Milano esoterica e misteriosa: il volto nascosto della città (sesta parte)
Una chiesa scomparsa, un buffone che predisse un colpo di Stato e un evangeliario perduto: tre vicende poco conosciute che raccontano il volto più enigmatico della storia di Milano.
07 luglio 2026
La chiesa dei condannati in piazza della Scala
In piazza della Scala, dirimpetto al Teatro più famoso del mondo, c'è un palazzo neoclassico con colonne ioniche e frontone in marmo che oggi ospita le Gallerie d'Italia — uno dei musei più visitati di Milano. I turisti ci entrano, girano tra i dipinti dell'Ottocento, scendono nel caveau a vedere le vecchie cassette di sicurezza in ferro battuto. Pochi sanno che quel palazzo fu costruito demolendo una chiesa. E quasi nessuno sa cosa ci fosse in quella chiesa.
La chiesa si chiamava San Giovanni Decollato alle Case Rotte. Il nome dice già tutto, o quasi. "Decollato" significa decapitato — San Giovanni Battista, la cui testa fu tagliata su richiesta di Salomè e portata su un vassoio. "Case Rotte" è il nome dell'area: lì sorgevano le case dei Della Torre, la famiglia che aveva governato Milano prima dei Visconti. Quando nel 1311 i Visconti presero il potere, le case dei Torriani furono saccheggiate e rase al suolo. Non furono mai più ricostruite. L'area rimase un vuoto nel tessuto urbano della città, un buco nel centro di Milano, e quel buco si chiamò per secoli "le Case Rotte". Fu in quel vuoto, in quel luogo già maledetto dalla storia, che nella seconda metà del Trecento si insediò la Confraternita dei Disciplini — i Flagellanti, i Battuti, i Bianchi — con il loro scopo preciso e lugubre: assistere i condannati a morte nelle ultime ore e seppellirne i cadaveri.
Nel 1390 costruirono la loro chiesa, dedicandola a San Giovanni Decollato. Era la chiesa dei giustiziati di Milano — l'unico luogo dove i condannati avevano diritto a un rito, a una preghiera, a una sepoltura. I confratelli accompagnavano il corteo verso il patibolo tenendo candele accese e cantando litanie, mostrando costantemente al condannato tavolette con immagini sacre mentre camminava con le mani legate dietro la schiena attraverso la folla dei curiosi. Dopo l'esecuzione, il boia riconsegnava il corpo alla confraternita. Secondo la pratica comune a queste confraternite, se la testa non era ancora stata separata dal busto erano i confratelli stessi a rimuoverla — e la conservavano fino al 24 giugno, festa di San Giovanni Battista, data in cui veniva data alle fiamme. Solo chi in punto di morte aveva accettato la confessione riceveva una sepoltura nella fossa comune sotto la chiesa. Gli impenitenti venivano abbandonati.
In epoca spagnola le cose si complicarono ulteriormente, perché la pena di morte non finiva con la morte. Lo squartamento era pratica comune: il corpo veniva fatto a pezzi, e i quarti spediti alle porte della città per essere appesi come monito. In quei casi alla confraternita non consegnava un cadavere ma quello che restava di un cadavere — spesso soltanto le interiora, che venivano seppellite nella fossa comune sotto il pavimento della chiesa. Il Registro dei Giustiziati, compilato dai confratelli a partire dal 1471 e conservato ancora oggi, elenca 3.124 esecuzioni alle quali presero parte. Tremila e centoventiquattro nomi, tremila e centoventiquattro cerimonie, tremila e centoventiquattro corpi o parti di corpi portati in quella chiesa e depositati nel cimitero adiacente.
La chiesa si chiamava San Giovanni Decollato alle Case Rotte. Il nome dice già tutto, o quasi. "Decollato" significa decapitato — San Giovanni Battista, la cui testa fu tagliata su richiesta di Salomè e portata su un vassoio. "Case Rotte" è il nome dell'area: lì sorgevano le case dei Della Torre, la famiglia che aveva governato Milano prima dei Visconti. Quando nel 1311 i Visconti presero il potere, le case dei Torriani furono saccheggiate e rase al suolo. Non furono mai più ricostruite. L'area rimase un vuoto nel tessuto urbano della città, un buco nel centro di Milano, e quel buco si chiamò per secoli "le Case Rotte". Fu in quel vuoto, in quel luogo già maledetto dalla storia, che nella seconda metà del Trecento si insediò la Confraternita dei Disciplini — i Flagellanti, i Battuti, i Bianchi — con il loro scopo preciso e lugubre: assistere i condannati a morte nelle ultime ore e seppellirne i cadaveri.
