Il PD e la città immaginaria

Milano è diventata la città dei milionari, ma in Aula si recita la favola dell’inclusione. Intanto la classe media è stata espulsa dai quartieri e i più fragili restano ai margini. E il Palazzo resta blindato.

Milano, 21 luglio 2025. C’è qualcosa di irritante – e per certi versi offensivo – nel modo in cui alcuni esponenti del Partito Democratico si sono presentati nell’aula del Consiglio comunale, durante la seduta seguita all’intervento del sindaco Beppe Sala. Invece di assumersi le responsabilità politiche per un modello di città che hanno contribuito a costruire, hanno preferito indossare i panni degli idealisti, raccontando una Milano “accogliente per gli ultimi”, giusta, solidale, inclusiva. Una città che semplicemente non esiste.

La verità, sotto gli occhi di tutti, è che il centrosinistra che governa Milano da oltre quindici anni ha trasformato la metropoli in un terreno di conquista per chi può permetterselo. Il “modello Milano” ha significato gentrificazione spinta, vendita del patrimonio pubblico, politiche abitative orientate al profitto e non al bisogno. Gli affitti sono saliti alle stelle, la proprietà è diventata un miraggio per migliaia di famiglie, e la tanto sbandierata “rigenerazione urbana” ha avuto come unico effetto concreto lo spostamento forzato dei ceti medi e popolari fuori città.

Chi ha un reddito normale – un’insegnante, un tecnico, un piccolo commerciante – oggi fatica a restare a Milano. Figuriamoci “gli ultimi”, che i consiglieri del PD hanno avuto il coraggio di citare nei loro interventi come se le scelte urbanistiche della loro stessa amministrazione avessero fatto qualcosa per proteggerli. È un esercizio di cinismo notevole rivendicare accoglienza e giustizia sociale dopo aver firmato progetti immobiliari da miliardi, che hanno riempito la città di torri di lusso e spazi commerciali d’élite.

Sono le stesse persone che hanno avallato la svendita di San Siro e del suo quartiere, la privatizzazione di interi comparti urbani, lo spopolamento delle case popolari in zone “appetibili”, e che ora – con voce rotta dall’emozione – parlano di “equità” e “diritto alla città” come se stessero leggendo un volantino dei centri sociali. Ma non c’è nulla di romantico in questa narrazione. C’è solo una gigantesca ipocrisia, coperta dalla retorica.

A completare il quadro c’è il totale abbandono delle periferie, trasformate nei decenni da luoghi di vita e socialità in aree di contenimento del disagio sociale. È lì che l’amministrazione ha relegato, scientemente, i problemi che non voleva affrontare nel centro vetrina: disagio abitativo, microcriminalità, degrado urbano, carenza di servizi. Le periferie sono diventate lo specchio del fallimento del modello progressista milanese. Altro che "città dei 15 minuti": tra un municipio e l’altro passano mondi diversi, con diseguaglianze profonde e una rabbia crescente, che viene ignorata o ridotta a fastidio. I milanesi delle periferie non hanno bisogno di parole dolci, ma di risposte concrete. E queste, da Palazzo Marino, non arrivano.

A rendere ancora più surreale il racconto che la maggioranza a sostegno di Beppe Sala continua a proporre in Aula è il totale scollamento dalla realtà sul tema della sicurezza. In quindici anni di governo cittadino, il centrosinistra non ha mai fornito risposte concrete alle richieste dei cittadini su degrado urbano, violenza diffusa, furti, aggressioni e microcriminalità. Anzi, in più occasioni ha minimizzato i problemi, quando non li ha apertamente negati. Emblematica è stata la vergognosa vicenda legata al caso Ramy, in cui una parte della sinistra milanese arrivò a criminalizzare i carabinieri intervenuti per fermare l’aggressore, capovolgendo la realtà dei fatti e diffondendo un messaggio pericoloso: chi difende l’ordine e la legalità va messo sotto accusa, mentre chi delinque merita comprensione. E oggi, con la consueta arroganza, gli stessi attori politici dipingono Milano come una “città modello”, un esempio europeo di civiltà, accoglienza e progresso. Ma basta camminare in qualunque quartiere fuori dalla cerchia dei Navigli per accorgersi che il modello di cui parlano non esiste, se non nei loro comunicati stampa.

E come se non bastasse l’arroganza delle politiche urbanistiche, si aggiunge anche quella nei comportamenti istituzionali. Lo ha denunciato in modo netto il consigliere comunale di Fratelli d’Italia Francesco Rocca, che ha raccontato pubblicamente come la nomenklatura del PD abbia letteralmente “occupato” l’aula consiliare con truppe ben organizzate, piazzando amici, collaboratori e sostenitori negli spazi destinati ai cittadini. Il risultato? I milanesi interessati a seguire la seduta sono stati dirottati nella Sala Alessi o lasciati fuori da Palazzo Marino. Uno spettacolo che parla da sé, che mostra quanto questa amministrazione sia sempre più lontana dalla città reale e sempre più chiusa in un fortino autoreferenziale.

Non bastano le panchine disegnate dagli archistar o le ciclabili tra un grattacielo e l’altro a fare di Milano una città giusta. Non bastano i rendering colorati degli sviluppatori o i comunicati stampa con parole come “inclusività” e “bene comune”. Servono case a canone accessibile, spazi pubblici vivi e non vetrine da copertina, servizi di prossimità, ascolto reale dei bisogni. Ma su tutto questo il Partito Democratico ha chiuso gli occhi per troppo tempo.

E ora, nel momento in cui l’inchiesta giudiziaria mette in crisi l’intero impianto su cui si è retta questa idea di città, si ripiega sul sentimentalismo di comodo, fingendo di difendere i deboli che si è contribuito a espellere. È una mancanza di pudore politico che merita di essere chiamata per nome: faccia tosta. E chi ancora vive davvero nelle periferie, nelle case popolari, nelle zone di transito tra centro e margine, lo sa benissimo.
Giulio Carnevale