carabinieri lo rintracciarono e verificarono il suo alibi per la sera del 21 dicembre 1996: Pippo si trovava a Marsiglia. La conferma arrivò senza particolari difficoltà. Anche questa pista si chiuse senza produrre risultati.

Nel frattempo, l'indagine balistica stava riservando una sorpresa che nessuno si aspettava, e che avrebbe trasformato il caso in qualcosa di unico nel panorama della cronaca nera italiana. Il proiettile estratto dal corpo di Claudio Del Forno era di calibro 10,4 millimetri — un calibro insolito, pressoché desueto, che non corrispondeva ad alcuna delle armi moderne in circolazione. Il maggiore Garofano analizzò le striature impresse sul proiettile: quattro solchi obliqui, caratteristici e precisi, che raccontavano qualcosa di straordinario sull'arma da cui era stato sparato. Secondo la sua relazione tecnico-balistica, quel proiettile era stato esploso da un revolver prodotto verosimilmente tra la fine dell'Ottocento e i primi anni del Novecento. Con ogni probabilità, si trattava di una Glisenti Bodeo modello 1889.

Per chi non conosce la storia dell'armamento militare italiano, il nome può dire poco. Ma per chiunque, in quegli anni, avesse mai sfogliato le pagine di un fumetto Bonelli, quel nome evocava immediatamente un'immagine precisa: la pistola di Dylan Dog. L'indagatore dell'incubo creato da Tiziano Sclavi nel 1986, il detective del soprannaturale con il suo appartamento a Craven Road e il suo assistente Groucho Marx, impugnava nelle sue avventure esattamente quel revolver — la Glisenti Bodeo, un'arma da collezione con oltre cento anni di vita, dallo scatto duro e dall'aspetto inconfondibile. Il collegamento tra il delitto di piazzale Accursio e il fumetto più amato d'Italia non era cercato: era scritto direttamente nel proiettile conficcato nel petto di Claudio Del Forno.
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La Glisenti Bodeo non era un'arma da guerra nel senso moderno del termine. Era un revolver militare italiano adottato dall'Esercito del Regno d'Italia a partire dal 1891, usato nei conflitti della prima metà del Novecento e poi progressivamente ritirato dal servizio. Gli esemplari sopravvissuti erano finiti nelle collezioni private, nei mercati delle armi antiche, nelle bacheche degli appassionati. Usarla per commettere un omicidio nel 1996 non era soltanto anacronistico: era una scelta che richiedeva una certa conoscenza del settore. Lo scatto era duro, richiedeva una forza considerevole sul grilletto, non era il tipo di arma che si prendeva in mano per la prima volta la sera di un delitto. Chi aveva sparato a Claudio Del Forno sapeva come si usava quella pistola, e molto probabilmente la conosceva bene.

I Carabinieri avviarono un censimento sistematico di tutti gli esemplari di Glisenti Bodeo registrati sul territorio nazionale, concentrandosi in particolare su Milano e Genova, le città con la maggiore concentrazione di collezionisti di armi storiche. Alla fine del lavoro, avevano individuato diciassette esemplari. Ne sequestrarono sedici — uno risultò irreperibile — e li sottoposero tutti all'analisi balistica. Il risultato fu una delusione totale: nessuno dei sedici revolver presentava le quattro striature oblique che corrispondevano a quelle impresse sul proiettile mortale. L'arma usata per uccidere Claudio Del Forno era la diciassettesima, quella non registrata, quella che nessuno aveva dichiarato di possedere? Una pistola fantasma per un assassino fantasma.

L'indagine si arenò. Non c'era un movente, non c'era un'arma, non c'era un volto. C'era soltanto quel proiettile di calibro 10,4, con le sue quattro striature oblique, e la certezza che da qualche parte, nelle case o nei mercati clandestini della penisola, esisteva un revolver centenario che aveva sparato l'unico colpo necessario per togliere la vita a un uomo che già faceva fatica a viverla.

