Milano esoterica e misteriosa: il volto nascosto della città (prima parte)

I personaggi: alchimisti, maghi, visionari e figure controverse che hanno lasciato un'ombra cupa nella storia di Milano

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Gerolamo Cardano, il genio che fece l'oroscopo di Gesù

Milano, 1520. Un giovane studente universitario cominciò a girare di notte per le strade della città con la faccia coperta da un velo nero e il pugnale infilato alla cintura. Non era un bandito, non era un sicario. Era Gerolamo Cardano, figlio illegittimo di un matematico milanese, futuro inventore del giunto cardanico, futuro fondatore della teoria della probabilità, futuro professore di medicina nelle più prestigiose università d'Europa, e anche, contemporaneamente, uno degli spiriti più irrequieti, bizzarri e inquietanti del Rinascimento italiano. Il velo nero e il pugnale rimasero con lui per tutta la vita. Un'abitudine che non spiegò mai a nessuno.

Cardano nacque a Pavia nel 1501, figlio di una relazione clandestina tra il nobile milanese Fazio Cardano e una vedova che, rimasta incinta di lui dopo aver perso tutti e tre i figli per colpa della peste, tentò più volte di abortire senza riuscirci. La vita che cercò di sopprimere divenne una delle menti più straordinarie del Rinascimento. Gerolamo arrivò al mondo "più morto che vivo", come scrisse lui stesso nella sua straordinaria autobiografia — De Vita Propria — composta a oltre settant'anni e pubblicata postuma nel 1643. Fu uno dei documenti più singolari del Rinascimento: un'autoanalisi spietata in cui l'autore descrisse le proprie visioni infantili — immagini aeriformi di fortezze, animali, cavalieri che apparivano nell'aria senza che lui le invocasse. Non erano sogni: erano visioni da sveglio, nel mezzo del giorno, mentre intorno a lui scorreva la vita ordinaria. Per un bambino del 1500, vedere quelle figure sospese nell'aria e dissolversi lentamente significava una cosa sola: essere toccato da qualcosa che gli altri non potevano vedere. Una separazione silenziosa e permanente dal resto del mondo, che nessuna parola avrebbe potuto colmare. Descrisse poi i propri sogni premonitori, le proprie tendenze masochistiche, la propria incapacità di controllare la passione per il gioco d'azzardo con cui dilapidò più volte la sua fortuna. "Ho dilapidato contemporaneamente la mia reputazione, il mio tempo e il mio denaro," scrisse, senza scomporsi.

Ma ciò che rese Cardano una figura esplicitamente esoterica non furono le abitudini notturne o le visioni — era la certezza assoluta, mai abbandonata, che il cosmo fosse retto da forze invisibili che si potevano leggere, calcolare e prevedere. Le stelle non erano ornamenti del cielo: erano un sistema di causalità che determinava le vicende umane con la stessa precisione con cui le equazioni determinano i risultati matematici. Le leggeva entrambe con uguale competenza. Dal 1538 cominciò a pubblicare oroscopi di personaggi famosi — Francesco I, Solimano il Magnifico, Petrarca, Nerone. Poi, nel 1554, fece quello che i suoi nemici aspettavano da anni. Prese penna e calamaio, aprì i suoi testi di astrologia, e cominciò a calcolare le posizioni dei pianeti per il 25 dicembre dell'anno primo dopo Cristo, a Betlemme, a mezzanotte. Stava costruendo l'oroscopo di Gesù Cristo. Non in segreto, non in un manoscritto nascosto destinato a pochi iniziati — in un libro a stampa, destinato a circolare, destinato a essere letto da chiunque. Fu un atto di audacia assoluta, forse di follia, certamente di sfida aperta: la vita del Figlio di Dio, secondo le stelle, era stata determinata dalla posizione dei pianeti al momento della sua nascita — come quella di qualsiasi altra persona. L'Inquisizione non aveva aspettato altro.

