Attilio: il poemetto grottesco che racconta una famiglia e un paese intero | PODCAST |
Nell’Italia del 1991 un bambino di nove anni decide di vivere come se ne avesse ottanta: da questo paradosso nasce lo spettacolo scritto, diretto e interpretato da Flavia Ripa, in scena a Milano al Teatro Linguaggicreativi, un viaggio teatrale tra memoria domestica, ironia e Storia che bussa alla porta.
07 marzo 2026
Italia, 1991. Nelle classifiche rimbalzano i brani di Hit Mania Dance Estate, i telefoni a mattoncino fanno capolino nelle prime tasche, e sulle coste adriatiche approdano ventimila albanesi in fuga da un mondo che crolla. È lo sfondo sul quale si staglia Quadrella, paese immaginario del Sud, microcosmo in bilico tra il rumore della Storia e il silenzio soffocante della vita domestica. In questo angolo d'Italia, mentre il mondo cambia, un bambino di nove anni compie una scelta radicale: decide di comportarsi come se ne avesse ottanta.
Con questo paradosso folgorante si apre ATTILIO, il poemetto famigliare grottesco scritto, diretto e interpretato da Flavia Ripa, in anteprima, nella sua versione definitiva, il 14 e 15 marzo 2026 al Teatro Linguaggicreativi di Milano. Non si tratta di uno spettacolo ordinario. È un atto di teatro povero, di memoria incarnata, di linguaggio che brucia — un lavoro che ha impiegato quasi un decennio di gestazione per arrivare alla sua forma definitiva, e che porta con sé cicatrici, premi, riconoscimenti e una densità artistica rara nel panorama teatrale italiano contemporaneo.
Un bambino di 80 anni: il paradosso come chiave del mondo
Attilio, il personaggio che dà il titolo allo spettacolo, è il figlio minore della famiglia Indino. Ha nove anni e un'eccentricità devastante: si veste come un nonno, mangia cibo frullato, gioca a bocce con i pensionati, si ferma al bar a fare una partita a briscola, diserta la scuola. Non viene mai visto in scena — è evocato, sussurrato, temuto e amato. È un fantasma presente, un'assenza urlante. Attilio non è un personaggio nel senso narrativo tradizionale: è una metafora in carne ed ossa, o meglio, una metafora che non ha bisogno del corpo perché il suo peso si sente ovunque.
Attilio porta in superficie ciò che nessuno vuole guardare: la paura di crescere, il desiderio di fermare il tempo, la nostalgia per qualcosa che non si è ancora vissuto. In un paese che vorrebbe ignorare la Storia che bussa alla porta — gli albanesi, Cossiga, il Festivalbar come anestetico collettivo — Attilio sceglie simbolicamente la vecchiaia, il rallentamento, il rifiuto del futuro. È, in questo senso, l'Italia stessa: un paese che si comporta da anziano quando ancora sarebbe giovane.
Cosa succede quando l'elemento più strano di una famiglia ne rivela la verità più profonda? Questa è la domanda implicita che Flavia Ripa pone agli spettatori fin dalla prima scena, senza mai rispondervi direttamente — perché le risposte, nel teatro che conta, non esistono in forma di enunciato, ma si depositano lentamente nell'anima di chi guarda e ascolta.
La famiglia Indino: un affresco grottesco del Sud Italia
Attorno al bambino invisibile ruota una famiglia che è insieme ritratto sociologico, commedia nera e dramma esistenziale. I personaggi della famiglia Indino sono quattro, e ognuno di loro incarna un archetipo che trascende la singola storia per diventare universale.
Barbara è la madre. Abita nei sogni 'italioti' — aggettivo che l'autrice usa con precisione chirurgica per indicare quella particolare miscela di aspirazione frustrata e contentamento forzato che caratterizzava l'Italia borghese di provincia degli anni Novanta. I suoi riti del pranzo, le telefonate all'amica-nemica, i piccoli drammi del quotidiano sono trattati da Ripa con quella tecnica raffinata che sta a metà strada tra la pietà e l'ironia: mai completamente sprezzante, mai completamente compassionevole. Barbara è il cuore pulsante della famiglia, e allo stesso tempo la sua prigioniera più fedele.
