Bellezza e Bruttezza alle Gallerie d'Italia di Milano: quando il brutto diventò arte, da Leonardo a Dürer |VIDEO| |GALLERY|
Dal 10 luglio al 18 ottobre, dopo il debutto al Bozar di Bruxelles, oltre cento opere da Botticelli a Dürer raccontano come il Cinquecento inventò la «bella bruttezza».
Foto: Stefano Brigati
L'uomo che stava dipingendo i volti più armoniosi della storia dell'arte occidentale, negli stessi anni, con la stessa mano, cercava il suo contrario. Studiava la bruttezza con la stessa serietà con cui studiava l'anatomia, il volo degli uccelli, il moto dell'acqua. Non per deriderla. Per capirla.
Quel foglio è alle Gallerie d'Italia di piazza della Scala, dal 10 luglio al 18 ottobre 2026, dentro la mostra Bellezza e Bruttezza. Ideale, reale, caricaturale nel Rinascimento. Curata da Chiara Rabbi Bernard con il coordinamento generale di Gianfranco Brunelli, arriva a Milano dopo il debutto al Bozar di Bruxelles, dove è rimasta dal 20 febbraio al 14 giugno ed è stata costruita mettendo insieme prestiti da una sessantina di istituzioni. A Milano il percorso si allarga: oltre cento opere — dipinti, sculture, disegni, manoscritti, arti decorative — da musei che di rado si separano dai loro pezzi: Musei Vaticani, Louvre, British Museum, Prado, Kunsthistorisches di Vienna, National Gallery of Art di Washington.
Foto: Stefano Brigati
Il periodo che inventò il canone e il suo contrario
La mostra racconta esattamente questo passaggio. Nel primo Rinascimento la bellezza è ancora una faccenda di matematica: proporzioni, armonia, l'eredità dei modelli classici. La bruttezza esiste solo come deviazione dal modello — è ciò che accade quando la natura sbaglia i calcoli. Poi, nel corso del Cinquecento, l'arte si emancipa dall'obbligo di imitare. Entra in scena l'artificio: la capacità dell'artista di trasformare, correggere, deformare la natura a piacimento. E a quel punto le due categorie smettono di essere nemiche. Cominciano a parlarsi.
Foto: Stefano Brigati
Italia contro Fiandre
Non è che gli uni cercassero il bello e gli altri il brutto. Cercavano due verità diverse. E la mostra le mette una accanto all'altra, sala dopo sala, per far vedere quanto le due tradizioni si siano osservate, copiate, provocate a vicenda. Le vecchie di Quentin Massys, con i volti segnati da una precisione che non concede nulla, stanno a poca distanza dalle dame levigate della tradizione lombarda. Non si contraddicono. Si completano: sono i due modi in cui l'Occidente ha imparato a guardare un volto.
In mezzo ai due mondi c'è la figura che li attraversò entrambi: Albrecht Dürer. Il tedesco che scese due volte in Italia per imparare dagli italiani il segreto delle proporzioni, e che passò il resto della vita a cercare di trasformare la bellezza in una formula. Misurò centinaia di corpi. Riempì taccuini di calcoli, griglie, rapporti numerici tra fronte e naso, tra spalla e anca. Costruì interi sistemi di proporzione per ogni tipo umano, compresi quelli deformi. E alla fine di tutto questo lavoro, nei Quattro libri sulle proporzioni umane, mise per iscritto la sua resa: «Cosa sia la bellezza, io non lo so». È una delle confessioni più clamorose della storia dell'arte — l'uomo che più di ogni altro aveva provato a catturare il bello con la matematica ammette che il bello, alla matematica, sfugge.
Foto: Stefano Brigati
Muse, mostri e prodigi
Da una parte Simonetta Vespucci, la donna più celebrata della Firenze medicea, morta a ventitré anni e diventata, dopo la morte, il volto stesso della bellezza: il Ritratto allegorico di figura femminile attribuito a Botticelli, del 1490 circa, arriva da una collezione privata, e forse è lei “la Venere”. Dall'altra parte Morgante, il nano di corte dei Medici, che Giambologna fuse in bronzo intorno al 1580 con una coppa in mano. Due esseri umani veri, vissuti nella stessa città, finiti agli estremi opposti dello stesso immaginario: lei musa, lui prodigio. Entrambi guardati, ritratti, collezionati. Nessuno dei due libero di essere semplicemente una persona.
In mezzo, il grottesco e la caricatura — che proprio in quei decenni, con Leonardo e Dürer, smettono di essere scarabocchi ai margini e diventano un genere con le sue regole e i suoi collezionisti. Tra le opere più curiose del percorso c'è il Folle che guarda attraverso le dita di un anonimo fiammingo noto come Maestro del 1537, in arrivo dalla Phoebus Foundation di Anversa: un buffone con il cappuccio a sonagli che si copre il volto con la mano e sbircia tra le dita aperte. Nel mondo fiammingo quel gesto era proverbiale — significava fingere di non vedere, chiudere un occhio davanti a ciò che non si vuole guardare. Il folle che ride dello spettatore, e insieme lo accusa.
L'artificio
Foto: Stefano Brigati
Le coppie mal assortite
Ed è qui che il Cinquecento tira le sue conclusioni. Se un pittore riesce a rendere magnifico un volto orribile, il quadro è bello o è brutto? La risposta dell'epoca fu netta: tutto ciò che è ben imitato dall'arte è bello. Nasce così la «bella bruttezza» — un'espressione che sembra un paradosso e invece è una dichiarazione di indipendenza. L'arte non deve più rispondere al canone. Risponde solo a se stessa.
Piazza della Scala
Alla fine si torna a quel foglio piccolissimo dell'inizio. Leonardo dedicò a un volto deforme la stessa attenzione che riservava ai volti bellissimi: lo osservò, lo disegnò con cura, lo trattò come un soggetto degno d'arte. Ed è esattamente la storia che questa mostra racconta, sala dopo sala: il momento in cui il brutto smette di essere considerato un errore della natura e conquista il diritto di stare in un quadro, con la stessa dignità del bello. Perché la vera novità del Rinascimento non fu la scoperta della bellezza — quella esisteva già, ereditata dagli antichi. Fu la scoperta che anche il suo contrario merita di essere guardato.
Info utili
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