Milano esoterica e misteriosa: il volto nascosto della città (quinta parte)

Manfredo Settala, il canonico che costruì un demonio e lo mise sulla soglia di casa. Filippo Picinelli, il religioso che codificò in mille pagine il linguaggio cifrato di un'accademia rimasta senza nome nelle fonti storiche. Cesare Goldmann, il massone che contribuì a fondare il fascismo e che il regime, sei anni dopo, avrebbe dichiarato nemico dello Stato. Tre uomini e tre segreti nascosti nella storia della città.

Immagine generata con AI. Prompt design: Stefano Brigati

Manfredo Settala, il canonico che costruì un demonio e lo mise sull'ingresso di casa

Nel palazzo di famiglia in via Pantano, a pochi passi da San Nazaro in Brolo, un canonico della chiesa milanese aveva allestito nel corso di cinquant'anni la collezione di oggetti più straordinaria e più inquietante che la città avesse mai visto. Manfredo Settala nacque l'8 marzo 1600 da Ludovico Settala — il medico citato da Manzoni nei Promessi Sposi come colui che per primo riconobbe i segni della peste del 1630 — e fin da adolescente, quando a quindici anni visitò la collezione dei Gonzaga a Mantova, capì che la sua vita avrebbe avuto un solo vero scopo. Non pubblicò mai nulla. Non insegnò mai nulla. Strinse amicizia con Fabio Chigi — che sarebbe diventato papa Alessandro VII — e con Federico Borromeo, che lo nominò conservatore dell'Ambrosiana e lo usò come ricercatore di libri rari in tutta Europa. Ma tutto questo era la superficie. Il vero Settala viveva nel laboratorio.
Nel chiostro di San Nazaro in Brolo, dove era canonico, aveva allestito un laboratorio privato che i visitatori del Seicento descrivevano come qualcosa di mai visto. Lavorava al tornio, fondeva metalli, costruiva specchi ustori — lenti paraboliche capaci di concentrare la luce solare fino ad incendiare oggetti a distanza — cannocchiali, microscopi, strumenti ottici di precisione. Con le sue mani costruì carrozzine con cavalli e cocchieri così piccole da stare sotto l'ala di un'ape. Confessò a Walter von Tschirnhaus — uno degli inventori della porcellana europea — di essere riuscito a replicare il metodo di fabbricazione cinese. Lo chiamavano l'Archimede del nostro secolo. In un'altra epoca avrebbe fondato un'industria. Nel Seicento milanese dominato dalla cultura spagnola — che considerava il lavoro manuale cosa indegna di un gentiluomo — si limitò a tenere il laboratorio nascosto nel chiostro e a non parlarne troppo.
La collezione che accumulò nel corso della vita era organizzata in tre categorie, come Settala stesso aveva stabilito. I Naturalia — gli oggetti forniti direttamente dalla natura: denti di narvalo, zanne d'elefante, coralli, fossili, animali esotici imbalsamati, corredi rituali precolombiani portati da Costantinopoli e dalla Sicilia. Gli Artificialia — le creazioni dell'uomo: specchi ustori, sfere armillari, astrolabi, cannocchiali, orologi, microscopi. E poi i Curiosa — tutto ciò che stupisce perché è extra norma, fuori dalla norma, fuori dall'ordine del mondo conosciuto. Era in questa terza categoria che stava il pezzo più famoso della galleria, quello che i visitatori ricordavano nelle lettere e nei diari di viaggio decenni dopo averlo visto. All'ingresso della collezione, Settala aveva collocato un cassettone di legno con un busto ligneo dal volto demoniaco. Caricato a manovella, il meccanismo faceva ruotare la testa, roteare gli occhi, cacciare la lingua. E sputava in faccia ai visitatori — "in mezzo ad un enorme fragore di catene di ferro", come scrisse il filosofo francese Charles de Brosses in una lettera del 17 luglio 1739. Un canonico della chiesa milanese, conservatore dell'Ambrosiana, amico di un papa e di un cardinale, aveva costruito con le sue mani un demonio meccanico e lo aveva messo sulla soglia di casa sua per terrorizzare gli ospiti.
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Morì il 6 febbraio 1680. Sei giorni dopo, durante il sontuoso funerale in San Nazaro in Brolo, la collezione cominciò a disperdersi. Nella chiesa fu allestito un catafalco barocco decorato con oggetti prelevati dalla galleria — che a esequie terminate non tornarono più al loro posto. I Gesuiti di Brera allestirono una rappresentazione teatrale portando in processione i pezzi più significativi della raccolta: anche quelli presero strade diverse. Poi vennero le depredazioni napoleoniche. Poi i bombardamenti del 1943. Di tremila oggetti è rimasto pochissimo — disperso "sui muriccioli come la biblioteca di don Ferrante", come scrisse qualcuno con una precisione manzoniana che Settala avrebbe apprezzato. Il demonio automa sopravvisse a tutto — ma nel 1982 l'Ambrosiana lo aveva messo in vendita senza chiedere il parere vincolante della Soprintendenza. Una direttrice di museo lo riconobbe nella vetrina di un antiquario milanese, lo riconobbe e lo riacquistò. È ancora al Castello Sforzesco. L'unico pezzo rimasto dell'unica collezione della Milano barocca, e naturalmente è un demonio.
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Filippo Picinelli e l'Accademia degli Ignitorum, o degli Infuocati

