Il Consiglio di Stato dà ragione al Madagascar Circus: il Comune di Milano aveva citato un regolamento inesistente
Il divieto di esibizione per un solo elefante si basava su linee guida mai entrate in vigore. Il Consiglio di Stato annulla la prescrizione e richiama Palazzo Marino al rispetto delle competenze statali.
La vicenda, a tratti surreale, si chiude con una vittoria del «Madagascar Circus» e una sonora bocciatura per il Comune di Milano. Il Consiglio di Stato ha infatti accolto il ricorso del circo contro il divieto imposto da Palazzo Marino di utilizzare un solo elefante durante gli spettacoli. Secondo l’Amministrazione, un singolo esemplare non poteva essere detenuto senza un compagno, ma la fonte normativa citata a sostegno del provvedimento – le presunte linee guida Cites del 2006 – non solo non erano mai state approvate, ma non avevano alcuna validità giuridica.
Il ricorso del circo e la prima bocciatura del Tar
Tutto nasce il 2 dicembre 2022, quando il legale rappresentante del «Madagascar Circus» presenta al Comune la richiesta di autorizzazione per detenere animali in occasione di una tournée prevista tra gennaio e marzo 2023. Palazzo Marino concede il via libera, ma introduce una limitazione: il divieto di tenere un solo elefante, obbligando di fatto il circo a esibirsi con due esemplari. Il provvedimento cita come riferimento un articolo del Regolamento comunale per il benessere e la tutela degli animali, approvato nel 2020, che dichiarava di recepire le linee guida Cites del 2006.
Il circo impugna la decisione davanti al Tar Lombardia, ma il tribunale amministrativo respinge il ricorso, ritenendo legittima la posizione del Comune. A quel punto, gli avvocati del circo, Andrea Ippoliti e Franco Carlini, si rivolgono al Consiglio di Stato, ottenendo una decisione diametralmente opposta.
«Il Comune ha esorbitato dalle proprie competenze»
La IV sezione del Consiglio di Stato ha riconosciuto che la delibera comunale del 2020, e in particolare l’articolo 34 del Regolamento, è illegittima. Non solo per la debolezza della fonte, ma soprattutto per difetto di competenza: la materia relativa alla tutela e alla protezione degli animali, in assenza di una specifica disciplina statale di delega, è infatti di competenza esclusiva dello Stato. I giudici sottolineano che il Comune ha «esorbitato dalle proprie competenze» intervenendo su un ambito regolato a livello nazionale.
Le linee guida del 2006? Mai esistite ufficialmente
Il punto più imbarazzante per Palazzo Marino è però un altro: la norma alla base del divieto non esisteva. Il Consiglio di Stato ha precisato che «le linee guida del 2006 non sono vigenti», poiché le uniche approvate dalla Commissione Scientifica Cites risalgono al 10 maggio 2000 e riguardano i criteri generali per il mantenimento di animali nei circhi e nelle mostre viaggianti. Quelle del 2006, richiamate dal Comune, erano solo una bozza reperibile su Internet, mai adottata ufficialmente. A confermarlo è anche una nota del Ministero dell’Ambiente del 28 gennaio 2020, in cui si precisa che «la bozza di modifica del 2006, seppure disponibile online, non è da ritenersi ufficiale e non è mai stata adottata dal Ministero».
Una figuraccia giuridica per Palazzo Marino
La decisione del Consiglio di Stato, oltre a restituire piena legittimità all’attività del circo, rappresenta un richiamo severo nei confronti del Comune di Milano, accusato di aver fondato un atto amministrativo su una norma inesistente. Il caso evidenzia anche la necessità per le amministrazioni locali di muoversi con maggiore cautela in ambiti regolatori che restano prerogativa statale, come quello del benessere e della tutela degli animali.
L’esito della vicenda, più che un episodio curioso, solleva interrogativi inquietanti. Che il Comune di Milano abbia fondato un proprio provvedimento su una norma inesistente è già di per sé grave, ma ancor più preoccupante è che il Tar Lombardia abbia inizialmente avallato quella decisione senza accorgersene. Una svista che getta un’ombra sulla credibilità e sull’accuratezza del sistema della giustizia amministrativa, chiamato a vigilare proprio su quegli atti che, come in questo caso, si rivelano privi di qualsiasi fondamento normativo
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