Il mistero di Giorgio Pedone, il vicequestore trovato morto a Vigevano nel 1991

Dalla lotta alla ’ndrangheta alle indagini sulle sette sataniche: un caso irrisolto che ancora oggi resta un vero enigma

Era il 14 agosto 1991, e l'afa estiva avvolgeva Vigevano, cittadina ricca e operosa nella provincia di Pavia, capitale indiscussa della calzatura. Quella mattina, però, non era come le altre. Il vicequestore Giorgio Pedone, poliziotto di lungo corso e rispettata figura a capo del commissariato locale, si svegliò presto nella sua abitazione, portando con sé un’aria di malinconia che sembrava essersi insinuata già la sera precedente, dopo una cena trascorsa in famiglia. Pedone si mosse silenzioso, addentrandosi nella stanza della figlia Yolanda per salutarla. Lei, ancora immersa nel sonno, non udì le parole sussurrate dal padre prima che questi lasciasse la casa. Un gesto inconsueto, un’ombra di tristezza che si posava su un uomo al culmine della sua carriera. Non era un giorno di riposo, ma l’ultimo giorno di servizio a Vigevano. L’ordine di trasferimento era già arrivato: la destinazione, Trieste, una città che Pedone non amava, con la sua bora incessante e un’atmosfera che sentiva estranea. Per anni, con scuse personali e familiari – la scuola delle figlie, i legami saldi con la comunità – era riuscito a posticipare ciò che ora era inevitabile. Le figlie erano cresciute, e le giustificazioni si erano esaurite; il trasferimento era il passo successivo, necessario per la sua promozione a questore, che lo avrebbe visto assumere l’incarico di capo di gabinetto nella città giuliana.

Quella mattina d’agosto, l’agenda di Pedone non era fitta di impegni. La sua mente era proiettata a un appuntamento cruciale, fissato per le ore 11 al municipio. Lì, in una cerimonia di congedo, il sindaco di Vigevano avrebbe dovuto consegnargli la “scarpina d’oro”, un riconoscimento tangibile per i suoi quattordici anni di dedizione alla città. La sala municipale sarebbe stata gremita: il sindaco e la giunta, certo, ma anche la sua famiglia, gli amici più intimi e persino una donna thailandese con cui aveva stretto un legame di amicizia profonda. Proprio con lei, la figlia Iolanda aveva un appuntamento a pranzo, subito dopo la cerimonia.

Ma Pedone non arrivò mai al municipio. La sua assenza, inusuale per un uomo così puntuale e rispettato, iniziò subito a generare preoccupazione. Non era da lui mancare a un evento in suo onore, circondato dalle autorità e da volti amici. La moglie, angosciata, tentò di chiamare il commissariato. La risposta giunse inattesa: il marito era uscito portando con sé la sua pistola. Un dettaglio che scatenò immediatamente le ricerche. Il pranzo con Iolanda e la sua amica thailandese saltò. Il vicequestore Giorgio Pedone non giunse mai a quella cerimonia di congedo dalla città.
Immagine generata con AI. Prompt design: Stefano Brigati

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Giorgio Pedone: una vita tra coraggio e antimafia

Giorgio Pedone, nato a Foggia l’8 maggio 1938, aveva intrapreso la carriera in polizia a metà degli anni ’60. Il suo percorso nelle forze dell’ordine fu segnato da una dedizione e un coraggio fuori dal comune, elementi che gli valsero stima e rispetto. Sposò Romana Mantovani, e dalla loro unione nacquero due figlie, Gilda e Iolanda, che divennero pilastri fondamentali della sua vita, un legame familiare particolarmente intenso, soprattutto con le figlie.
Gli anni ’70 lo videro alla questura di Forlì, dove si distinse nella lotta al terrorismo durante i primi “anni di piombo”, concentrandosi in particolare contro le Brigate Rosse. Un episodio, in particolare, rimase impresso nella memoria collettiva: nella piazza principale di Forlì, durante una sparatoria, Pedone mise in salvo la moglie e le figlie, per poi affrontare il fuoco dei terroristi.