Nel 1570, a sessantanove anni, fu arrestato a Bologna dove insegnava. Il medico più famoso d'Europa, trascinato davanti ai giudici a quasi settant'anni. Fu imprigionato, processato, costretto a inginocchiarsi davanti all'Inquisizione e a pronunciare l'abiura — a dire ad alta voce, davanti a tutti, che quello in cui aveva creduto per tutta la vita era falso. Per un uomo che aveva fondato la propria esistenza sulla certezza che il cosmo parlasse un linguaggio preciso e leggibile, rinnegarla pubblicamente dovette avere il sapore di qualcosa di peggio della morte. Fu costretto a rinunciare all'insegnamento e a bruciare oltre centoventi tra i suoi scritti, quelli considerati troppo lontani dalla verità cattolica. Decenni di pensiero gettati nel fuoco. La stessa Inquisizione che aveva bruciato i libri notò però che il reo confesso era anche il medico più bravo d'Europa, e lo lasciò andare a Roma, dove papa Gregorio XIII — suo estimatore dai tempi di Bologna — gli assegnò una pensione a vita. Fino alla fine dei suoi giorni, Cardano continuò a credere di avere un demone custode. Lo chiamava genius, nel senso classico romano — non un demone maligno nel senso cristiano, ma una presenza spirituale accompagnatrice, simile al daimon di Socrate. Una distinzione su cui si premurava di insistere, consapevole di quanto fosse pericoloso confondere le due cose. Una presenza che, sosteneva, aveva accompagnato anche suo padre prima di lui, trasmettendosi di generazione in generazione come un'eredità soprannaturale. Il genius comunicava attraverso un sibilo nell'orecchio sinistro. Solo quello. Un suono preciso, riconoscibile, che Cardano aveva imparato a interpretare nel corso di una vita intera come altri imparano a leggere le nuvole o il vento. Descrisse anche la capacità di entrare volontariamente in stati di trance che chiamava "raccoglimento" — durante i quali percepiva suoni e visioni che usava come fonte di conoscenza — senza mai chiarire del tutto se li considerasse un dono naturale o una tecnica appresa.

Morì a Roma il 21 settembre 1576, a settantaquattro anni. Aveva previsto quella data con l'astrologia — e secondo alcune fonti contemporanee, non solo la data ma anche l'ora. Negli ultimi giorni scrisse di sentirsi in perfetta salute. E allora smise di mangiare. Rimase nella sua stanza, lucido, consapevole, i libri ancora intorno a lui, e aspettò. Secondo quanto riportano alcune testimonianze dell'epoca, digiunò deliberatamente per garantire che la previsione si avverasse — perché aveva detto che sarebbe morto quel giorno, e un uomo come lui non poteva permettersi di sbagliarsi. Non sulla data della propria morte.

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Giuseppe Francesco Borri, l'alchimista che lasciò i suoi segreti incisi nella pietra

Se Cardano aveva cercato di leggere il cosmo attraverso le stelle, il suo erede spirituale del Seicento cercò di trasformarlo attraverso la materia. Giuseppe Francesco Borri nacque a Milano il 4 maggio 1627, da una famiglia nobile che vantava origini antichissime — il casato discendeva da Sesto Afranio Burro, prefetto del pretorio sotto l'imperatore Claudio. Il padre Branda era medico di fama e appassionato di alchimia e iatrochimia — la scienza che applicava l'alchimia alla medicina: fu probabilmente lui a trasmettere al figlio l'interesse per gli "arcana naturae", i segreti della natura, sin dall'infanzia. Nel 1644 il padre lo mandò a Roma, al Seminario Romano — fondato da Pio IV e affidato ai Gesuiti — uno dei maggiori istituti educativi d'Italia. Qui insegnava Athanasius Kircher, il grande cabalista gesuita, autore dell'Oedipus Aegyptiacus, uno dei massimi eruditi del Seicento. Kircher riteneva impossibile trovare la Pietra Filosofale ma non escludeva la trasmutazione dei metalli — una distinzione sottile che Borri assorbì con tutto il resto. I suoi insegnanti lo consideravano "un portento della natura per la sua capacità e memoria". Ma la sua intolleranza verso l'autorità non tardò a manifestarsi: nel marzo del 1649 guidò una ribellione di trentuno studenti contro il rettore, occupando l'istituto per tre giorni. Dovettero intervenire gli sbirri armati. Il rettore fu rimosso, ma Borri fu espulso.

Nella Roma del 1654 ebbe una visione. L'Arcangelo Michele gli apparve, disse, e gli rivelò che era destinato a riformare la Chiesa, riportandola alla purezza delle origini, e che per farlo avrebbe potuto usare qualsiasi mezzo. Sosteneva che san Michele risiedesse nel suo cuore, che la Vergine non fosse una donna ma lo Spirito Santo incarnato, e che a lui solo fosse dato di rivelare questo mistero. Si faceva chiamare prochristo e conferiva ai suoi seguaci titoli come notionalista evangelico. I suoi contemporanei lo chiamavano in altri modi: "Alchimista truffiere e Coglionatore de' curiosi", "Christo falso". Chi avesse ragione — se i devoti o i detrattori — è una domanda che le fonti lasciano aperta. Quello che è certo è che Borri aveva un talento straordinario per convincere le persone che voleva convincere. Cominciò a predicare, a raccogliere seguaci, a organizzare una piccola comunità religiosa con riti propri. L'Inquisizione aprì gli occhi. Il 2 gennaio 1661 fu condannato al rogo — ma in contumacia: era già fuggito. In piazza a Roma fu bruciata la sua effigie. Lui era già lontano.