Nella Milano del Seicento, nelle scuole barnabite di Sant'Alessandro, operava un'accademia il cui nome non si trova in quasi nessuna fonte storica: gli Ignitorum, detti in volgare "gli Infocati". Non un'università, non un collegio: un circolo chiuso di letterati e religiosi che aveva scelto il fuoco come proprio emblema, in un'epoca in cui il nome di un'accademia non era mai ornamentale ma sempre programmatico — un manifesto cifrato su cosa quei uomini credevano di fare con la mente. A ricordarne l'esistenza, due secoli dopo, sarà solo Serviliano Latuada nella sua Descrizione di Milano del 1737, in tre righe che rimandano a una fonte: il Mondo Simbolico di Filippo Picinelli.
Le scuole di Sant'Alessandro erano organizzate per livelli: i bambini alla grammatica di base, poi l'umanità, la retorica, la filosofia, la teologia. Le quattro Congregazioni dei Scolari — gruppi devozionali distinti per corso, ciascuno sotto il patronato di una diversa immagine della Vergine — coprivano l'intera piramide. L'Accademia degli Ignitorum stava al vertice di questa struttura: era riservata agli studenti più avanzati, quelli di filosofia e retorica, dove si sperimentava "ogni genere di testo in verso e in prosa". Non un gioco per fanciulli ma una palestra intellettuale per giovani adulti in formazione, con un nome che nel vocabolario emblematico del Seicento suonava tutt'altro che innocente.
Picinelli era un canonico regolare lateranense — un religioso legato alla vita comunitaria con voto di povertà secondo la regola agostiniana, che in tarda età sarebbe diventato abate perpetuo del monastero di Santa Maria della Passione — e aveva percorso esattamente quella traiettoria: umanità e retorica con i barnabiti di Sant'Alessandro, poi entrato nell'ordine dei Canonici Regolari a diciott'anni. Era passato attraverso le stesse aule, allo stesso livello, negli stessi anni in cui gli Ignitorum erano attivi. Quando scrisse il Mondo Simbolico, non stava documentando qualcosa che aveva sentito raccontare: stava codificando un linguaggio che aveva imparato dall'interno.
Il Mondo Simbolico fu stampato a Milano nel 1653 e tradotto in latino a Colonia nel 1687, dove circolò in tutta Europa tra predicatori, poeti, accademici e teologi. Era un'enciclopedia del simbolo di oltre mille pagine, costruita sulla convinzione che il mondo creato da Dio fosse leggibile come un libro in codice, e che compito dell'intelletto fosse imparare a decifrarlo. Il metodo era semplice nella struttura e vertiginoso nell'esecuzione: ogni oggetto naturale o artificiale diventava un repertorio di motti latini, sentenze dei padri della chiesa, imprese di principi, emblemi di accademie. Il libro non descriveva il mondo: lo traduceva.
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La sezione dedicata al fuoco è tra le più dense e inquietanti dell'opera, e basta percorrerla per capire perché un'accademia avesse scelto proprio quel simbolo — e perché quella scelta non fosse affatto innocente.
Il primo strato è il fuoco che purifica senza distruggere. L'amianto — minerale che il Seicento conosceva come sasso ridotto in sottilissimi fili e tessuto in tela — gettato nel fuoco non brucia: emerge dalle fiamme più bianco di prima. Picinelli gli assegna il motto Semper candidior, "sempre più candida", e ne fa emblema della fedeltà messa alla prova dai tormenti: più viene bruciata, più risplende. I martiri Lorenzo, Apollonia, Marciano — gettati nel fuoco dai tiranni — ostentarono intatto "il candore della loro innocenza".
Il secondo strato è il fuoco che resiste. La salamandra, animale che secondo la credenza medievale abitava le fiamme senza soggiacere ad alcuna offesa, porta nella sezione il motto Nel mezzo dell'ardor non resto offesa. Giovanni re d'Aragona se ne era servito come impresa personale, col motto Durabo — "durerò" — "dichiarandosi in tal guisa insuperabile contra ogni esterna violenza". Ma la stessa immagine, capovolta, diventa simbolo del peccatore incallito: un accademico che si firmava Pertinace aveva scelto la salamandra per dire di sé stesso che prima di cedere ai castighi sarebbe morto. Il fuoco, in Picinelli, non ha mai un solo senso: ogni emblema è una lama a doppio taglio.
Il terzo strato — il più sottile — è il fuoco nascosto. La pietra focaia contiene fuoco allo stato invisibile, che non si manifesta finché qualcosa non la colpisce: Abstrusum excutit, "fa uscire ciò che era celato". Picinelli la usa per il segreto di Dalila strappato a Sansone con la lusinga, per la virtù che si rivela solo sotto la persecuzione, per il cuore del peccatore che "non sa partorir fiamme di carità se non è duramente percosso e maltrattato". Ma la usa anche — e qui il registro cambia — per i dibattiti accademici, dove gli ingegni che si scontrano "fanno comparire le brillanti favole delle loro spiritose vivezze, come i chiari lumi di quelle verità che nell'oscuro delle ombre parevano appiattate". Il fuoco nascosto nella pietra è la conoscenza che non si lascia vedere finché non viene forzata a uscire.
È in questo sistema — dove ogni simbolo è simultaneamente teologia, psicologia morale, codice accademico e critica politica — che gli Ignitorum avevano scelto di collocarsi. Chiamarsi "del fuoco" significava rivendicare tutto questo registro in una volta sola: la purificazione, la resistenza, il segreto che esplode sotto i colpi, l'ardore che non si lascia soffocare. Un nome che a chiunque poteva sembrare devoto — il fuoco dello Spirito Santo, le lingue di Pentecoste — e che invece, letto attraverso le pagine del Mondo Simbolico, conteneva qualcosa di molto più complicato e molto meno rassicurante. Picinelli scrisse quel vocabolario da dentro, da allievo di quelle scuole e di quell'accademia. Poi, nel libro, non li nominò mai per nome.