Nel 1977, Pedone venne trasferito al commissariato di Vigevano. Fu l’inizio di un lungo e significativo periodo, durato oltre un decennio, in cui affrontò nuove sfide, guadagnandosi la reputazione di uomo integro e incorruttibile. A Vigevano, il suo focus si spostò sulla lotta alla criminalità organizzata, in particolare contro il clan Valle, una famiglia affiliata alla ’ndrangheta calabrese. Le sue indagini, spesso pionieristiche, miravano a contrastare l’infiltrazione mafiosa nella zona. Pedone lavorava con tenacia, per smantellare le reti criminali locali, spesso anticipando i moderni metodi di contrasto alla mafia, come quello di seguire i flussi di denaro.

La Vigevano di quegli anni era una città ricca, opulenta, la capitale della calzatura. La figura di Pedone era molto stimata in città perché per primo ingaggiò questo braccio di ferro con le cosche. Durante gli anni ’80 si era assistito a un’escalation: da una parte, le prime denunce degli esercenti per estorsioni con pizzerie o negozi che andavano a fuoco; dall’altra, le intimidazioni rivolte al commissario, che però procedeva con la schiena dritta.
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Il ritrovamento del corpo

Le ore che seguirono il mancato arrivo di Giorgio Pedone al municipio furono scandite da un’angoscia crescente, trasformando la preoccupazione iniziale in un allarme sempre più pressante. Mentre le autorità avviavano le ricerche, il tempo trascorreva senza alcuna notizia del vicequestore.

Nel pomeriggio, intorno alle ore 16:00, un evento inaspettato cambiò radicalmente il corso degli eventi. La donna thailandese, la stessa che avrebbe dovuto pranzare con Iolanda, la figlia di Pedone, si recò, in compagnia del suo amante, un medico di Gambolò, nei pressi di una cascina diroccata. Il luogo, situato tra Sforzesca, una frazione di Vigevano, e Gambolò, era adiacente alla piccola chiesetta del Crocifisso ed era un ritrovo abituale per la donna e il medico. La donna, in seguito, riferì di aver avuto una sorta di “intuizione”, come se una forza invisibile l’avesse guidata proprio in quel punto, dove aveva la sensazione di poter trovare Pedone.

Avvicinandosi alla cascina, la coppia notò un’auto familiare parcheggiata accanto all’edificio abbandonato, in una posizione defilata rispetto alla strada principale. Era l’automobile di Giorgio Pedone. Con passi lenti e un crescente senso di presagio, i due si avvicinarono al veicolo. A pochi passi dall’auto, uno scenario agghiacciante si rivelò ai loro occhi: sul terreno, accanto alla vettura, era stata stesa con cura una coperta. Su quella coperta giaceva il corpo di Giorgio Pedone.

Il vicequestore era disteso supino, immobile, in una posizione che sembrava una caduta priva di resistenza, con le braccia allargate e stese ai lati del corpo. La sua pistola, un grosso revolver calibro 357 Magnum, era infilata nella cinta dei pantaloni. Un dettaglio che subito balzò all’occhio fu un foro netto sulla fronte, inequivocabile segno di un unico colpo di pistola. Non c’erano tracce di lotta; la scena appariva ordinata, quasi naturalmente composta, come se nulla avesse turbato la quiete del luogo.

Sotto shock, la donna e il medico avvertirono immediatamente le autorità. La macchina investigativa si mise in moto e sul posto giunsero rapidamente inquirenti e scientifica per avviare i rilievi. L’esame della scena del crimine non rivelò alcun segno di colluttazione. La posizione del corpo, disteso supino in quel modo, suggeriva agli investigatori l’ipotesi di un gesto volontario, un suicidio.
Tuttavia, un particolare non tornava: un interrogativo si insinuò subito nelle menti degli investigatori. Come era possibile che Pedone, dopo essersi sparato, avesse avuto il tempo e la capacità di riporre la pistola nella cinta dei pantaloni? Questa anomalia divenne un punto focale nelle successive indagini.
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Fu disposta l’autopsia, i cui risultati sarebbero stati resi noti dopo sessanta giorni, come previsto dalla legge. Contemporaneamente, venne effettuato il test dello stub, il tampone per rilevare eventuali residui di polvere da sparo sulle mani del vice questore, un elemento cruciale per stabilire se Pedone avesse esploso lui il colpo.
Il funerale di Giorgio Pedone si svolse a Vigevano, richiamando una folla numerosa di persone, tra cui autorità locali, colleghi poliziotti e semplici cittadini, tutti venuti a rendere omaggio a un uomo che per anni aveva dedicato la sua vita al servizio della città. La cerimonia fu solenne, ma un’assenza non passò inosservata: quella della figlia Gilda. La sua mancata presenza divenne subito oggetto di chiacchiere tra i presenti e alimentò l’interesse della stampa, che iniziò a formulare speculazioni.