Nel 1390 costruirono la loro chiesa, dedicandola a San Giovanni Decollato. Era la chiesa dei giustiziati di Milano — l'unico luogo dove i condannati avevano diritto a un rito, a una preghiera, a una sepoltura. I confratelli accompagnavano il corteo verso il patibolo tenendo candele accese e cantando litanie, mostrando costantemente al condannato tavolette con immagini sacre mentre camminava con le mani legate dietro la schiena attraverso la folla dei curiosi. Dopo l'esecuzione, il boia riconsegnava il corpo alla confraternita. Secondo la pratica comune a queste confraternite, se la testa non era ancora stata separata dal busto erano i confratelli stessi a rimuoverla — e la conservavano fino al 24 giugno, festa di San Giovanni Battista, data in cui veniva data alle fiamme. Solo chi in punto di morte aveva accettato la confessione riceveva una sepoltura nella fossa comune sotto la chiesa. Gli impenitenti venivano abbandonati.
In epoca spagnola le cose si complicarono ulteriormente, perché la pena di morte non finiva con la morte. Lo squartamento era pratica comune: il corpo veniva fatto a pezzi, e i quarti spediti alle porte della città per essere appesi come monito. In quei casi alla confraternita non consegnava un cadavere ma quello che restava di un cadavere — spesso soltanto le interiora, che venivano seppellite nella fossa comune sotto il pavimento della chiesa. Il Registro dei Giustiziati, compilato dai confratelli a partire dal 1471 e conservato ancora oggi, elenca 3.124 esecuzioni alle quali presero parte. Tremila e centoventiquattro nomi, tremila e centoventiquattro cerimonie, tremila e centoventiquattro corpi o parti di corpi portati in quella chiesa e depositati nel cimitero adiacente.
Case rotte, BCI, Gallerie d'Italia. Foto: Stefano Brigati
La confraternita prosperò per secoli. Nel 1566 Carlo Borromeo — lo stesso arcivescovo che promosse una dura repressione nei presunti casi di stregoneria — la riorganizzò e la nobilitò al punto che fra i suoi membri si annoverarono il Governatore di Milano, il re di Spagna e il conte Pietro Verri. Era diventata un'istituzione rispettabile, quasi mondana, che gestiva la morte dei condannati con la stessa efficienza con cui una loggia gestisce i propri affari. Nel 1784 Giuseppe II d'Asburgo soppresse la confraternita insieme a centinaia di altri enti religiosi, e la chiesa fu sconsacrata. Per qualche decennio fu usata come archivio del vicino Palazzo Marino — gli scaffali del Comune allineati tra gli altari e le fosse comuni. Poi a inizio Novecento arrivò la Banca Commerciale Italiana.
I vertici della banca avevano deciso di dotarsi di una sede degna della loro potenza finanziaria, in una posizione strategica nel cuore della nuova area bancaria milanese. Il terreno scelto era quello della vecchia chiesa sconsacrata. Ci furono proteste — l'Associazione Artistica dei milanesi si oppose formalmente alla demolizione di un edificio storico — ma non servirono. La scelta dell'architetto Luca Beltrami, il più famoso e influente di Milano, aveva in parte lo scopo preciso di facilitare l'ottenimento delle concessioni e neutralizzare le resistenze. La chiesa fu abbattuta tra il 1906 e il 1907. Al suo posto sorse il palazzo neoclassico con le colonne ioniche e il frontone in marmo che si vede ancora oggi. Parte della facciata barocca dell'edificio demolito fu rimontata nel 1924 dall'architetto Paolo Mezzanotte sul fianco della chiesa di Santa Maria Segreta che si affaccia su via Ariosto, in piazza Tommaseo, dove si trova tuttora — quasi invisibile, quasi dimenticata, un frammento della chiesa dei condannati a morte incastonato in un altro edificio a tre chilometri di distanza.
Sotto il palazzo della banca, nel caveau, ci sono ancora le cassette di sicurezza originali in ferro battuto, oggi esposte come reperto museale. Nello stesso punto dove per quattro secoli venivano seppellite le interiora dei giustiziati, oggi si conservano opere d'arte.
