Il sequestro Gancia e lo scontro a fuoco alla Cascina Spiotta: 50 anni di dubbi e segreti

Nel cuore del Monferrato, la Cascina Spiotta di Arzello divenne un simbolo oscuro della violenza delle Brigate Rosse, un crocevia di segreti, morte e lotte interne. Il sequestro dell'imprenditore Vittorio Gancia, avvenuto il 5 giugno del 1975, si trasformò in un drammatico scontro tra i brigatisti e le forze dell'ordine

Nei primi mesi del 1975, le Brigate Rosse, galvanizzate dal successo del sequestro del giudice genovese Mario Sossi, si trovavano in una fase di ambiziosa espansione e miravano ad aumentare sia il numero dei militanti che le basi logistiche. Tuttavia, questa crescita irruenta si scontrò con una cronica carenza di risorse finanziarie. Le rapine di autofinanziamento, pur frequenti, si rivelarono insufficienti e troppo rischiose per garantire le entrate necessarie a sostenere l'organizzazione clandestina. Fu in questo contesto di necessità economica e ambizione politica che emerse l'idea di un sequestro a scopo di estorsione.
Margherita Cagol, nota anche come "Mara" e figura di spicco della colonna torinese delle BR, propose il rapimento di Vittorio Vallarino Gancia, noto imprenditore vinicolo, la cui abitazione e azienda si trovavano nei pressi di Canelli, nel Monferrato. Questa zona fu ritenuta strategicamente vantaggiosa poiché i brigatisti la conoscevano bene e disponevano già di strutture di supporto. L'obiettivo era ottenere un ingente riscatto, stimato intorno al miliardo di lire, con un sequestro che inizialmente non venisse collegato al terrorismo, cercando di farlo apparire come un episodio di criminalità comune, frequente in quegli anni.
Il sequestro venne messo in atto nel pomeriggio del 4 giugno 1975. Un commando di brigatisti, utilizzando un furgone e una Fiat 124, inscenò un blocco stradale sulla provinciale Cassinasco-Canelli, simulando dei lavori in corso. Vittorio Vallarino Gancia, alla guida della sua Alfa Romeo Alfetta, fu costretto a fermarsi, rallentato dal finto cantiere e poi tamponato dal furgone che lo seguiva. Gli aggressori ruppero il lunotto posteriore dell'auto, lo estrassero con la forza, lo minacciarono con una pistola e lo caricarono sul furgone. L'auto di Gancia fu presa da un altro membro del commando e i tre veicoli si allontanarono rapidamente. I brigatisti che parteciparono materialmente al rapimento sarebbero stati cinque, tra cui si ipotizzò anche la presenza di Mario Moretti, esponente di spicco ai vertici dell'organizzazione terroristica; tuttavia, Moretti nelle sue memorie non confermò mai una sua partecipazione diretta. Dopo il sequestro, Gancia fu trasferito alla Cascina Spiotta d'Arzello, vicino ad Acqui Terme, una struttura isolata nelle colline del Monferrato che le BR utilizzavano da tempo. Il furgone e l'auto di Gancia furono abbandonati a Calamandrana, tra Nizza Monferrato e Canelli.
Ma un evento imprevisto e apparentemente minore compromise irrimediabilmente il piano. Massimo Maraschi, un giovane militante della colonna milanese, da poco entrato in clandestinità, mentre si recava sul luogo del sequestro alla guida della Fiat 124, tamponò una Fiat 500 con a bordo due giovani. Maraschi si mostrò subito eccessivamente disponibile a risarcire il danno, offrendo 70.000 lire per evitare di coinvolgere l'assicurazione. Questo atteggiamento accondiscendente insospettì l'autista della Fiat 500, Cesarino Tarditi, che segnalò l'episodio ai Carabinieri di Canelli. Poco dopo il sequestro, i carabinieri intercettarono la Fiat 124 ancora nella zona. Maraschi, in modo ingenuo e inatteso, si dichiarò immediatamente "prigioniero politico", rivelando la natura terroristica dell'operazione. Questo arresto, avvenuto il 4 giugno 1975, mise in allarme il Nucleo speciale antiterrorismo del generale Carlo Alberto dalla Chiesa, che già da un anno sospettava il coinvolgimento di Maraschi nelle Brigate Rosse.
Immagine generata con AI

