L'UFO di Mussolini: un segreto di Stato lungo novant'anni

Giugno 1933: un oggetto sconosciuto si schiantò tra Magenta e Vergiate. Il Duce impose il silenzio assoluto. La storia rimase sepolta per novant'anni, finché, nell'estate del 2023, un funzionario dell'intelligence americana la riportò alla luce davanti al Congresso degli Stati Uniti.

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Priorità su tutte le priorità

È la mattina del 13 giugno 1933. I cieli della Lombardia sono grigi, come spesso accade in quella stagione di mezzo in cui la primavera non ha ancora ceduto il posto alla calura estiva. Qualcosa attraversa le nuvole ad alta velocità, perde quota, si schianta in un campo tra Vergiate e Magenta, non lontano da quella che diventerà la grande piana di Malpensa. Chi si trova nei dintorni vede e sente. Ma in Italia del 1933 quello che si vede e si sente, se il regime non vuole, non esiste.

Alle sedici dello stesso giorno, dalle telescriventi dell'Agenzia Stefani — la voce ufficiale del regime, l'ANSA del Ventennio — parte un telegramma classificato con la dicitura che lascia poco spazio all'interpretazione: «Riservatissimo — lampo — priorità su tutte le priorità». Il testo è asciutto, perentorio, mussoliniano: "D'ordine personale del Duce disponesi assoluto silenzio su presunto atterraggio su suolo nazionale a opera aeromobile sconosciuto. Previste max pene per trasgressori fino a deferimento tribunale sicurezza dello Stato. Direzione affari speciali."
Un'ora e sette minuti prima, alle 14.53, un secondo telegramma aveva già dato l'ordine di arrestare immediatamente la diffusione della notizia, citando esplicitamente un primo dispaccio delle sette e mezza del mattino in cui la notizia era già circolata. La macchina della censura, dunque, si era messa in moto con una velocità che lascia intendere quanto il fatto fosse stato considerato grave. Grave, e soprattutto incomprensibile. Perché quello che era caduto sul suolo lombardo non assomigliava a niente di noto.
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La campana e i due corpi

I testimoni che riuscirono ad avvicinarsi prima che l'area venisse sigillata dall'OVRA, la polizia segreta fascista, descrissero un oggetto metallico di circa dodici metri, dalla forma singolare: cilindrico, con una strozzatura prima del fondo, simile a una campana o a una ghianda. Sulla fiancata, una serie di oblò da cui uscivano luci bianche e rosse. Non era un aereo. Non era un dirigibile. Non era niente che un pilota della Regia Aeronautica — la più moderna d'Europa in quegli anni, orgoglio del regime — avesse mai visto volare.

Tra i rottami vennero trovati due corpi. Erano alti un metro e ottanta, con i capelli chiari e gli occhi chiari, la pelle descritta come "diafana". Furono prelevati insieme ai resti del velivolo e trasferiti a Vergiate, nei capannoni della SIAI-Marchetti, la Società Idrovolanti Alta Italia, costruttrice dei velivoli militari del regime, un luogo sicuro, discreto, tecnologicamente attrezzato, già sotto il controllo della Regia Aeronautica. Lì i corpi furono immersi nella formalina. 

Mussolini fu informato immediatamente. La sua prima interpretazione fu pragmatica, e racconta molto della paranoia che governava le relazioni tra le grandi potenze in quell'autunno della pace europea: quei due corpi, biondi e alti, gli sembravano tedeschi. Qualcuno, in Germania, aveva costruito qualcosa di straordinario e non voleva che l'Italia lo sapesse. Il Duce temette — o sperò — di avere davanti a sé la prova di un vantaggio tecnologico altrui. E decise che quel vantaggio andava studiato, non denunciato.
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Il Gabinetto dei misteri

Nacque così il Gabinetto RS/33. Le iniziali stavano per Ricerche Speciali; il numero era l'anno di fondazione. Come sede operativa venne indicata l'Università “La Sapienza” di Roma. Come presidente nominale fu scelto Guglielmo Marconi — Premio Nobel per la fisica, presidente della Regia Accademia d'Italia, fascista convinto, scelto su proposta del filosofo Giovanni Gentile per il suo prestigio e per la sua fedeltà al regime.