I vertici della banca avevano deciso di dotarsi di una sede degna della loro potenza finanziaria, in una posizione strategica nel cuore della nuova area bancaria milanese. Il terreno scelto era quello della vecchia chiesa sconsacrata. Ci furono proteste — l'Associazione Artistica dei milanesi si oppose formalmente alla demolizione di un edificio storico — ma non servirono. La scelta dell'architetto Luca Beltrami, il più famoso e influente di Milano, aveva in parte lo scopo preciso di facilitare l'ottenimento delle concessioni e neutralizzare le resistenze. La chiesa fu abbattuta tra il 1906 e il 1907. Al suo posto sorse il palazzo neoclassico con le colonne ioniche e il frontone in marmo che si vede ancora oggi. Parte della facciata barocca dell'edificio demolito fu rimontata nel 1924 dall'architetto Paolo Mezzanotte sul fianco della chiesa di Santa Maria Segreta che si affaccia su via Ariosto, in piazza Tommaseo, dove si trova tuttora — quasi invisibile, quasi dimenticata, un frammento della chiesa dei condannati a morte incastonato in un altro edificio a tre chilometri di distanza.
Sotto il palazzo della banca, nel caveau, ci sono ancora le cassette di sicurezza originali in ferro battuto, oggi esposte come reperto museale. Nello stesso punto dove per quattro secoli venivano seppellite le interiora dei giustiziati, oggi si conservano opere d'arte.
Immagine generata con AI
Le visioni dei buffoni di Bernabò Visconti
Tra i cortigiani che gravitarono attorno a Bernabò Visconti, signore di Milano e dei domini orientali della Lombardia, alcuni portavano nomi noti alle cronache del Trecento. Di quella compagnia facevano parte anche messer Dolcibene de' Tori da Firenze, quello stesso che l'imperatore Carlo di Boemia aveva proclamato re dei buffoni, e l'aretino Braccio de' Bracci. La passione di Bernabò per i giullari era così nota che le burle crudeli che amava giocare loro erano ricordate persino nell'atto d'accusa contro di lui, fucinato nella cancelleria di Gian Galeazzo dopo l'arresto. Un poeta milanese, nel lamento composto mentre il signore languiva prigioniero nel castello di Trezzo, li ricordò con due soli versi di rimpianto: «Buffoni, giocolari ed altre genti / della tua corte erano i bei signori». Ma tra tutti, ultimo e più oscuro, c'era Medicina, detto Medesina, da Desio — un nome che i cronisti dell’epoca scrissero separando ciascuna lettera, quasi volessero sottolineare la sua stranezza: M e d i c i n a.
Di Medicina parlano quasi tutte le cronache del Trecento, quando narrano le vicende dell'arresto di Bernabò. Poco prima che la cavalleria di Gian Galeazzo entrasse in Milano, nel maggio del 1385, Medicina si avvicinò al suo signore, come preso da un presentimento, e disse — «Signore, guardate come voi andate, che il Conte è con più di cinquecentonovanta cavalli e viene così per farvi prigione». Bernabò, con la superbia che i cronisti gli attribuirono unanimemente, non prestò fede all'avvertimento e si beffò di lui. Il 6 maggio 1385, a Porta Giova, la trappola scattò. Gian Galeazzo aveva finto per anni di essere un principe devoto e timoroso, mostrandosi debole e pusillanime, facendosi deridere dagli stessi cugini, affinché lo zio abbassasse la guardia. Quel mattino, con la scusa di un pellegrinaggio al santuario di Santa Maria del Monte sopra Varese, aveva fatto convergere le sue truppe su Milano. Bernabò fu arrestato e condotto al castello di Trezzo sull'Adda, dove morì il 18 dicembre dello stesso anno.
Di Medicina parlano quasi tutte le cronache del Trecento, quando narrano le vicende dell'arresto di Bernabò. Poco prima che la cavalleria di Gian Galeazzo entrasse in Milano, nel maggio del 1385, Medicina si avvicinò al suo signore, come preso da un presentimento, e disse — «Signore, guardate come voi andate, che il Conte è con più di cinquecentonovanta cavalli e viene così per farvi prigione». Bernabò, con la superbia che i cronisti gli attribuirono unanimemente, non prestò fede all'avvertimento e si beffò di lui. Il 6 maggio 1385, a Porta Giova, la trappola scattò. Gian Galeazzo aveva finto per anni di essere un principe devoto e timoroso, mostrandosi debole e pusillanime, facendosi deridere dagli stessi cugini, affinché lo zio abbassasse la guardia. Quel mattino, con la scusa di un pellegrinaggio al santuario di Santa Maria del Monte sopra Varese, aveva fatto convergere le sue truppe su Milano. Bernabò fu arrestato e condotto al castello di Trezzo sull'Adda, dove morì il 18 dicembre dello stesso anno.