Tornò a Milano prima di sparire in Europa come un fantasma. Per quasi un decennio girò le corti del continente: Strasburgo, Amsterdam, Copenhagen, Amburgo. Ovunque esercitò la medicina con una competenza che stupiva, ovunque coltivò i suoi studi alchemici, ovunque la voce che cercasse la Pietra Filosofale — il leggendario agente in grado di trasformare i metalli vili in oro e di produrre l'elisir di lunga vita — lo precedeva come un'ombra. Ad Amburgo, nel 1666, incontrò l'ex regina Cristina di Svezia e la iniziò all'alchimia, incassando in cambio una somma ingente. A Copenhagen aveva già convinto il re Federico III a finanziargli le sue ricerche. Che fosse un genio o un impostore, i potenti continuavano a pagare.

Nel 1670 fu arrestato a Vienna, mentre viaggiava verso Costantinopoli. Estradato a Roma, fu rinchiuso a Castel Sant'Angelo e costretto all'abiura. Ma era troppo famoso come medico per lasciarlo marcire in cella: papa Clemente X lo lasciò uscire per curare il duca d'Estrées, ambasciatore di Francia, nella sua residenza di Palazzo Farnese. La popolazione accorse per vedere il medico all'opera. Numerosi cardinali vollero le sue cure. Gli fu concesso un laboratorio alchemico dentro le mura del castello, e poi la libertà quasi completa di uscire, frequentare le corti patrizie romane, passare le notti accanto al "fornello filosofico" al palazzo Riario. Fu in quegli anni che frequentò il marchese Massimiliano Savelli Palombara, nella villa che questi possedeva sull'Esquilino. Secondo la leggenda, Borri trascorse una notte intera nel giardino della villa alla ricerca di una misteriosa erba capace di produrre l'oro. All'alba, qualcuno lo vide scomparire per sempre attraverso la porta del giardino. Lasciò dietro di sé alcune pagliuzze d'oro — frutto, secondo chi le trovò, di una riuscita trasmutazione alchemica — e una carta fitta di simboli e formule enigmatiche che doveva contenere il segreto della Pietra Filosofale. Il nobile tentò per anni di decifrare quel manoscritto, senza riuscirci. Alla fine, decise di renderlo pubblico nel solo modo che conosceva: fece incidere quei simboli sulle cinque porte della villa. Una sola sopravvisse alla demolizione dell'edificio nel 1882 — quella che oggi si trova in Piazza Vittorio Emanuele II, coperta di simboli rosacrociani, pianeti, motti in latino e in ebraico che nessuno ha mai capito. Poi Cristina di Svezia morì. E con lei morì la protezione che aveva tenuto Borri al riparo. Papa Innocenzo XII nel 1691 lo fece rinchiudere di nuovo, questa volta senza concessioni. Nel 1695 si ammalò di febbre malarica. Morì il 13 agosto, in una cella di Castel Sant'Angelo, lo stesso edificio in cui aveva tenuto il suo laboratorio, frequentato le corti, convinto papi e cardinali di essere qualcosa di straordinario — un genio, un profeta, un ciarlatano di rara intelligenza, o tutte e tre le cose insieme. Fuori, a Roma, la sua effigie era stata bruciata trentaquattro anni prima. Lui aveva resistito più a lungo del fuoco.

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Filippo Maria Visconti, il duca che aveva paura del buio e inventò i tarocchi

Davanti al simbolo di Milano — il biscione, il serpente che divora un bambino — quasi nessuno si ferma a chiedersi la cosa più ovvia: perché la capitale di uno degli stati più potenti dell'Italia medievale scelse come propria insegna un serpente? Non un leone, non un'aquila, non una croce. Un serpente. Il rettile che nella tradizione biblica è il principe del male, che nella simbologia universale è il guardiano dei segreti, che nella tradizione esoterica è il simbolo dell'iniziazione. La conoscenza che uccide e resuscita, il veleno che è anche antidoto. Le leggende sull'origine del biscione sono almeno due. La prima racconta di Uberto Visconti, antenato della casata, che si avventurò nelle paludi del lago Gerundo — un vasto specchio d'acqua malsana tra Milano, Bergamo, Lodi e Cremona — per affrontare Tarantasio: un drago serpentiforme dalla testa enorme e cornuta, dall'alito pestilenziale che causava febbri mortali, che si nutriva di bambini. Lo uccise e ne adottò l'immagine come stemma di famiglia. La seconda dice che fu Ottone Visconti, arcivescovo di Milano nel XIII secolo e capostipite della signoria viscontea, a strappare il biscione dallo scudo di un guerriero saraceno ucciso in battaglia durante le Crociate, portandosi a casa l'insegna del nemico come trofeo di guerra. Lo storico francese Michel Pastoureau ha avanzato una terza ipotesi, più sobria: che il nome della famiglia derivasse dal territorio di Angera — comune sul Lago Maggiore, il cui nome latino Anguaria richiama anguis, serpente in latino — e che il biscione fosse fin dall'inizio un'arma parlante della casata, un gioco di parole araldico a cui le leggende furono aggiunte secoli dopo per nobilitare un'origine troppo semplice. Se fosse così, non sarebbero stati i Visconti a scegliere il serpente — ma il serpente a scegliere loro.