La scelta di Marconi non era soltanto politica. Aveva una logica interna che, con il senno di poi, risulta quasi beffarda. Da anni il grande inventore sosteneva pubblicamente di ricevere segnali radio di origine sconosciuta, segnali con lunghezze d'onda che nessun apparecchio dell'epoca avrebbe potuto generare. Nel 1920 aveva dichiarato di aver individuato una lettera dell'alfabeto Morse in una di quelle trasmissioni intercettate. Il 15 dicembre 1931, appena diciannove mesi prima del caso Magenta, aveva detto all'Evening Standard di Londra: "Ammesso che le stelle siano abitate da esseri intelligenti, che abbiano una natura simile alla nostra, non vedo perché non dovremmo comunicare con loro tramite le onde hertziane." Un uomo che cercava messaggi dallo spazio era, nell'ottica del regime, la scelta naturale per studiare un oggetto caduto dallo spazio.
Con Marconi sedevano al tavolo del Gabinetto RS/33 due dei personaggi più potenti dell'Italia fascista: Galeazzo Ciano, genero del Duce e ministro degli Esteri, e Italo Balbo, eroe dell'aviazione, trasvolatore dell'Atlantico, considerato il numero due del regime. Il gabinetto operava sotto la copertura dell'OVRA, con il compito di raccogliere, studiare e occultare qualsiasi evidenza di velivoli non convenzionali che solcassero i cieli italiani.
Ma Marconi, è bene precisarlo, non partecipò mai fisicamente alle riunioni. Nel 1933 stava compiendo il giro del mondo in una serie di esperimenti sulla radiotelegrafia. Era il presidente nominale di un organismo di cui probabilmente sapeva poco, o al quale preferiva non avvicinarsi. Morì nel 1937 senza aver mai parlato pubblicamente di Magenta. Come quasi tutti gli altri protagonisti di questa storia.
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I morti che sapevano

Perché è qui che la vicenda assume un sapore che va oltre il mistero: tra i membri e i testimoni del Gabinetto RS/33, i morti sono tanti, e quasi tutti prematuri. Italo Balbo fu abbattuto sopra la Libia nel luglio del 1940 da batterie antiaeree italiane, "per errore". Galeazzo Ciano fu processato e fucilato nel gennaio del 1944 per essersi opposto al suocero nel momento in cui il Duce aveva ormai perso la guerra. Giovanni Gentile, il filosofo del fascismo che aveva proposto la fondazione del Gabinetto, fu assassinato dai partigiani nell'aprile del 1944. Marconi era già morto. Degli uomini che sapevano, alla fine della guerra non restava quasi nessuno.

E c'era anche un certo Moretti. Il suo nome compare in una lettera riservata dell'Agenzia Stefani, indirizzata a un non meglio identificato "Alfredo", probabilmente un giornalista. La lettera porta la stessa misteriosa sigla "f" che identifica il mittente di tutti i telegrammi del 13 giugno. Il tono è quello di chi consiglia a un amico di non ficcare il naso dove non deve: "Del caso Moretti non si può parlare che a quattr'occhi data la delicatezza e la particolarità della vicenda. Se mi chiedi consiglio eccolo: non dire a nessuno — ripeto nessuno e ciò comprende anche i parenti più stretti — quanto hai visto. Posso assicurarti che un caso analogo precedente si è concluso con il ricovero in manicomio." Una seconda lettera conferma che Moretti, testimone scomodo dell'atterraggio, era stato effettivamente rinchiuso in un istituto psichiatrico. Il nome ricompare anni dopo nei documenti della SIAI-Marchetti come dirigente dello stabilimento di Vergiate — quello stesso capannone in cui il relitto era custodito — e di nuovo nel maggio del 1943, quando la Guardia nazionale repubblicana segnala "certi Moretti e Tiferi da Sesto Calende" come partigiani clandestini. È lo stesso uomo? Forse. Ma quella è una domanda a cui nessuno ha mai risposto.
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Dal Lago di Garda alla Gestapo