Il silenzio della giustizia e quello che resta

Ci sono casi giudiziari che si chiudono con una sentenza, anche quando quella sentenza lascia l'amaro in bocca. E poi ci sono casi come quello di Claudio Del Forno, in cui la macchina della giustizia si inceppa fin dall'inizio, gira a vuoto per mesi, e alla fine si ferma senza aver prodotto nulla. Nessun processo, nessun imputato, nessuna aula di tribunale. Solo il silenzio pesante di un fascicolo che smette di essere aggiornato e comincia lentamente a coprirsi di polvere.

Il caso non arrivò mai a dibattimento perché non arrivò mai a un indagato formale. Le piste si esaurirono una dopo l'altra. Corrado uscì di scena senza che a suo carico fosse trovato nulla di concreto. Il pugile Pippo aveva un alibi di ferro, confermato dalla sua presenza a Marsiglia quella sera. Le prostitute di piazzale Accursio non portarono a nomi utili. L'uomo della Y10 blu non fu mai identificato. L'ex carabiniere del ristorante aveva descritto una Golf a fari spenti che non si incastrava con nessun altro elemento del quadro investigativo. Alla fine di tutto quel lavoro non portava a nulla.

La diciassettesima Glisenti Bodeo non fu mai trovata. Potrebbe trovarsi ancora da qualche parte — in un cassetto, in una cantina, sepolta sotto anni di polvere — o potrebbe essere stata distrutta, gettata in un canale, smontata pezzo per pezzo. Quello che è certo è che chi la possedeva sapeva usarla, sapeva come non lasciarla in giro e sapeva come sparire in una città di milioni di persone senza che nessuno lo vedesse davvero. Un colpo solo, sparato con precisione, in una piazza frequentata, sotto la pioggia battente. Non si può parlare di un gesto improvvisato.
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Le conseguenze di quel silenzio ricaddero nel modo più crudele sulla famiglia. Luigi Del Forno, il padre — l'ex corista della Scala che quella sera aveva salutato il figlio sull'uscio di casa — si trovò a fare i conti non solo con il lutto, ma con qualcosa di ancora più logorante: l'impossibilità di sapere. Non sapere chi. Non sapere perché. Un processo, anche quando non porta a una condanna, costringe almeno la società a guardare in faccia ciò che è accaduto, a dare alla vittima la dignità di una storia raccontata davanti a un giudice. Claudio Del Forno non ebbe nemmeno questo.

Non aiutò il contesto. Il 1996 era un anno in cui la cronaca italiana era dominata da vicende di ben altra portata: i postumi di Tangentopoli, le code giudiziarie delle stragi di mafia, i grandi processi che occupavano le prime pagine. Un omicidio in piazzale Accursio — la morte di un uomo solo, senza connessioni politiche, senza un profilo capace di alimentare l'attenzione pubblica nel tempo — scivolò rapidamente dalle pagine interne alle brevi, poi nel nulla.

La connessione con Dylan Dog continuò a essere il dettaglio capace di attirare lettori freschi — quell'arma da fumetto usata per un delitto reale aveva qualcosa di narrativamente perfetto che non smetteva di affascinare. Ma Dylan Dog, nei fumetti, trova sempre una risposta. I mostri vengono sconfitti, i misteri si dissolvono. Nella realtà di piazzale Accursio non andò così.

Quasi trent'anni dopo, quella piazza è ancora lì, indifferente. La giostra sotto cui si ritrovavano i sei ragazzi è sparita da tempo. L'asfalto è lo stesso, la pioggia di dicembre cade ogni anno sullo stesso selciato. Nulla ricorda che lì un uomo fu ucciso con una pistola vecchia di cento anni e che il suo assassino non fu mai trovato.

Claudio Del Forno aveva trentacinque anni, una laurea in tasca e una vita che non era mai riuscita a decollare. Era un uomo complicato, difficile da amare, difficile da aiutare. Ma era anche un uomo che quella sera voleva soltanto trovare un amico con cui andare a ballare. Non lo trovò. E qualcuno, per ragioni che non conosceremo mai, decise che non avrebbe trovato mai nient'altro.
Stefano Brigati - Redattore
Immagine generata con intelligenza artificiale a solo scopo illustrativo e informativo. Il personaggio Dylan Dog e tutti i diritti ad esso connessi sono di esclusiva proprietà di Sergio Bonelli Editore. Questa immagine non ha alcuna finalità commerciale.

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