In quel periodo, Gilda aveva partecipato a programmi televisivi come “La Verità” su Canale 5, dove era stata intervistata e aveva parlato della sua professione di spogliarellista. In quell’occasione avrebbe anche raccontato di essere figlia di un poliziotto, un dettaglio che, si diceva, aveva creato imbarazzo e difficoltà al padre. Gilda Pedone era stata ingaggiata anche per un film hard intitolato La scandalosa Gilda, che riprendeva il titolo di una pellicola del 1985 diretta da Gabriele Lavia.

L’assenza di Gilda al funerale del padre, tuttavia, era motivata dal fatto che in quel periodo si trovava in vacanza in Spagna con il suo fidanzato e, data la mancanza di cellulari all’epoca, i familiari non erano riusciti a rintracciarla. Gilda Pedone rientrò a Vigevano solo il 7 settembre 1991, dopo che l’Interpol aveva cercato invano di localizzarla nelle località turistiche della penisola iberica. La notizia della morte del padre la raggiunse al suo rientro in Italia, in un clima di forte clamore mediatico. I giornali, tra cui il Corriere della Sera, pubblicarono la sua foto e dettagli della sua vita privata, scatenando un dibattito pubblico.

Al suo ritorno, Gilda rilasciò un’intervista al Corriere, difendendo le sue scelte di vita e la sua carriera. Negò ogni responsabilità morale nella morte del padre, puntando il dito contro quelle che riteneva pressioni esterne e problemi legati al lavoro del vicequestore, che considerava i veri moventi della tragedia. Affermò, con determinazione, di voler proseguire la sua attività nel mondo dello spettacolo, sfidando le critiche e i giudizi.

I giornali dell’epoca, però, suggerirono che lo stile di vita di Gilda fosse stata la causa principale della decisione del padre di togliersi la vita. Le cronache dipinsero un quadro di tensioni familiari e di imbarazzo, attribuendo alla giovane la responsabilità morale di aver spinto Giorgio Pedone verso un gesto volontario. La sorella Iolanda, però, smentì con decisione queste affermazioni, rifiutando l’idea che la vita di Gilda fosse all’origine della morte del padre e sostenendo, invece, l’ipotesi dell’omicidio.
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Le indagini e i sospetti: oltre il gesto volontario

Le conclusioni iniziali, che parlavano di un gesto volontario, non riuscirono a placare i dubbi, soprattutto all’interno della famiglia Pedone e tra chi conosceva bene il vicequestore. Quei primi giorni di indagine furono caratterizzati da un’atmosfera di incertezza, alimentata da dettagli che, pur minimi, stridevano con la teoria ufficiale.

Mentre gli esami successivi all’autopsia erano ancora in corso, le autorità continuarono a raccogliere informazioni sulle ultime settimane di vita di Giorgio Pedone. Emergeva con chiarezza il suo impegno in complesse investigazioni contro la criminalità organizzata, in particolare contro il clan Valle, legato alla ’ndrangheta. Il vicequestore stava lavorando al caso di Basilio Salvia, ucciso a Vigevano pochi mesi prima, nel marzo del 1991. Questa circostanza divenne un punto focale per l’indagine, suggerendo un possibile legame tra la morte di Pedone e il suo lavoro.