Armando, il padre, porta il pane e i silenzi. Sparisce nel riposino della controra — quell'istituzione sacra del Mezzogiorno pomeridiano — come per non essere visto, come per non dover rispondere. La sua presenza è una forma di assenza, la sua mascolinità si esprime attraverso l'obliterazione di sé. Armando non è cattivo, non è assente per negligenza: è semplicemente cresciuto in un mondo che non gli ha insegnato a stare.
Stefania Betulla — nome già di per sé un manifesto: l'aggiunta ribelle di una H trasforma il cognome in un gesto punk — è la figlia adolescente che parla a metà tra musica e parlato. Aspirante rapper in un paese del Sud nel 1991, dove il rap era ancora una lingua straniera, Stefania Betulla incarna la tensione tra l'appartenenza e la fuga, tra le radici e il desiderio di estirparsi. Il suo linguaggio è frammentato, ritmico, percussivo: il significante che diventa esso stesso significato, come osserva l'autrice nelle note di regia.
Infine la Nonna, con il suo sciame di moscerini della frutta — dettaglio poetico e insieme brutalmente realistico — e la sua battuta cult: 'apposto!'. Una parola sola, storpiatura dialettale di 'a posto', che dice tutto sull'adattamento, sulla resa, sull'accettazione come forma di sopravvivenza.
Una sola attrice dà corpo a tre di questi personaggi, talvolta contemporaneamente: la linea femminile della famiglia. Questo non è solo un virtuosismo tecnico — è una scelta poetica. Le donne di questa famiglia sono, in fondo, la stessa donna in epoche diverse, lo stesso corpo che si trasforma, la stessa voce che cerca di farsi sentire in spazi che non le appartengono del tutto.
Il linguaggio come arma e come canto
Uno degli elementi più originali di ATTILIO è la sua poetica linguistica. Lo spettacolo si muove in uno spazio ibrido tra parlato e cantato, tra prosa e poesia, tra dialetto e italiano standard, senza mai stabilizzarsi in nessuno di questi registri. È un testo che 'oscilla continuamente', per usare le parole dell'autrice stessa, 'in una sintesi che trascende i generi'.
La cadenza pugliese è il centro di gravità di tutto questo universo. Flavia Ripa è nata a Castellaneta, in provincia di Taranto, e porta i segni di questa provenienza con una fierezza che è parte integrante del progetto artistico.
Il linguaggio, nello spettacolo, è anche 'arma': Ripa indaga il modo in cui le parole vengono usate per ridurre il mondo a un'immagine rassicurante, per neutralizzare la complessità, per rendere tollerabile l'intollerabile. Il pettegolezzo dei vicini, le battute del prete, i mormorii sulla reputazione familiare: tutto questo è una forma di violenza simbolica sottile e capillare, che non lascia lividi ma segna profondamente. In questo senso ATTILIO dialoga con la grande tradizione della critica sociale del teatro italiano, da Eduardo De Filippo in poi, ma lo fa con un linguaggio contemporaneo e personale.
Un elemento scenico del tutto peculiare è il ruolo degli elettrodomestici: televisione, radio, telefoni diventano narratori che filtrano il mondo esterno in modo surreale. Non è una scelta casuale: nel 1991, questi apparecchi erano i canali attraverso cui la provincia riceveva segnali di un mondo che si trasformava. Il Festivalbar, le notizie sugli sbarchi albanesi, le voci politiche — tutto arriva attraverso una mediazione tecnologica che distorce e seleziona. Lo spazio domestico è claustrofobico, chiuso: il fuori entra solo attraverso queste “protesi” elettroniche e meccaniche. È una metafora della bolla informativa ante litteram, e allo stesso tempo un ricordo preciso di come si viveva.