Il Gabinetto RS/33 lavorò dal 1933 al 1941. In quegli anni i suoi rapporti registrarono decine di avvistamenti sul territorio italiano, segnalati dai prefetti del regno direttamente al Capo del governo. I velivoli venivano definiti con l'eufemismo tecnico di VNC — Velivoli Non Convenzionali — e la linea ufficiale era sempre la stessa: si trattava di prototipi segreti di potenze straniere, probabilmente inglesi o francesi. L'ipotesi che potessero essere "strumenti di volo interspaziale" fu evocata dal Gabinetto solo in un paio di occasioni, secondo quanto riporta la fonte anonima che avrebbe consegnato i documenti sessant'anni dopo.
Nel 1941, tuttavia, accadde qualcosa. Con l'entrata in guerra dell'Italia a fianco della Germania nazista e il consolidarsi dell'Asse Roma-Berlino, i fascicoli del Gabinetto RS/33 finirono nelle mani della Gestapo. I tedeschi avevano già nel cassetto un programma simile, avviato proprio in quell'anno: ingegneri e piloti — tra cui l'ingegnere milanese Giuseppe Belluzzo, che lo avrebbe confessato pubblicamente negli anni Cinquanta — lavoravano alla costruzione di velivoli discoidali. Le V-7, i dischi volanti del Terzo Reich, la cui esistenza fu confermata dal fisico tedesco Hermann Oberth. Anche un progetto italiano rimase nel cassetto, non realizzato: si chiamava Discomet. I disegni tecnici dettagliati di quel velivolo discoidale furono redatti tra il 1944 e il 1945 nell'area del Lago di Garda da un ingegnere dell'aeronautica repubblicana. Decenni dopo, sua figlia li consegnò a un ricercatore ufologico italiano, che li rese pubblici. 
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Il Papa, la CIA e il capannone in fiamme

E qui entra in scena il Vaticano. Secondo la ricostruzione degli ufologi del CUN, Mussolini aveva confidato a Papa Pio XII l'esistenza del relitto di Vergiate. I rapporti tra il Duce e la Santa Sede erano stati ottimi negli anni del Concordato, ma l'alleanza con Hitler li aveva incrinati. Quando gli Alleati risalirono la penisola nel 1944, Pio XII avrebbe informato l'OSS americano — il servizio segreto che sarebbe diventato la CIA — dell'esistenza delle casse di Vergiate. Gli americani avrebbero recuperato tutto: il relitto, i corpi sotto formalina, i documenti del Gabinetto RS/33. E avrebbero portato il materiale negli Stati Uniti.
Il 17 marzo 1943, alcuni mesi prima della caduta del regime, un capannone dello stabilimento SIAI-Marchetti di Vergiate era andato a fuoco. Coincidenza? Copertura? Distruzione preventiva di prove? Nessuno lo sa. Quello che è certo è che nessuno dei materiali citati dai documenti è mai stato ritrovato in Italia.
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Mister X e il Congresso americano

Questa storia rimase nell'ombra per oltre sessant'anni. Riemerse nel 1996, quando Roberto Pinotti, presidente del Centro Ufologico Nazionale, cominciò a ricevere buste da un mittente anonimo che i ricercatori ribattezzarono "Mister X". Le buste arrivavano da Forlì — curiosamente, una delle città di origine dell'Agenzia Stefani, l'ente che aveva gestito la censura del 1933. Contenevano documenti dattiloscritti, telegrammi, lettere su carta intestata del Senato del Regno. Pinotti non li pubblicò subito. Li tenne nel cassetto, convinto che fossero falsi. Solo nel 1999 arrivò una seconda lettera con ulteriori dettagli, poi una terza. Nel 2000, al World UFO Symposium di San Marino, Pinotti e il suo collaboratore Alfredo Lissoni presentarono il caso al mondo.

Prima di farlo, Pinotti aveva commissionato una perizia forense al Tribunale di Como. La carta e l'inchiostro dei documenti, secondo quella perizia, risalivano effettivamente agli anni Trenta. Non si trattava di documenti scritti ieri su carta vecchia. Non almeno secondo l'esame fisico del materiale.
I critici, a partire dagli analisti del CICAP e del CISU — il Centro Italiano Studi Ufologici — replicarono che datare la carta non significa autenticare il contenuto. I documenti, dissero, presentavano anomalie imperdonabili per chiunque conoscesse davvero il regime: nessun numero di protocollo, nessun timbro, nessuna catena gerarchica verificabile. Il fascismo era ossessionato dalla burocrazia — ogni carta aveva il suo numero, ogni ufficio il suo timbro, ogni ordine la sua firma. Questi documenti non avevano nulla di tutto questo. L'errore fatale dei falsari, conclusero, era stato sottovalutare la burocrazia. 
La storia sarebbe probabilmente rimasta confinata nei convegni ufologici se non fosse accaduto qualcosa di inatteso nell'estate del 2023. David Grusch, ex ufficiale dell'aeronautica militare americana, veterano decorato in Afghanistan, per tre anni alla guida della Task Force del Pentagono sui fenomeni aerei non identificati, testimoniò sotto giuramento davanti a una commissione della Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti. Dichiarò che il governo americano era in possesso di veicoli di origine non umana recuperati nel corso dei decenni. E aggiunse che il caso più antico di cui era a conoscenza riguardava un oggetto recuperato in Italia nel 1933, poi acquisito dagli Stati Uniti nel 1944 o nel 1945 con l'assistenza del Vaticano. 
L'eco delle sue dichiarazioni costrinse l'Archivio Apostolico Vaticano a una smentita ufficiale nel giugno del 2024. Il Pentagono non confermò nulla. Grusch dichiarò di essere sotto minaccia di ritorsioni legali per aver parlato.