A ridosso del ritrovamento del corpo, una lettera anonima fu inviata al quotidiano locale La Provincia Pavese. La missiva, composta da ritagli di giornale e accompagnata da una fotografia di un mazzo di rose posizionato sul foglio, affermava con veemenza che Pedone era stato assassinato e che l’assassino era presente al suo funerale. Un’affermazione potente. Le autorità indagarono sulla lettera, ma non trovarono prove concrete a sostegno dell’omicidio, e la considerarono inattendibile, archiviandola come un tentativo di depistaggio o una macabra beffa. Per la famiglia, tuttavia, quella missiva rappresentava un indizio significativo, mai adeguatamente approfondito. Chi aveva scritto quella lettera non sembrava affatto aver voluto fare uno scherzo di cattivo gusto. Qual era il significato di quelle rose ritagliate e allegate al messaggio?

Dopo i sessanta giorni di attesa, arrivarono i risultati dell’autopsia. Per il medico legale, la causa della morte fu un gesto volontario. Il test dello stub, effettuato dalla polizia scientifica, confermò la presenza di residui di polvere da sparo sulla mano di Pedone, avvalorando la tesi del suicidio. Le indagini furono chiuse, ma un interrogativo persisteva: perché la pistola era stata trovata dentro la cinta dei pantaloni? Questo dettaglio risultava inspiegabile. La posizione della pistola, una .357 Magnum, fu uno dei punti più dibattuti. Per la famiglia, e secondo il buon senso comune, era incompatibile con un gesto volontario: era difficile immaginare che una persona, dopo aver premuto il grilletto, avesse la capacità di riporre l’arma in quel modo. Questo dettaglio suggeriva una possibile messa in scena post mortem, quasi a voler inviare un messaggio. La morte di Giorgio Pedone, quindi, non era un evento semplice da indagare, e la disposizione dell’arma sembrava servire a uno scopo ben preciso.
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Ma non era l’unico particolare a non tornare. Le anomalie nelle prove fisiche, le discrepanze temporali e i possibili moventi alternativi, legati al lavoro di Pedone, posero ulteriori interrogativi.

Il corpo di Pedone era stato ritrovato supino, con le braccia allargate, su una coperta accanto alla sua auto, in una cascina isolata. Iolanda sottolineò che quella posizione appariva innaturale per un gesto volontario, sembrando più una disposizione deliberata da parte di terzi. Ma c’era di più: l’ora del ritrovamento. Un’ulteriore incongruenza emerse riguardo all’orario in cui venne scoperto il cadavere. L’ANSA, riferì Iolanda, aveva diffuso la notizia del ritrovamento alle 13:10 del 14 agosto 1991, mentre le autorità avevano dichiarato che il corpo era stato trovato dalla coppia di amici – la donna thailandese e il medico di Gambolò – alle ore 16:00. Qualcuno aveva quindi ritrovato il corpo del vicequestore almeno tre ore prima? Questo interrogativo sollevò dubbi non solo sulla sequenza del ritrovamento, ma anche sul ruolo delle persone che lo avevano trovato.

Chi era, dunque, quella donna thailandese, e perché era così amica del vicequestore? Iolanda la descriveva come una bellissima donna. Inizialmente, la sua presunta relazione con il poliziotto aveva messo in allarme la famiglia. Pedone, però, aveva sempre smentito la cosa, raccontando che aiutava la donna, in quanto straniera, per pratiche relative alla cittadinanza, tanto che era stata accettata nel novero delle amicizie familiari. La stessa Iolanda avrebbe dovuto pranzare con lei quel tragico 14 agosto 1991.

La donna misteriosa raccontò di aver trovato il corpo di Pedone assieme all’amante in quella cascina abbandonata perché era un luogo che frequentavano per darsi appuntamento lontano da sguardi indiscreti. La “strana intuizione” che l’aveva condotta lì, insieme alla presenza dell’amante, suggeriva che tra la thailandese e il vicequestore non ci fosse nulla di “tenero”, ma piuttosto un rapporto professionale. La donna, forse, aiutava il vicequestore in una o più delle sue inchieste? Forse era un’informatrice? O forse un’appartenente ai servizi segreti?

Tornando all’ipotesi del suicidio, Giorgio Pedone odiava il vento, e l’idea del trasferimento nella città della Bora non lo entusiasmava affatto. Ma difficilmente questo poteva essere un evento tale da farlo meditare un gesto estremo. Era difficile capire se questo elemento legato alla sua carriera potesse essere collegato alla sua morte, ma certamente, come raccontava la figlia, qualcosa in quel momento lo aveva messo in allarme.