Flavia Ripa: un'artista completa
Per comprendere appieno ATTILIO bisogna capire chi è Flavia Ripa. La sua biografia artistica è quella di una professionista che ha scelto deliberatamente la complessità: attrice, autrice, cantante, sound designer, compositrice musicale per teatro e video. Flavia si è formata tra Roma e Bologna — laurea in Scienze Umanistiche con indirizzo Cinema alla Sapienza nel 2007, Diploma in Sound Design al Centro Sperimentale di Cinematografia nel 2010, Diploma come Attrice di Prosa alla Scuola di Teatro Alessandra Galante Garrone di Bologna nel 2013 — Ripa rappresenta una generazione di artisti per i quali la separazione tra le discipline è un concetto obsoleto.
I suoi maestri — Vittorio Franceschi, André Casaca, Bob Wilson, Daniele Salvo — tracciano una genealogia significativa: dal teatro di tradizione italiana al teatro sperimentale internazionale, passando per la performance e la ricerca vocale. In ATTILIO, questa formazione eterogenea si sente in ogni scena: nella precisione corporea, nella gestione della voce come strumento melodico e percussivo, nella capacità di abitare simultaneamente più registri.
In scena, Ripa gestisce anche i pedali degli effetti sonori: è come se l'attrice e il musicista fossero la stessa persona, come se il corpo e la macchina si fondessero in un unico organismo creativo. Questo aspetto richiama esplicitamente la poetica di Grotowski — il teatro essenziale, il corpo come unico strumento, la voce come architettura dell'anima — ma lo contamina con sensibilità contemporanee e una consapevolezza tecnologica che Grotowski non aveva a disposizione.
I temi: macrostoria e microstoria
Uno degli aspetti più affascinanti di ATTILIO è la sua capacità di tenere insieme scale temporali e geografiche completamente diverse. Mentre l'Europa del 1991 attraversa trasformazioni epocali — la fine del blocco sovietico, l'emergenza migratoria, i terremoti geopolitici che ridisegnano i confini — a Quadrella la distanza più difficile da percorrere è quella tra una stanza e l'altra della stessa casa.
Questa opposizione non è una critica alla provincia, ma una constatazione antropologica: la vita si vive sempre in un doppio registro, quello della grande Storia e quello della storia minuta, personale, domestica. E spesso è proprio la storia minuta che pesa di più, che lascia le cicatrici più profonde. La crisi degli albanesi è reale e presente, ma Barbara non riesce a smettere di pensare a cosa dirà la vicina. Attilio rifiuta di crescere mentre il mondo attorno a lui cresce troppo in fretta. Stefania Betulla vuole scappare dal Sud nel momento in cui il Sud stesso è costretto a fare i conti con chi scappa verso di lui.
Il genere e lo spazio domestico costituiscono un altro asse tematico fondamentale. La casa di ATTILIO è un regno femminile: Barbara, Stefania Betulla, la Nonna sono le voci vive, le presenze corporee, le energie in conflitto. Gli uomini — Armando, Attilio stesso — esistono come presenza-assenza, come forza gravitazionale che plasma senza manifestarsi. È una scelta che rispecchia una realtà storica e culturale precisa: in molte famiglie del Sud Italia degli anni Novanta, le donne erano il centro nevralgico della vita domestica, quelle che tenevano tutto insieme silenziosamente, quelle le cui aspirazioni erano le prime a essere sacrificate.
Il pettegolezzo come forma di controllo sociale, la reputazione come moneta di scambio, il prete come figura di autorità morale informale: ATTILIO descrive un ecosistema sociale nel quale ogni individuo è costantemente sotto osservazione. In questo senso, il grottesco non è un ornamento stilistico, ma uno strumento di sopravvivenza: ridere di quello che fa male è un modo per non esserne distrutti.
Il grottesco come forma artistica e come etica
Il sottotitolo 'poemetto famigliare grottesco' merita una riflessione. Il grottesco, nella tradizione italiana, ha una storia nobile e complessa: da Ariosto a Goldoni, da Pirandello a De Filippo, il grottesco ha sempre svolto la funzione di dire la verità attraverso la deformazione, di rendere visibile l'invisibile attraverso l'esagerazione. Ripa si inserisce consapevolmente in questa tradizione, ma la reinventa con una sensibilità contemporanea.