Quella stessa settimana, un altro cortigiano di Bernabò, messer Braccio de' Bracci d'Arezzo, ebbe una visione. Due giorni prima dell'arrivo delle truppe, vide un angelo scendere dal cielo: il messaggero di Dio gli additò il piccolo Mastino, figlio di Bernabò, e lo esortò a porlo in salvo in un bosco vicino. Braccio obbedì. Nel frattempo le cronache latine riferivano asciuttamente che Medicina, il buffone, aveva prelevato il ragazzo dal castello di Desio — dove si trovava in quel momento — e lo aveva condotto fino alla cittadella bresciana, mettendolo in salvo. Mastino aveva allora quindici anni. Nella spartizione del 1379, quando ne aveva nove, il padre gli aveva assegnato Brescia e la Valcamonica: era il più giovane dei figli maschi legittimi, e i fratelli maggiori, Marco, Ludovico, Carlo e Rodolfo, caddero quasi tutti nelle mani di Gian Galeazzo. Due giorni dopo la visione di Braccio, la cavalleria del nuovo signore correva per le vie di Milano.
Dopo la fuga a Brescia in compagnia del piccolo Mastino, né le cronache né i documenti milanesi diedero altra notizia del faceto cortigiano. Ricomparve a Padova, tredici anni dopo, in alcuni atti notarili. Il 21 febbraio 1398, davanti al banco del Grifo, comparve «Christoforus dictus Medecina filius quondam domini Leuterii de Corbeta de Mediolano»: viveva nella via del Duomo, non lontano dal palazzo dei Carraresi. I signori di Padova, nemici storici di Gian Galeazzo, nutrivano una speciale predilezione verso i cortigiani del vecchio signore di Milano, e Medicina aveva trovato presso di loro rifugio e fortuna. Aveva preso moglie, si era messo in società con un mercante di pietre preziose da Como, e trafficava in gemme, perle, coralli e gioielli. Affidava al socio centottanta ducati, divideva con lui danni e lucri in parti eguali, e si riservava la libertà di viaggiare — clausola che nel contratto figurava esplicitamente, quasi fosse ancora abituato a spostarsi di corte in corte, a fare il buffone, o forse, dopo la visione su Bernabò, il veggente. Ammassava ducati e fiorini trafficando in tutti i gingilli e i ninnoli dei quali si compiaceva il mondo elegante e raffinato delle corti d'allora.
Senza le profezie dei buffoni, l'intera discendenza legittima di Bernabò Visconti sarebbe stata annientata.
Dopo la fuga a Brescia in compagnia del piccolo Mastino, né le cronache né i documenti milanesi diedero altra notizia del faceto cortigiano. Ricomparve a Padova, tredici anni dopo, in alcuni atti notarili. Il 21 febbraio 1398, davanti al banco del Grifo, comparve «Christoforus dictus Medecina filius quondam domini Leuterii de Corbeta de Mediolano»: viveva nella via del Duomo, non lontano dal palazzo dei Carraresi. I signori di Padova, nemici storici di Gian Galeazzo, nutrivano una speciale predilezione verso i cortigiani del vecchio signore di Milano, e Medicina aveva trovato presso di loro rifugio e fortuna. Aveva preso moglie, si era messo in società con un mercante di pietre preziose da Como, e trafficava in gemme, perle, coralli e gioielli. Affidava al socio centottanta ducati, divideva con lui danni e lucri in parti eguali, e si riservava la libertà di viaggiare — clausola che nel contratto figurava esplicitamente, quasi fosse ancora abituato a spostarsi di corte in corte, a fare il buffone, o forse, dopo la visione su Bernabò, il veggente. Ammassava ducati e fiorini trafficando in tutti i gingilli e i ninnoli dei quali si compiaceva il mondo elegante e raffinato delle corti d'allora.
Senza le profezie dei buffoni, l'intera discendenza legittima di Bernabò Visconti sarebbe stata annientata.
