Ciao Mimmo, l’amico che pensavo ci sarebbe stato per sempre

Oggi, lunedì 22 giugno 2026, amici, parenti e conoscenti si sono riuniti per l’ultimo saluto a Domenico Pepe (72 anni).

Domemico Pepe

Domemico Pepe

Ci sono persone che finiscono per diventare parte della nostra vita senza che quasi ce ne accorgiamo. Non le frequentiamo ogni giorno, a volte nemmeno ogni mese, ma sappiamo che ci sono. Un po' come le stelle nelle notti nuvolose: non le vediamo, ma sappiamo che continuano a brillare.

Per me Domenico Pepe, per tutti gli amici semplicemente Mimmo, era una di quelle persone.

Oggi, lunedì 22 giugno 2026, ho partecipato al suo funerale. Mimmo se n'è andato il 19 giugno, dopo aver combattuto con grande coraggio una malattia breve e spietata. A novembre avrebbe compiuto 73 anni.

L'ultima volta che ci eravamo sentiti era stato a Natale. Ci eravamo scambiati gli auguri per le nostre famiglie, come avevamo sempre fatto. Nulla lasciava immaginare che pochi mesi dopo avrei dovuto accompagnarlo nel suo ultimo viaggio. Solo oggi ho saputo che in quel periodo era reduce da un'operazione e stava già affrontando una battaglia difficile.

In realtà Mimmo è entrato nella mia vita ancora prima che potessi considerarlo un amico. Lui e Patrizia erano amici dei miei genitori, Giancarlo e Michelina, fin dagli anni Ottanta, quando frequentavano il bar al Ticinese che la mia famiglia gestiva a Milano. Io ero poco più che un ragazzino, avrò avuto tredici o quattordici anni. Mimmo era già il fidanzato di Patrizia, la donna con cui avrebbe condiviso tutta la vita e costruito una splendida famiglia.

Oggi ho conosciuto meglio due dei suoi tre figli. Nei loro occhi, nei loro modi, nella loro gentilezza ho rivisto lui. Perché, in fondo, il frutto non cade mai troppo lontano dall'albero.

Mimmo aveva un piccolo problema a una gamba, conseguenza di una malattia contratta da bambino. Non so nemmeno se fosse poliomielite. La verità è che non gliel'ho mai chiesto. Non perché non fosse importante, ma perché per me era semplicemente Mimmo. Una persona di famiglia. Una persona a cui vuoi bene e basta.

Domenico amava Milano e ne conosceva ogni angolo. Dopo una vita trascorsa come geometra presso Poste Italiane era andato in pensione. O almeno così avrebbe dovuto essere. In realtà era uno di quei pensionati milanesi instancabili che non smettono mai di interessarsi alle cose e di mettersi in gioco. Continuava a svolgere l'attività di geometra, collaborava come redattore con Milano Post e coltivava le sue tante passioni.

Amava la fotografia, l'arte contemporanea, la politica, gli animali e tutti coloro che dedicano il proprio tempo a proteggerli e accudirli. Seguiva mostre, dibattiti ed eventi culturali. Spesso inviava fotografie e contributi anche alla redazione di 7giorni. Qualche volta aveva scritto anche per noi.

Le nostre vite si sono intrecciate più volte nel corso degli anni. Le strade si incontrano, si allontanano e poi si ritrovano. Quando mio padre morì nel 1992, Mimmo non fece mai mancare la sua vicinanza a me e a mia madre. E negli anni successivi ci siamo ritrovati spesso per lavoro, per amicizia e per interessi comuni.

Eravamo entrambi conservatori liberali. Condividevamo l'interesse per la politica, la cultura, gli animali e molte altre passioni. Negli ultimi tempi avevamo persino iniziato a immaginare alcuni progetti editoriali da sviluppare insieme. Come accade spesso nella vita, la frenesia quotidiana li ha lasciati incompiuti.

Di Mimmo conserverò soprattutto due qualità rare: la generosità e l'ironia. Era sempre disponibile ad aiutare chiunque ne avesse bisogno. E possedeva quella straordinaria capacità di sorridere delle cose, soprattutto di sé stesso. Era ironico senza essere mai offensivo, brillante senza essere arrogante, capace di scherzare con tutti senza ferire nessuno.

Molti lo chiamavano "il Baffo", come ha ricordato l'amico Fabrizio De Pasquale sulle colonne di Milano Post. Per me è sempre stato semplicemente Mimmo.

Oggi mi hanno raccontato che anche durante la malattia ha affrontato tutto con dignità e coraggio, continuando a scherzare con gli amici fino alla fine. Poco prima di lasciarci aveva detto: «Peccato, volevo fare un gran finale».

Da qui in avanti, però, non voglio più parlare di lui. Voglio parlare a lui.

Caro Mimmo, quel gran finale lo hai fatto davvero.

Tra le tante immagini che porterò con me di questa giornata, una mi è rimasta particolarmente impressa: la compostezza di Patrizia tua moglie. Una compostezza che non era distacco, ma amore. L'ho letta come il segno dell'orgoglio per l'uomo che sei stato, per il marito con cui ha condiviso una vita intera e per il padre che sei stato per i vostri figli. Ho visto nei suoi occhi il dolore, ma anche la forza. Quella forza silenziosa che serve per sostenere una famiglia quando tutto sembra crollare.

Ho visto una donna che, pur attraversando uno dei momenti più difficili della sua vita, ha trovato il coraggio di essere un punto di riferimento per i figli, per i parenti e per i tanti amici che oggi erano lì per salutarti.

Mentre uscivo dalla chiesa ti ho immaginato insieme a mia madre e a mio padre. Ti ho immaginato raccontare una delle tue storie, con quel sorriso ironico che riusciva sempre a strappare una risata e ad alleggerire ogni situazione.

Lasci un vuoto enorme. Ma lasci anche qualcosa di molto più importante: il ricordo di una persona perbene, generosa, intelligente e capace di voler bene agli altri senza chiedere nulla in cambio.

Ciao Mimmo. Mi mancherai.
Cara Patrizia, ti mando un grande abbraccio.

Giulio Carnevale