Il massone e la nascita del fascismo

Chi attraversa piazza San Sepolcro oggi vede una piazzetta piccola e un po' anonima nel cuore di Milano, circondata da palazzi, con qualche macchina in sosta e un commissariato di polizia al numero 9. Non è il tipo di posto che invita a fermarsi. Eppure sotto quelle lastre di pietra, a meno di tre metri di profondità, ci sono i resti del Foro Romano di Milano — il centro della città antica, il punto esatto dove duemila anni fa si incrociavano le due strade principali della Mediolanum romana. 
I Romani, quando fondavano una città, la costruivano sempre secondo uno schema preciso. Tracciavano due strade principali perpendicolari tra loro: il cardo, che andava da nord a sud, e il decumano, che andava da est a ovest. Nel punto esatto dove si incrociavano costruivano il Foro — la piazza pubblica, il centro del potere, del commercio, della religione. Era il cuore della città, il punto da cui tutto il resto si misurava. A Milano quel punto era esattamente qui, in piazza San Sepolcro. Il cardo corrispondeva più o meno all'asse che oggi va da via Manzoni verso Corso di Porta Ticinese; il decumano attraversava l'area dove oggi sorge il Duomo. Il loro incrocio: questa piazza. Attorno c'erano i templi, gli edifici pubblici, i portici del mercato. Tutto sparito, sommerso da duemila anni di storia costruita sopra. I resti del Foro romano stanno a due metri e mezzo sotto il piano stradale — scoperti per caso negli anni Trenta del Novecento durante i lavori di costruzione della Torre Littoria, documentati, e poi ricoperti. Ci costruirono sopra lo stesso.
Il palazzo che si affaccia sulla piazza al numero civico 9 — Palazzo Castani, appunto — esiste dal Quattrocento, anche se a guardarlo non lo si direbbe: la facciata è stata rifatta quasi interamente nel Seicento e ha l'aspetto di una nobile dimora seicentesca qualunque. Dell'edificio originale è sopravvissuto un solo elemento visibile, l'unico che nessun rifacimento ha toccato: il portale d'ingresso, in marmo e pietra di Angera, con decorazioni in terracotta. È un portale rinascimentale, con l'arco a tutto sesto tipico dell'epoca e due medaglioni nei pennacchi laterali che raffigurano teste di imperatori romani — un omaggio, forse consapevole, alla città che stava sotto. Sull'archivolto — la fascia di pietra che corre lungo l'arco — una scritta latina: Elegantiae publicae, commoditati privatae, "all'eleganza pubblica, alla comodità privata". E sull'architrave, la trave orizzontale sopra l'ingresso, incisa in lettere greche maiuscole, un'altra frase: buona ventura. Una formula beneaugurante, di quelle che nel Quattrocento si mettevano sopra le porte delle case importanti — ma anche, nel linguaggio dell'epoca, una formula di divinazione: la "buona ventura" era l'arte di predire il futuro, leggere i segni, interpretare il destino. Difficile stabilire se fosse un augurio innocente o qualcosa di più deliberato. Di certo è lì, incisa nella pietra, da cinque secoli.