Il libro dai sette sigilli raffigurato sull’Evangelario di Ariberto da Intimiano
Nel 1737, il sacerdote milanese Serviliano Latuada, mentre visitava le chiese della Lombardia alla ricerca di oggetti degni di essere censiti, nella basilica di San Giovanni Battista di Monza si imbatté nella coperta di un antico Evangeliario — un libro liturgico rivestito di metallo prezioso, che custodiva i Vangeli utilizzati nelle celebrazioni pontificali. Lo descrisse in poche parole come ”il mistico Libro chiuso co' Sigilli”. Su quel pomo dorato, tra fogliami e gemme, era riprodotto in argento uno dei simboli più enigmatici della Bibbia: il Libro dell'Apocalisse sigillato con i sette sigilli, l'oggetto che nella visione di Giovanni nessuno in cielo né in terra era degno di aprire.
L'immagine viene dal quinto capitolo dell'Apocalisse — uno dei libri più complessi e simbolici del Nuovo Testamento, oggetto di interpretazioni teologiche, artistiche ed esoteriche nel corso dei secoli. Giovanni si trova davanti al trono di Dio e vede nella sua mano destra un rotolo scritto dentro e fuori, sigillato con sette sigilli. Sette: il numero della completezza assoluta nella tradizione biblica, il numero dei giorni della Creazione, dei pianeti al tempo conosciuti, delle note musicali, delle porte dell'inferno babilonese. Sette sigilli non indicano una chiusura qualsiasi — indicano un'impenetrabilità totale, cosmica, definitiva. Il segreto che quel libro contiene non è un segreto umano: è il disegno di Dio sulla storia dell'universo, il piano che precede la creazione e che la trascende. Un angelo proclama a gran voce: chi è degno di aprire il libro e sciogliere i sigilli? E nessuno risponde. Né in cielo, né in terra, né sotto la terra. Giovanni scoppia in lacrime davanti all'impossibilità di leggere quel libro. È il pianto dell'uomo davanti all'inaccessibilità del senso ultimo delle cose — la stessa inaccessibilità che ha tormentato filosofi, alchimisti e mistici per duemila anni. I sette sigilli non sono tutti uguali. Quando l'Agnello — Cristo risorto, l'unico ritenuto degno — rompe il libro sigillato, ogni sigillo libera una nuova visione e segna una tappa del racconto apocalittico. I primi quattro sigilli danno origine ai celebri Cavalieri dell'Apocalisse: il primo cavalca un cavallo bianco ed è armato di arco; il secondo monta un cavallo rosso fuoco e brandisce una grande spada; il terzo cavalca un cavallo nero e porta una bilancia; il quarto è in sella a un cavallo verdastro, si chiama Morte ed è seguito dall'Inferno. Con il quinto sigillo la scena cambia: sotto l'altare del cielo appaiono le anime dei martiri, che chiedono giustizia. Il sesto scatena sconvolgimenti cosmici: la terra trema, il sole si oscura, la luna diventa rossa come il sangue e le stelle cadono dal cielo.
L'immagine viene dal quinto capitolo dell'Apocalisse — uno dei libri più complessi e simbolici del Nuovo Testamento, oggetto di interpretazioni teologiche, artistiche ed esoteriche nel corso dei secoli. Giovanni si trova davanti al trono di Dio e vede nella sua mano destra un rotolo scritto dentro e fuori, sigillato con sette sigilli. Sette: il numero della completezza assoluta nella tradizione biblica, il numero dei giorni della Creazione, dei pianeti al tempo conosciuti, delle note musicali, delle porte dell'inferno babilonese. Sette sigilli non indicano una chiusura qualsiasi — indicano un'impenetrabilità totale, cosmica, definitiva. Il segreto che quel libro contiene non è un segreto umano: è il disegno di Dio sulla storia dell'universo, il piano che precede la creazione e che la trascende. Un angelo proclama a gran voce: chi è degno di aprire il libro e sciogliere i sigilli? E nessuno risponde. Né in cielo, né in terra, né sotto la terra. Giovanni scoppia in lacrime davanti all'impossibilità di leggere quel libro. È il pianto dell'uomo davanti all'inaccessibilità del senso ultimo delle cose — la stessa inaccessibilità che ha tormentato filosofi, alchimisti e mistici per duemila anni. I sette sigilli non sono tutti uguali. Quando l'Agnello — Cristo risorto, l'unico ritenuto degno — rompe il libro sigillato, ogni sigillo libera una nuova visione e segna una tappa del racconto apocalittico. I primi quattro sigilli danno origine ai celebri Cavalieri dell'Apocalisse: il primo cavalca un cavallo bianco ed è armato di arco; il secondo monta un cavallo rosso fuoco e brandisce una grande spada; il terzo cavalca un cavallo nero e porta una bilancia; il quarto è in sella a un cavallo verdastro, si chiama Morte ed è seguito dall'Inferno. Con il quinto sigillo la scena cambia: sotto l'altare del cielo appaiono le anime dei martiri, che chiedono giustizia. Il sesto scatena sconvolgimenti cosmici: la terra trema, il sole si oscura, la luna diventa rossa come il sangue e le stelle cadono dal cielo.