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Nonostante l'arresto di Maraschi, Margherita Cagol sembrò sottovalutare la pericolosità della situazione, rassicurando gli altri dirigenti delle BR, tra cui Renato Curcio e Mario Moretti, che tutto era sotto controllo e che il luogo di detenzione di Gancia non sarebbe stato scoperto. La mattina del 5 giugno, Margherita Cagol telefonò a Curcio, apparendo calma e determinata. Inizialmente era previsto un trasferimento di Gancia dopo una prima sosta alla cascina Spiotta, ma la donna ritenne più sicuro non spostarlo, considerando la cascina come un luogo isolato e facilmente controllabile.
Nel frattempo, i carabinieri di Acqui Terme, allertati del sequestro e dell'arresto del sospetto brigatista, avevano avviato le ricerche nella zona. La mattina del 5 giugno, una pattuglia composta dal tenente Umberto Rocca, dal maresciallo Rosario Cattafi e dagli appuntati Giovanni D'Alfonso e Pietro Barberis si recò presso la cascina Spiotta. Agirono in modo autonomo, senza attendere rinforzi dal comando di Torino. Giunti nei pressi della cascina verso le 11:30, notarono due auto parcheggiate, una Fiat 127 e una Fiat 128, intuendo che la cascina fosse abitata. Invece di adottare maggiore cautela, i carabinieri si avvicinarono e bussarono alla porta.
All'interno della cascina si trovavano Margherita Cagol e Lauro Azzolini, sebbene quest'ultimo ammise la sua presenza solo molti anni dopo. Vittorio Vallarino Gancia era tenuto prigioniero in un deposito sotterraneo. Dopo aver bussato ripetutamente, la porta si aprì e comparve un uomo (Azzolini), che apparve irritato dalla presenza dei carabinieri e chiese il motivo della loro visita. Il tenente Rocca replicò qualificandosi e invitando l'uomo ad uscire per un controllo. Il brigatista, invece di uscire, con un gesto fulmineo estrasse una bomba a mano, ne strappò la sicura con i denti e la lanciò contro i due carabinieri, richiudendo poi la porta.
L'esplosione fu immediata e devastante. Il tenente Rocca fu colpito gravemente al braccio sinistro, che gli venne poi amputato, e all'occhio sinistro. L'appuntato D'Alfonso e il maresciallo Cattafi rimasero feriti dalle schegge. Nonostante le gravi ferite, il tenente Rocca aprì il fuoco con la sua carabina M1 in direzione della finestra. Subito dopo l'esplosione, Margherita Cagol e Lauro Azzolini uscirono di corsa dalla cascina, sparando con armi automatiche e lanciando un'altra bomba a mano verso le auto parcheggiate sotto il porticato, nel tentativo di fuggire. L'appuntato Giovanni D’Alfonso, cercando di impedirne la fuga, fu raggiunto da una raffica di mitra che lo colpì alla testa e all'addome.
La fuga in auto dei due brigatisti fu però interrotta dall'arrivo di un'altra auto dei carabinieri, una Fiat 127 con a bordo l'appuntato Barberis, che aveva mantenuto la sua posizione lungo la stradina. Secondo la ricostruzione dei carabinieri, i due brigatisti avrebbero inizialmente alzato le mani in segno di resa, ma all’avvicinarsi dei militari, Azzolini avrebbe lanciato un'altra bomba a mano in direzione dell'appuntato Barberis, il quale riuscì ad evitarla gettandosi a terra, per poi reagire aprendo il fuoco. Margherita Cagol fu colpita mortalmente sul prato. Azzolini, invece, riuscì a fuggire verso la vegetazione e a dileguarsi nel bosco.
Il sequestrato Vittorio Vallarino Ganci fu ritrovato in una prigione ricavata nei sotterrai della cascina in buono stato di salute, anche se comprensibilmente sotto shock.
Immagine generata con AI

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La dinamica esatta degli eventi successivi e le dinamiche della morte della brigatista Cagol e dell’appuntato D'Alfonso sono state a lungo oggetto di controversie e dubbi. Tra i principali punti di incertezza e controversia, vi sono:

  • Le diverse versioni sulla dinamica del conflitto a fuoco e sulla morte di Giovanni D'Alfonso. Il memoriale del brigatista senza nome, ritrovato nel covo di via Maderno 5 a Milano (dove fu arrestato Renato Curcio), fornì un racconto contrastante rispetto a quello dei carabinieri. Nel dattiloscritto si affermava che Mara Cagol sarebbe tornata indietro per finire l'appuntato D'Alfonso, già ferito, con un colpo alla testa. Tuttavia, gli accertamenti sul corpo della brigatista non rilevarono tracce di sparo dalla sua arma. Quinid chi sparò effettivamente a Giovanni D'Alfonso? Fu davvero Mara Cagol oppure fu il brigatista fuggito?
  • La ricostruzione della morte di Margherita Cagol. La relazione del brigatista senza nome, identificato anni dopo dalle impronte digitali sul documento come il fuggiasco Lauro Azzolini, sosteneva che “Mara” Cagol fu colpita a freddo da un carabiniere mentre era a terra e con le braccia alzate. Questa versione contraddiceva la ricostruzione ufficiale di uno scontro a fuoco in cui la donna rimase uccisa mentre tentava la fuga. L'autopsia rilevò che fu raggiunta da tre colpi, di cui l'ultimo, quello mortale al torace, avvenne a distanza di tempo rispetto ai primi due. Questo alimentò la tesi di un'esecuzione sommaria da parte delle forze dell'ordine.      
  • Il ruolo dell'appuntato Pietro Barberis e dei carabinieri di rinforzo. Barberis rimase inizialmente presso l'auto di servizio e successivamente partecipò alle fasi finali del conflitto. Non è del tutto chiaro se fu lui a sparare il colpo mortale a Margherita Cagol. Inoltre, due carabinieri sopraggiunsero con la pattuglia di rinforzo durante lo scontro a fuoco, ma non furono mai interpellati in termini processuali. Il loro ruolo esatto nella dinamica degli eventi rimane incerto.
  • La scomparsa di oggetti e informazioni cruciali. Diverse domande rimasero senza risposta riguardo alla sorte di alcuni elementi potenzialmente importanti per la ricostruzione degli eventi. Che fine fece la pistola cecoslovacca rinvenuta sul tavolo della cucina della cascina Spiotta? Non fu mai sottoposta a perizia e non compare nella documentazione processuale. Che fine fece la valigia ventiquattro ore che Mara Cagol aveva con sé quando uscì dalla cascina? Che fine fecero i giornali che Mara Cagol molto probabilmente acquistò la mattina del 5 giugno ad Acqui Terme?

  • La logistica e le attività all'interno della cascina. Alcuni aspetti della presenza dei brigatisti nella cascina Spiotta sollevarono ulteriori interrogativi. Sul tetto della cascina era presente una grande antenna radio. Come mai nessuno dei vicini si accorse della sua presenza? La radio ricetrasmittente era operativa sulle lunghezze d'onda dei carabinieri e della polizia? Alcuni vicini di casa erano solite vedere la Cagol; inoltre il postino consegnava spesso posta ai brigatisti. Perché queste persone non furono mai interrogate?
  • Il numero esiguo di brigatisti apparentemente presenti. Inizialmente, Lauro Azzolini dichiarò che alla cascina Spiotta quel giorno c'erano solo lui e Mara Cagol. Tuttavia, questa affermazione non convinse gli inquirenti, considerando la necessità di gestire un ostaggio e di garantire la vigilanza della cascina, soprattutto dopo l'arresto di Massimo Maraschi. Testimonianze successive collocarono sul luogo un numero maggiore di persone, tra cui Piero Bassi, riconosciuto da una testimone. Un'altra testimone parlò di quattro terroristi provenienti da Genova. La presenza di Raffaele Fiore fu anch'essa oggetto di indagine, a causa delle sue assenze "ingiustificate" dal lavoro nei giorni cruciali.
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Il sequestro Gancia e il conflitto a fuoco alla cascina Spiotta segnarono una svolta significativa nella storia delle Brigate Rosse. La morte di Margherita Cagol e l'arresto di Renato Curcio pochi mesi dopo portarono ad un cambio di leadership, con l'affermazione della linea militarista di Mario Moretti. Questo fallimento e la perdita di figure chiave accelerarono la radicalizzazione del gruppo terroristico e portarono, pochi anni dopo, al tragico sequestro di Aldo Moro.

Per quasi cinquant'anni, molti aspetti della vicenda della cascina Spiotta sono rimasti oscuri, alimentando dubbi e teorie. Solo di recente, grazie all'iniziativa dei figli di Giovanni D'Alfonso e al lavoro investigativo di molti giornalisti, l'inchiesta è stata riaperta. L'analisi delle impronte digitali sul memoriale anonimo identificò in Lauro Azzolini l'enigmatico brigatista fuggito. Una serie di intercettazioni e una confessione “informale” confermarono il suo coinvolgimento.

Le nuove indagini hanno portato la Procura di Torino a chiedere il rinvio a giudizio di Lauro Azzolini, Pierluigi Zuffada (le cui impronte sono state trovate sulle lettere di richiesta riscatto), Renato Curcio e Mario Moretti, per i delitti connessi al sequestro Gancia. L'obiettivo del processo non è tanto punitivo, quanto quello di accertare la verità completa su quanto accadde quel tragico 5 giugno 1975 alla cascina Spiotta. Le domande chiave sollevate negli anni e ad altri dettagli ancora oscuri, attendono finalmente risposte in un'aula di tribunale, nella speranza di fare luce su uno dei capitoli più controversi e dolorosi della storia del terrorismo italiano.
Stefano Brigati
Immagine generata con AI

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