Alla Triennale di Milano la più grande mostra italiana su Barber & Osgerby

Alphabet racconta trent'anni di design londinese attraverso oggetti che molti conoscono senza sapere chi li abbia fatti — dalla lampada Tab alla torcia delle Olimpiadi di Londra 2012

Photo: Stefano Brigati

Londra, metà degli anni Novanta. Due ragazzi appena usciti dal Royal College of Art aprono uno studio in East London con un'idea semplice quanto ostinata: che un oggetto ben fatto debba durare. Non solo fisicamente. Durare nel senso che, dopo anni, lo guardi ancora e non sai esattamente perché ti piace, ma non riesci a buttarlo via.
Edward Barber e Jay Osgerby, entrambi classe 1969, iniziano così. Senza manifesti, senza dichiarazioni programmatiche. Solo oggetti. Tavoli, sedie, lampade. Cose da toccare.
Trent'anni dopo, alla Triennale di Milano, quelle cose sono esposte su grandi piedistalli bianchi — quasi che qualcuno le abbia sollevate da terra per farle guardare finalmente per bene. Accanto a loro: i bozzetti, i modelli sbagliati, i campioni di materiale che non hanno funzionato. Il percorso del lavoro, non solo il risultato. È questa la scommessa di Alphabet, la retrospettiva che la Triennale Milano dedica allo studio Barber & Osgerby.
Photo: Stefano Brigati

Photo: Stefano Brigati

Partiamo dalla lampada Tab. È in mostra, ma la si trova anche in migliaia di case e studi nel mondo, e molti la usano senza sapere chi l'ha progettata. È un oggetto di alluminio pressofuso, piccola, con uno schermo ripiegato su se stesso — come una foglia piegata a metà, o un foglio di carta che non ha deciso ancora cosa vuole essere. Niente fronzoli, niente cavi a vista che facciano bella mostra di sé. La testa ruota, la luce scende senza abbagliare. Fu disegnata nel 2007 per Flos, l'azienda bresciana che in Italia sa fare luce meglio di chiunque altro. Barber e Osgerby la tengono entrambi ancora oggi sulla scrivania di casa e in studio. Il modo migliore per capire se un oggetto funziona davvero: tenerlo vicino ogni giorno per vent'anni senza stancarsi.
Poi c'è il tavolo Iris, del 2008, commissionato da Established & Sons. Qui il gioco si fa più rischioso. La forma finale — un anello sfaccettato senza inizio né fine — fu determinata da lunghe serie di studi circolari sul colore. Ogni versione era composta da un numero di componenti che andava da 36 a 60, ciascuno colorato e anodizzato singolarmente in alluminio, con un piano in vetro a bassa rifrazione per non alterare la percezione dei toni sottostanti. Cinque varianti, tiratura di dodici esemplari ciascuna. Non è un tavolo da usare ogni giorno: è un tavolo da guardare, da girare attorno. Una macchina per ragionare sul colore più che per appoggiarci sopra un bicchiere.
Photo: Stefano Brigati

Photo: Stefano Brigati

E poi c'è la torcia per le Olimpiadi 2012. È triangolare — tre lati, come le tre parole del motto olimpico (Citius, Altius, Fortius — Più veloce, Più in alto, Più forte), come i tre valori dei Giochi, come le tre volte in cui Londra li ha ospitati.  È in alluminio dorato e ha ottomila fori perforati al laser sulla superficie, uno per ciascuno degli ottomila tedofori che l'avrebbero portata attraverso il Regno Unito. I fori non sono solo simbolici: riducono il peso, permettono di vedere il meccanismo interno della fiamma e assicurano la dissipazione del calore, evitando che raggiunga il manico. Tre miliardi di persone l'hanno vista ardere in televisione durante la cerimonia d'apertura. Quasi nessuno sapeva chi l'avesse progettata. Dovevano creare qualcosa di facile da impugnare, trasparente, capace di mostrare il cuore della fiamma. Il progetto li aveva convinti che sarebbe stata la cosa migliore o la peggiore della loro carriera. È diventata la più fotografata.

Il paradosso dello studio Barber & Osgerby è questo: sono due dei designer britannici più influenti della loro generazione, eppure la loro voce si è formata in larga misura in Italia. Con Flos quasi vent'anni di lampade. Con Established & Sons i tavoli. Con Mutina le ceramiche della collezione Rivington. Raccontano di andare nelle fabbriche italiane e trovarsi di fianco a persone che lavorano nello stesso posto da cinquant'anni, nello stesso luogo in cui lavoravano i grandi del design italiano. Ci si sente fortunati, dicono. E quasi in dovere di fare meglio.
Photo: Stefano Brigati

Photo: Stefano Brigati

La mostra alla Triennale di Milano racconta esattamente questo scambio. Non solo i pezzi finali, ma i taccuini, gli schizzi, i prototipi: il dialogo continuo tra chi progetta e chi produce, tra l'idea nata in East London e le mani di Brescia o di Sassuolo.
L'allestimento, firmato dallo studio Studiomille, trasforma la Design Platform della Triennale in un teatro del progetto. Il percorso è semplice: si parte dagli anni Novanta e si arriva al 2022, un decennio alla volta. Si vede lo studio crescere, complicarsi, trovare la propria voce. Alla fine, si capisce cosa intendono con la parola Alphabet: non un elenco di lettere, ma un vocabolario di forme costruito anno per anno — curvature, colori, angoli — che è diventato inconfondibile senza mai aver alzato la voce.
Stefano Brigati - Redattore

Informazioni utili

Titolo: Edward Barber | Jay Osgerby. Alphabet
Sede: Triennale Milano — Design Platform, Palazzo dell'Arte,  Viale Emilio Alemagna, 6 — Milano
Date: 18 aprile – 6 settembre 2026
Orari: 10:30 – 20:00 (chiuso il lunedì)
Ingresso Gratuito
Curatore: Marco Sammicheli
Allestimento: Studiomille
Catalogo: Edito da Electa
Come arrivare: Metro M1 Cadorna / M2 Cadorna o Lanza; tram 1, 19; parcheggio Parco Sempione

Photo: Stefano Brigati

Photo: Stefano Brigati

Photo: Stefano Brigati

Photo: Stefano Brigati

Photo: Stefano Brigati

Photo: Stefano Brigati

Photo: Stefano Brigati

Photo: Stefano Brigati

Photo: Stefano Brigati

Photo: Stefano Brigati