Immagine generata con AI
Infine viene aperto il settimo sigillo, il più atteso e il più temuto. Dal silenzio che segue emergono sette angeli con sette trombe: il loro suono introduce una nuova sequenza di giudizi e segna l'inizio della dissoluzione del mondo così come è conosciuto.
Ogni sigillo è un passo verso la fine e verso l'inizio di qualcosa che non ha nome nel linguaggio umano. È per questo che nessuno era degno di aprirlo. Non perché il contenuto fosse pericoloso — ma perché chi lo apre deve essere capace di reggere il peso di ciò che viene dopo.
L'Evangeliario che custodiva questa immagine fu commissionato da Ariberto da Intimiano — arcivescovo di Milano dal 1018 al 1045, uno degli uomini più potenti d'Italia nel suo tempo, che sfidò l'imperatore Corrado II e ne pagò il prezzo con l'esilio. Ariberto commissionò due Evangeliari: il primo per la cattedrale milanese — una coperta in oro, argento sbalzato, gemme e smalti che è uno dei capolavori dell'oreficeria lombarda dell'anno Mille, sopravvissuta fino a oggi e custodita nel Museo del Duomo di Milano. Il secondo — quello con il Libro dei Sette Sigilli sul pomo dorato, quello descritto da Latuada, quello di Monza — è quello che non c'è più. Fu requisito dalle truppe napoleoniche alla fine del Settecento e portato in Francia. I due Evangeliari nacquero dalla stessa mano e dallo stesso arcivescovo, e sortirono destini opposti: uno sopravvissuto, uno disperso.
Non è in nessun museo identificato. Non è al Louvre. Non è in nessuna collezione pubblica censita. Potrebbe essere in una collezione privata, potrebbe essere stato fuso per ricavarne il metallo prezioso, potrebbe giacere in un deposito dimenticato di qualche istituzione francese. L'unica traccia che ne rimane sono le incisioni settecentesche del Giulini e del Frisi — e la descrizione di Latuada, che lo vide con i propri occhi prima che sparisse. E forse è proprio questo il suo destino. Non essere ritrovato, ma continuare ad essere cercato.
Ogni sigillo è un passo verso la fine e verso l'inizio di qualcosa che non ha nome nel linguaggio umano. È per questo che nessuno era degno di aprirlo. Non perché il contenuto fosse pericoloso — ma perché chi lo apre deve essere capace di reggere il peso di ciò che viene dopo.
L'Evangeliario che custodiva questa immagine fu commissionato da Ariberto da Intimiano — arcivescovo di Milano dal 1018 al 1045, uno degli uomini più potenti d'Italia nel suo tempo, che sfidò l'imperatore Corrado II e ne pagò il prezzo con l'esilio. Ariberto commissionò due Evangeliari: il primo per la cattedrale milanese — una coperta in oro, argento sbalzato, gemme e smalti che è uno dei capolavori dell'oreficeria lombarda dell'anno Mille, sopravvissuta fino a oggi e custodita nel Museo del Duomo di Milano. Il secondo — quello con il Libro dei Sette Sigilli sul pomo dorato, quello descritto da Latuada, quello di Monza — è quello che non c'è più. Fu requisito dalle truppe napoleoniche alla fine del Settecento e portato in Francia. I due Evangeliari nacquero dalla stessa mano e dallo stesso arcivescovo, e sortirono destini opposti: uno sopravvissuto, uno disperso.
Non è in nessun museo identificato. Non è al Louvre. Non è in nessuna collezione pubblica censita. Potrebbe essere in una collezione privata, potrebbe essere stato fuso per ricavarne il metallo prezioso, potrebbe giacere in un deposito dimenticato di qualche istituzione francese. L'unica traccia che ne rimane sono le incisioni settecentesche del Giulini e del Frisi — e la descrizione di Latuada, che lo vide con i propri occhi prima che sparisse. E forse è proprio questo il suo destino. Non essere ritrovato, ma continuare ad essere cercato.
Stefano Brigati - Redattore
Foto: Wikipedia, Museo del Duomo
07 luglio 2026
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