Nel novembre del 2025, a Baveno, sul Lago Maggiore, si tenne il simposio annuale della Sol Foundation — un think tank internazionale fondato da scienziati, ex militari e analisti dell'intelligence americana per studiare i fenomeni aerei non identificati. Tra i quasi cinquecento partecipanti sedevano astrofisici, ingegneri aerospaziali e veterani dei servizi segreti. E sedevano anche, in quella stessa sala, un nipote e un pronipote di persone che avevano visto qualcosa nei campi tra Magenta e Vergiate nel giugno del 1933. Novantadue anni dopo, i discendenti di quei testimoni erano ancora lì a cercare una risposta che il regime aveva sepolto con i suoi segreti. 
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Tre ipotesi e una frase del 1941

Rimane da chiedersi cosa sia davvero accaduto quella mattina di giugno tra Magenta e Vergiate. Le ipotesi sono fondamentalmente tre, e nessuna esclude completamente le altre.
La prima: i documenti sono autentici, qualcosa di non identificato precipitò davvero, e la storia è esattamente quella che Pinotti racconta. In questo caso il caso di Roswell del 1947 — il grande mito fondativo dell'ufologia mondiale — non sarebbe il primo, ma il secondo. E il primo sarebbe italiano.

La seconda: i documenti sono falsi, costruiti da qualcuno con accesso a carta d'epoca e a una conoscenza approfondita della burocrazia fascista, ma non abbastanza approfondita. Un falso elaborato, forse capolavoro di un falsario colto, che ha ingannato perizie forensi e conquistato risonanza mediatica internazionale.

La terza, la più interessante dal punto di vista storico: i documenti riflettono avvistamenti e allarmi reali che il regime gestì con la consueta censura, ma il relitto extraterrestre è una costruzione successiva — un'amplificazione narrativa applicata a fatti più banali, un prototipo straniero, un aereo sperimentale, un meteorite anomalo, che nessuno volle dichiarare pubblicamente per ragioni di sicurezza nazionale.

Quello che è certo, e che non dipende dall'autenticità di nessun documento, è questo: nel 1933 nei cieli lombardi qualcosa turbò abbastanza il regime da far scattare una censura immediata, sostituire i funzionari pubblici in carica e rinchiudere almeno un testimone in manicomio. Che si trattasse di un disco alieno o di un prototipo segreto, il panico era reale. E il silenzio fu assoluto.
C'è un'ultima cosa, un dettaglio che nessuna analisi riesce a mettere del tutto da parte. Il 23 marzo del 1941, durante un discorso pubblico, Mussolini pronunciò una frase apparentemente bizzarra: "È più probabile che gli Stati Uniti vengano invasi da ignoti ma bellicosi abitanti del pianeta Marte, che scenderanno dallo spazio stellato su immaginarie fortezze volanti, piuttosto che dai soldati dell'Asse."
In superficie era una provocazione politica, retorica fascista di guerra, il Duce che derideva il nemico americano evocando l'immagine delle invasioni marziane — resa celebre nel 1898 dal romanzo “La guerra dei mondi” di H.G. Wells, e ancora freschissima nella memoria collettiva dopo che nel 1938 Orson Welles ne aveva trasmesso una versione radiofonica così realistica da scatenare il panico negli Stati Uniti. Nessuno ci fece caso più di tanto.

Ma poteva anche essere, per chi volesse leggerla così, la frase di un uomo che aveva visto qualcosa. O che sapeva che qualcosa, otto anni prima, era caduto dal cielo in Lombardia.
Stefano Brigati - Redattore
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