Peschiera Borromeo e la cultura del piccolo cabotaggio
Sotto la superficie degli eventi “per tutti” emerge una domanda sempre più evidente: perché una città alle porte di Milano continua ad accontentarsi di una programmazione culturale modesta, senza ambizione e senza visione?
Ci sono due modi di amministrare la cultura in una città. Il primo è usarla come leva strategica per costruire identità, attrattività, prestigio e sviluppo. Il secondo è riempire il calendario con attività di intrattenimento diffuso, laboratori, incontri e appuntamenti dal sapore condominiale, utili a occupare spazi e giornate ma incapaci di lasciare un segno reale sul territorio.
A leggere il programma di maggio presentato dal Comune di Peschiera Borromeo, la sensazione è che si sia scelta ancora una volta la seconda strada.
Sia chiaro: nessuno mette in discussione il valore delle associazioni, del volontariato, delle attività inclusive o dei momenti aggregativi. Ben vengano i laboratori per bambini, le iniziative dedicate alle fragilità adolescenziali, gli open day sportivi, i momenti di socialità nei parchi o le collaborazioni con le realtà locali. Sono attività importanti per il tessuto sociale e sarebbe sbagliato sminuirle.
Il problema è un altro: accanto a tutto questo, dov’è la cultura di spessore? Dove sono gli eventi che coinvolgono i giovani?
Dov’è la capacità di immaginare Peschiera Borromeo come una città inserita nel sistema culturale milanese e non come un piccolo centro scollegato dalla metropoli che la circonda?
Milano, a pochi minuti di distanza, ospita eventi internazionali, mostre di livello mondiale, festival, design week, concerti, cinema, arte contemporanea, innovazione, contaminazioni culturali continue. E Peschiera Borromeo cosa propone? Poetry slam, tai chi in piazza, cinepoesia, ghirlande per la pace e poesia in musica a chilometro zero.
Tutto rispettabilissimo. Ma tutto terribilmente piccolo.
Sembra il programma culturale di un Comune di provincia degli anni Novanta, non quello di una città del 2026 collocata in uno dei territori economicamente più forti d’Italia.
La verità è che da anni a Peschiera Borromeo manca qualsiasi ambizione culturale vera. Fatta eccezione per il Memorial Nando Orfei, la kermesse internazionale giovanile di arti circensi organizzato dal Piccolo Circo dei Sogni, non esiste un evento identitario capace di richiamare pubblico da fuori città. Non esiste una rassegna riconoscibile a livello metropolitano. Non esiste una strategia per intercettare i flussi culturali milanesi e portarli sul territorio. Non esiste una visione moderna della cultura come motore economico, turistico e reputazionale.
Si continua invece a galleggiare in una dimensione da “animazione territoriale permanente”, dove tutto deve essere rassicurante, piccolo, inclusivo, innocuo, senza mai osare davvero.
Eppure le risorse economiche non mancano.
Ed è proprio questo il punto politico più pesante. Perché quando una città ha disponibilità economiche importanti, i cittadini hanno il diritto di pretendere qualcosa di più di una programmazione costruita quasi interamente attorno alla biblioteca comunale, ai laboratori creativi e alle iniziative associative.
Manca il coraggio.
Manca la capacità di attrarre nomi importanti. Manca il desiderio di costruire un’identità culturale contemporanea. Manca persino la volontà di stupire. E i giovani... vadano pure a Milano, almeno non danno fastidio, verrebbe da pensare.
La cultura, a Peschiera Borromeo, sembra essere stata ridotta a un riempitivo sociale: qualcosa che deve “coinvolgere”, “fare rete”, “creare sinergia”. Parole ripetute ossessivamente in ogni comunicato istituzionale, ma che ormai suonano vuote, quasi burocratiche.
Nel frattempo, la città resta culturalmente invisibile.
E il paradosso è che Peschiera Borromeo avrebbe tutte le potenzialità per diventare un laboratorio culturale interessante: la vicinanza a Milano, Linate, il tessuto economico, gli spazi urbani, la presenza di giovani, la posizione strategica nel Sud Est Milano. Ma per farlo servirebbe una classe amministrativa capace di pensare in grande.
Invece si continua a navigare a vista, nel rassicurante recinto degli eventi “carini”, senza mai alzare davvero l’asticella.
E una città che smette di avere ambizione culturale, lentamente, smette anche di avere ambizione su sé stessa.
Giulio Carnevale
Newsletter
Pubblicità
Redazione 



