Un mese prima della morte, Pedone aveva ricevuto la notifica del trasferimento a Trieste e aveva subito redatto un testamento olografo, lasciando tutti i suoi beni alla moglie e delegandola al ritiro dello stipendio. Sebbene questo potesse essere interpretato come una pianificazione di un gesto volontario, la famiglia sosteneva che non vi fossero segni evidenti di depressione o intenzioni gravi. Tuttavia, sempre secondo i familiari, Pedone aveva un “brutto presentimento”. Sapeva che stava per morire.

La sera prima della morte, alla cena con familiari e amici, apparve triste e rassegnato, e dichiarò che quella sarebbe stata la sua “ultima cena”. Cosa intendeva? L’ultima cena con loro a Vigevano o l’ultima cena della sua vita?

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Nuovi scenari e vecchi misteri: la pista mafiosa e le sette sataniche

Il caso di Giorgio Pedone, archiviato come suicidio, non trovò mai una vera chiusura nel cuore della sua famiglia, né cessò di suscitare interrogativi tra coloro che avevano seguito la vicenda. La verità ufficiale strideva con una serie di anomalie e con un persistente senso di incompiutezza. Per anni, la morte del vicequestore rimase un mistero irrisolto, un cold case alimentato da sussurri e speculazioni.
Una riapertura indiretta del caso avvenne nel 2014. La morte misteriosa di Giorgio Pedone tornò alla ribalta in connessione con nuovi sviluppi in un vecchio caso di omicidio: quello di Basilio Salvia. Come già emerso, Pedone stava indagando sull’assassinio di Salvia, avvenuto vicino a Vigevano nel marzo del 1991. Il vicequestore era stato il primo a occuparsi di quel caso nell’ambito del suo incessante lavoro contro la mafia. La sua morte, avvenuta appena sei mesi dopo l’omicidio di Salvia, aveva sempre generato sospetti su un possibile legame con l’indagine.

Nel 2014, il caso dell’omicidio di Basilio Salvia venne riaperto dalla squadra mobile di Milano e dalla Direzione Distrettuale Antimafia. L’indagine si concentrò nuovamente sul clan Valle, la famiglia legata alla ’ndrangheta calabrese, sospettando il loro coinvolgimento nell’uccisione di Salvia. Di conseguenza, si tornò a esaminare il possibile ruolo di questa organizzazione anche nella morte di Pedone. Il lavoro del vicequestore contro la criminalità organizzata, in particolare i suoi sforzi per smascherare l’influenza della ’ndrangheta nel nord Italia, lo aveva reso un potenziale bersaglio, un uomo scomodo che aveva osato sfidare potenti interessi.
A complicare ulteriormente la vicenda, nel febbraio del 2014, pochi mesi prima della riapertura del caso Salvia, un altro poliziotto morì in circostanze analoghe a quelle di Pedone. Sebbene non sia stato provato un legame diretto, alcuni si chiesero se anche questo gesto, ufficialmente classificato come volontario, potesse essere connesso alle indagini complesse in cui era coinvolto. Nessuna prova concreta emerse, tuttavia, a confermare questa ipotesi.

Ma le cosche mafiose non erano l’unico nemico nel mirino di Giorgio Pedone. Già nel 1988, il vicequestore di Vigevano aveva avviato indagini su attività legate a sette sataniche nella zona. Questa pista, inizialmente considerata marginale, assunse col tempo un inquietante significato. La cascina Dojola, luogo in cui sarebbe poi stato ritrovato il corpo di Pedone, era circondata da voci e leggende su riti satanici.
Il 24 gennaio 1989 vi fu un episodio di vandalismo nella chiesetta del Santuario del Crocifisso, nel Parco del Ticino, a pochi metri dalla cascina. L’atto vandalico aveva visto il danneggiamento dell’altare principale e di una statua della Madonna, insieme a scritte sui muri inneggianti al diavolo. In un’intervista dell’epoca, Pedone ammise di aver effettuato sopralluoghi alla cascina, osservando strane luci e candele accese di notte. Secondo quanto riportato, ogni sabato sera si riuniva lì un gruppo di persone vestite in costumi medievali. Pur con possibili dettagli enfatizzati, la presenza del gruppo sul territorio risultava effettivamente confermata.