I Visconti avevano il serpente nel sangue, non solo nello stemma. E nessuno lo dimostrò meglio di Filippo Maria, l'ultimo duca della dinastia, che governò Milano dal 1412 al 1447 e che il suo stesso segretario, Pier Candido Decembrio, descrisse in una biografia rimasta senza uguali come documento di psicologia rinascimentale. Chiuso quasi sempre nel Castello di Porta Giovia — quello che oggi conosciamo come Castello Sforzesco — usciva di rado e mal volentieri. Ma non era un uomo debole. Era qualcosa di più inquietante: un uomo che aveva fatto della dissimulazione il proprio metodo di governo. La politica era per lui una cosa sola — trarre alla luce i segreti degli altri e seppellire i propri in un'oscurità inaccessibile. Trattava i suoi sudditi come "un serraglio di bestie domestiche e selvatiche", costringendoli con artifici sottili e crudeli a rivelarsi. Un solo tratto non riuscì mai a dominare: una vena che gli si gonfiava sul basso della fronte quando era preso dalla collera — l'unico momento in cui il controllo cedeva, l'unico segno che dietro quella maschera di pietra ci fosse qualcosa che bruciava. E non si fece mai ritrarre: vietò a qualsiasi pittore di riprodurre le sue fattezze. La sola immagine autentica che abbiamo è la medaglia del Pisanello, ottenuta di nascosto. Un uomo che governava uno degli stati più potenti d'Italia senza mai mostrare il proprio volto.

Quando scendeva la notte, cominciava per lui un'altra vita: quella dei terrori. Il silenzio e il buio, soprattutto nelle notti invernali di luna nuova, gli producevano uno spavento indicibile. Attorno al suo letto collocava i giacigli dei camerieri — da ogni parte temeva i fantasmi. Ad ogni minimo scricchiolio o rumore sospetto, cambiava letto e camera, spostando le guardie in nuove posizioni di veglia. Temeva i fulmini con un'intensità che sfiorava la psicosi: alle prime avvisaglie di un temporale si ritirava nelle stanze più interne del castello, lontano dalle finestre, e non ne usciva finché il cielo non era tornato completamente sereno. Eppure, questa stessa paura viscerale del cielo burrascoso — il tuono, il lampo, la forza indomabile degli elementi — lo aveva reso un patrono entusiasta dell'astrologia. Come Cardano un secolo dopo di lui, come i druidi sul Nemeton millenni prima, Filippo Maria credeva che il cielo parlasse, che le stelle e i pianeti determinassero il destino degli uomini con la stessa certezza con cui il fulmine spacca le querce. Teneva astrologi di corte, li consultava regolarmente, ne pesava le previsioni come un generale pesava le informazioni delle sue spie.

In questo contesto maturò quello che accadde tra il 1415 e il 1420, quando Filippo Maria commissionò al suo segretario Marziano da Tortona — erudito, cultore dei classici e umanista — un mazzo di carte del tutto particolare. Marziano creò qualcosa di mai visto: un mazzo in cui ai quattro semi tradizionali si aggiungevano sedici figure superiori, ciascuna rappresentante una divinità classica con precisi valori allegorici. Le aquile erano comandate da Giove, Apollo, Mercurio ed Ercole — le virtù. I falconi da Giunone, Nettuno, Marte ed Eolo — le ricchezze. Le tortore da Diana, Vesta, Pallade e Dafne — le castità. Le colombe da Venere, Bacco, Cerere e Cupido — i piaceri. Era un sistema cosmologico completo tradotto in carte da gioco: un universo simbolico tascabile. I mazzi viscontei sopravvissuti sono i più antichi esemplari di questo tipo di carte esistenti al mondo, e rappresentano quasi certamente un precursore diretto di quello che nei decenni successivi sarebbe diventato il tarocco nella forma che conosciamo oggi.

Alle domande sulla successione aveva risposto che "dopo di lui tutto avesse a rovinare". Nei giorni finali rinunciò alle cure. Nella notte tra il 12 e il 13 agosto 1447 chiese di essere voltato con il viso rivolto al muro. E poco dopo morì. Isolato e sdegnato, così come era vissuto. Milano, il serpente, il duca che non si faceva vedere e aveva paura del buio: da qui vennero le carte con cui ancora oggi milioni di persone tentano di leggere il futuro.

Stefano Brigati - Redattore
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