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La mattina del 23 marzo 1919, in una sala al primo piano di questo palazzo, Benito Mussolini fondò i Fasci Italiani di Combattimento — il movimento che di lì a pochi anni sarebbe diventato il Partito Nazionale Fascista e avrebbe tenuto l'Italia in pugno per vent'anni. La riunione era stata annunciata in pompa magna al Teatro Dal Verme, una delle sale più prestigiose di Milano con duemila posti a sedere — ma le adesioni erano arrivate in numero molto inferiore alle aspettative, e all'ultimo momento si decise di cambiare sede per non celebrare la nascita del fascismo davanti a una platea semivuota. La sala di Palazzo Castani fu messa a disposizione da Cesare Goldmann — industriale, interventista, e massone — presidente dell'Associazione degli Industriali Lombardi che in quell'edificio aveva la propria sede, nonché già finanziatore del giornale di Mussolini Il Popolo d'Italia. Goldmann era presente quel giorno tra i fondatori, seduto in quella sala insieme ai sansepolcristi — nome con cui sarebbero stati chiamati i partecipanti, dalla piazza in cui si trovavano. Lo stesso uomo che aveva contribuito a mettere in piedi il giornale che aveva preparato il terreno ideologico del fascismo, e che adesso prestava la sala per la cerimonia di fondazione, apparteneva a quella fratellanza segreta che il regime, una volta al potere, avrebbe dichiarato nemica dello Stato e sciolto con un decreto nel 1925. La massoneria fu la prima organizzazione che il fascismo distrusse — e il fascismo era nato in casa di un massone.
Nel 1937, quando ormai il regime era nel pieno della sua potenza, Mussolini volle riappropriarsi fisicamente di quel luogo delle origini. Il palazzo fu espropriato agli Esercenti commerciali che ne erano proprietari — in cambio fu loro data la sede di Piazza Belgioioso — e affidato all'architetto Piero Portaluppi con l'incarico di trasformare radicalmente l'intero isolato per farne un monumento al fascismo. Portaluppi progettò una torre alta e austera da affiancare al palazzo medievale — la Torre Littoria, che esiste ancora — e Mussolini venne apposta in piazza San Sepolcro a dare il primo colpo di piccone. Durante gli scavi emersero i resti del Foro Romano: ci costruirono sopra lo stesso, come era già successo mille volte in duemila anni di storia milanese.
Oggi Palazzo Castani è la sede del Commissariato Centro della Polizia di Stato. Il portale rinascimentale è ancora al suo posto, con le sue scritte in latino e in greco. Il cortile interno — colonne corinzie, archi in cotto, loggiato al piano superiore — è normalmente inaccessibile perché sede di uffici di polizia, ma durante le rare occasioni in cui viene aperto al pubblico rivela una delle corti più belle del centro di Milano, costruita nel clima culturale della corte sforzesca di Ludovico il Moro. Sotto, il Foro Romano. Sopra, la Torre Littoria. In mezzo, quella scritta greca che nessuno legge più: buona ventura.
Stefano Brigati - Redattore
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