Il vicequestore stava compiendo progressi significativi nelle indagini. Aveva scoperto un luogo, nei pressi di Mede, dove sarebbero avvenuti fenomeni di riciclo di reliquie e oggetti storici: busti rubati dai cimiteri, paramenti sacri sottratti, destinati a messe nere o ad altri riti satanici in sedi separate. Si trattava di un’indagine mai completata, che lasciava aperta la domanda se le sette potessero aver avuto un motivo per uccidere Pedone. Nonostante il suo lavoro avesse documentato e denunciato apertamente queste presenze e i loro rituali, la coincidenza del ritrovamento del corpo in un centro di attività satanica aggiungeva un ulteriore livello di mistero al caso.
A distanza di anni, la figura di Giorgio Pedone emergeva così al centro di un complesso intreccio di forze oscure: da un lato la criminalità organizzata, che aveva sfidato con coraggio; dall’altro, le inquietanti attività delle sette, con i loro riti e segreti. Il caso Pedone non si riduceva al gesto disperato di un singolo uomo, ma rappresentava un affresco più ampio di un’epoca in cui le forze dell’ordine si confrontavano con nemici insidiosi e multiformi, e dove la verità poteva nascondersi negli angoli più impensabili.
Immagine generata con AI. Prompt design: Stefano Brigati

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Un mistero irrisolto

A oltre trent’anni di distanza dal tragico 14 agosto 1991, il caso del vicequestore Giorgio Pedone rimane uno dei misteri più inquietanti della cronaca nera italiana. Ufficialmente classificata come un atto volontario, la sua morte ha alimentato dubbi e interrogativi sin dal ritrovamento del corpo. Il cold case di Vigevano è diventato il simbolo di un’epoca complessa, segnata dalle prime indagini contro la criminalità organizzata al nord, quando la verità spesso si celava dietro cortine di omertà e silenzi.

Le prove ufficiali – l’autopsia, la perizia balistica e il test dello stub, che rilevò residui di polvere da sparo sulla mano del vicequestore – sostennero la tesi del suicidio. Tuttavia, la famiglia Pedone, e in particolare la figlia Iolanda, ha sempre contestato questa versione. La posizione della pistola nella fondina, l’orario incerto del ritrovamento e la disposizione del corpo alimentavano il sospetto di un intervento esterno, forse un omicidio mascherato o un atto intimidatorio.

La figlia Gilda, con la sua vita pubblica e il lavoro nel mondo dello spettacolo, fu inizialmente travolta da un giudizio mediatico ingiusto. La sua assenza al funerale, dovuta a difficoltà di comunicazione, fu strumentalizzata, e il suo stile di vita collegato alla presunta disperazione del padre. Le sue dichiarazioni successive, in cui sottolineava le pressioni esterne e i problemi legati al lavoro del padre come veri motivi della tragedia, furono in gran parte ignorate. Gli elementi che potevano sostenere la tesi del suicidio – il testamento olografo, le “ultime cene”, il brutto presentimento – potevano altrettanto indicare la consapevolezza di un pericolo imminente, di una minaccia reale alla sua vita.

La verità sulla morte di Giorgio Pedone rimane quindi avvolta nel mistero. Il caso di Vigevano mostra quanto la giustizia possa essere complessa e come le risposte ufficiali spesso non siano sufficienti a dare pace a chi resta. La vicenda ricorda che, anche in epoche di grandi cambiamenti e nuove sfide per la legalità, le ombre del passato continuano a influenzare il presente, e che la ricerca della verità è un percorso lungo, tortuoso e a volte, purtroppo, senza fine.
In conclusione, il mistero di Giorgio Pedone non è solo la storia di un uomo coraggioso scomparso troppo presto, ma l’emblema di un periodo in cui la criminalità e il soprannaturale, il potere e il segreto, si intrecciavano, lasciando dietro di sé più domande che risposte. La memoria di Pedone, il suo impegno e le sue indagini continuano a interrogare e a ispirare chi crede che la verità, per quanto nascosta, debba sempre essere cercata.
Stefano Brigati - redattore
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