Il grottesco di ATTILIO non è la farsa fine a se stessa, non è il teatro dell'assurdo senza radici. È un grottesco che conosce il proprio dolore, che sa da dove viene. Un teatro che vuole essere fisicamente presente, che rifiuta l'astrazione come forma di distanza protettiva.
E poi c'è la componente 'poemetto': ATTILIO è anche un testo letterario, costruito con una cura per la lingua che va oltre le esigenze della drammaturgia. Le parole sono scelte per il loro peso sonoro, per le loro associazioni, per il modo in cui si depositano nell'aria dopo essere state pronunciate. È teatro come poesia: ogni frase è ascoltata due volte, una con le orecchie e una con qualcosa di più interno e indefinibile.
Il Comitato Indino e la genesi del progetto
ATTILIO non è nato dall'urgenza, ma dalla pazienza. Flavia Ripa scrive le prime bozze nel 2018, e attorno al progetto si forma organicamente il collettivo 'Comitato Indino' — nome mutuato dalla famiglia protagonista — che riunisce Michela Carìa, entrata come prima spettatrice e diventata col tempo responsabile dei movimenti di scena, e Stefano Zullo, affiancato sin dalla fase di scrittura per la scenografia. A completare il nucleo creativo, Paola Tintinelli nel ruolo di 'complicità' — termine scelto con precisione per indicare qualcosa di più intimo di una semplice assistenza alla regia — ed Elisa Medaglia. Il riconoscimento arriva presto: Premio delle Arti Lidia Petroni nel 2018, Menzione Speciale Asti Scintille nel 2019, poi il Teatro Verdi di Milano e il festival 'A Levar l'ombra da terra' a Dalmine. Il sostegno di CTB — Centro Teatrale Bresciano — e di Argelab ha permesso a questo lavoro di lungo respiro di maturare fino alla versione definitiva che debutta al Teatro Linguaggicreativi: non una ripresa, ma il punto di arrivo di quasi dieci anni di prove, confronti e aggiustamenti.
Perché andare a vedere ATTILIO
Ci sono spettacoli che intrattengono, spettacoli che emozionano, spettacoli che fanno pensare. ATTILIO appartiene alla categoria rara degli spettacoli che fanno tutto questo insieme, e in più — forse la cosa più preziosa — lasciano un sedimento. Non si esce dalla sala con la sensazione di aver visto qualcosa: si esce con la sensazione che qualcosa sia entrato dentro di noi, senza chiedere permesso.
Per chi è cresciuto nell'Italia degli anni Novanta, ATTILIO sarà anche un viaggio della memoria: il Festivalbar, i telefoni SIP, l'estate calda di notizie che non riuscivamo ancora a capire del tutto. Ma lo spettacolo non è nostalgico nel senso consolatorio del termine. È nostalgico nel senso greco — nostos, il ritorno, e algos, il dolore: il dolore del ritorno verso qualcosa che non c'è più, o che forse non c'è mai stato esattamente come ce lo ricordiamo.
Per chi invece è giovane, per chi quegli anni li conosce solo dai racconti dei genitori o da Wikipedia, ATTILIO offrirà qualcosa di diverso: la possibilità di incontrare un'Italia che non è solo folklore o macchietta, ma sostanza umana complessa, contraddittoria, commovente.
E per tutti, c'è Flavia Ripa: un'artista che sale su un palco con niente di più che la sua voce, il suo corpo e le sue parole, e ne fa un mondo.
Stefano Brigati - Redattore
Informazioni utili
ATTILIO — Poemetto famigliare grottesco
Quando: Sabato 14 e domenica 15 marzo 2026, ore 19.00
Dove: Teatro Linguaggicreativi, Via Villoresi 28 — Milano
di e con: Flavia Ripa
Complicità: Paola Tintinelli
Movimenti di scena: Michela Carìa
Scenografia: Stefano Zullo
Produzione: CTB – Centro Teatrale Bresciano; Argelab
Biglietti
Intero: € 15
Ridotto under 26 / over 65: € 10
Ridotto under 18: € 5
Convenzionati: € 12
Gruppi (min. 10 persone): € 10 a persona
Instagram: Flavia Ripa
Sounzone: Flavia Ripa
07 marzo 2026
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