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Un colpo nel fango, sangue tra gli alberi di Rogoredo: per gli inquirenti non fu legittima difesa

Nel bosco della droga lo sparo che spezza il silenzio, le accuse di taglieggiamenti, i venti minuti senza soccorsi e l’inchiesta che travolge l’assistente capo della Polizia di Stato Cinturrino e quattro colleghi indagati

Fango, rifiuti, tende improvvisate tra gli alberi. Siringhe abbandonate, sentieri scavati nel terreno da chi compra e da chi vende. Il boschetto di Rogoredo è una frontiera interna alla città, una zona grigia dove la legge e l’illegalità si sfiorano ogni giorno. È qui che, secondo la ricostruzione degli inquirenti, si consuma una scena che ora scuote Milano.

È il 26 gennaio. L’aria è tagliente, il terreno viscido. L’assistente capo Carmelo Cinturrino incrocia Abderrahim Mansouri, 28 anni, in un controllo di routine che secondo la Procura non è mai rimasto “routine”. Parole tese. Movimenti rapidi. Poi il colpo. Secco. Un’esplosione che rimbalza tra gli alberi e spezza il silenzio del bosco. Mansouri cade a terra, colpito alla testa.

La prima versione parla di legittima difesa: l’assistente capo avrebbe sostenuto di aver visto Mansouri estrarre una pistola e puntarla contro di lui, costringendolo a sparare per salvarsi. Ma per gli inquirenti quella scena non regge: la pistola trovata accanto al corpo è una replica a salve, sulla quale non sono state rinvenute tracce biologiche riconducibili alla vittima, bensì solo quelle del poliziotto. E secondo gli investigatori quell’arma sarebbe stata portata successivamente sul posto per avvalorare la versione difensiva dell’agente.

Le ombre sul bosco e le rivelazioni sul taglieggiamento

Il boschetto di Rogoredo non è solo lo sfondo. È la cornice miserabile di una vicenda di degrado, droga e sospetti crescenti. Non si tratta soltanto della dinamica di uno sparo. Secondo testimonianze raccolte dagli inquirenti e riferite anche da organi di stampa nazionali, Abderrahim Mansouri temeva l’agente e aveva intenzione di denunciarlo al suo avvocato per richieste di “protezione” e di denaro, droga e favori per poter operare indisturbato nell’area dello spaccio. Mansouri, raccontano le fonti, sarebbe stato taglieggiato dall’agente: richieste quotidiane di soldi e droga in cambio di una sorta di tolleranza operativa. 

Queste dichiarazioni, raccolte durante l’indagine, disegnano uno scenario ben più complesso rispetto alla versione iniziale del poliziotto. Un quadro in cui non c’è solo un confronto tra pistola e paura, ma rapporti tesi, conflitti, pressioni e sospetti crescenti.

I minuti che pesano come macigni

E poi c’è il tempo. Secondo gli accertamenti, tra lo sparo e la chiamata ai soccorsi sarebbero trascorsi oltre venti minuti. Minuti lunghissimi, mentre Mansouri era a terra, agonizzante. Un intervallo che ha dato l’avvio a iscrizioni nel registro degli indagati di quattro colleghi dell’assistente capo, accusati di favoreggiamento e omissione di soccorso per non aver riferito tempestivamente ai magistrati la presenza di testimoni e dettagli cruciali.

Gli investigatori stanno ricostruendo ogni passaggio: chi era presente, chi ha visto, chi ha parlato e chi, nei verbali ufficiali, non ha aggiunto particolari rilevanti. Alcuni testimoni avrebbero raccontato, ad esempio, di aver visto la vittima con un telefono in una mano e una pietra nell’altra, e non un’arma, mentre cercava di allontanarsi. 

Le ammissioni e la difesa

In un secondo momento, Cinturrino avrebbe ammesso di aver fatto recuperare una replica di pistola da uno zaino, spiegando di aver agito per timore delle conseguenze di quanto accaduto e ribadendo di essersi sentito minacciato. La sua linea difensiva resta quella della legittima difesa. Tuttavia, gli accertamenti finora raccolti – dalla ricostruzione delle telecamere agli esami biologici sull’arma – alimentano dubbi profondi sulla versione iniziale dell’assistente capo.

Il procuratore capo di Milano, nel presentare gli elementi raccolti dalla Procura, ha sottolineato la necessità di fare piena luce sui “terribili istanti” in cui Mansouri ha perso la vita. Ora sarà il giudice a stabilire se quel colpo sia stato davvero una reazione a una minaccia reale o parte di una vicenda più oscura, fatta di rapporti controversi, tensioni e sospetti che si intrecciano nel degrado di un bosco che è diventato simbolo di una città divisa tra controllo e illegalità.

Nessuno spazio in polizia per certi comportamenti

Il capo della Polizia Vittorio Pisani ha usato parole durissime. Ha definito l’assistente capo «un delinquente» e ha sottolineato che, se le accuse saranno confermate, si tratterebbe di un comportamento incompatibile con l’uniforme e con il giuramento prestato. Un intervento netto, senza sfumature, con cui il vertice del Dipartimento ha voluto marcare una distanza chiara tra l’istituzione e il singolo uomo finito sotto inchiesta.

Non solo. Pisani ha parlato di «pulizia fatta in casa», rivendicando la collaborazione piena con la magistratura e ribadendo che eventuali responsabilità individuali non possono e non devono macchiare il lavoro quotidiano di migliaia di poliziotti. Un messaggio rivolto sia all’opinione pubblica sia agli stessi uomini in divisa: nessuna zona grigia, nessuna copertura. Se qualcuno tradisce la legge, sarà la stessa Polizia a prendere le distanze.