Pellizza da Volpedo alla GAM di Milano: il Divisionismo e la forza della luce |VIDEO| GALLERY|
Un viaggio nella visione di un artista che trasformò la pittura in impegno sociale. Dalla vita rurale al sogno collettivo del Quarto Stato, la storia di chi fece della bellezza un atto di giustizia.
A più di cent’anni dalla prima monografica milanese dedicata a Giuseppe Pellizza da Volpedo, allestita nel 1920 presso la Galleria Pesaro, che aveva sede in via Manzoni 12, dove oggi si trova il Museo Poldi Pezzoli, Milano torna a rendere omaggio all’artista piemontese (Volpedo, 1868 – 1907) con la mostra “Pellizza da Volpedo (1868-1907). I capolavori”, ospitata alla Galleria d’Arte Moderna dal 26 settembre 2025 al 25 gennaio 2026. Attiva dal 1917 al 1937, la Galleria Pesaro fu uno dei centri più vivaci della cultura artistica milanese fino alla tragica scomparsa del suo fondatore, Lino Pesaro, ebreo, che si tolse la vita a causa delle persecuzioni razziali. La nuova esposizione alla GAM, museo che custodisce non solo il suo capolavoro Il Quarto Stato ma anche altre opere di grande rilievo della sua produzione, restituisce così alla città un legame di memoria e luce con uno dei maestri più puri del Divisionismo italiano. Allestita tra il pianterreno e il primo piano della Villa Reale, l’esposizione si apre come un racconto in tre atti: la formazione realista, la scoperta luminosa della tecnica divisionista e, infine, l’abbraccio totale a un’arte sociale, tesa a dare voce e dignità a chi, fino ad allora, ne era privo.
Photo: Stefano Brigati
È un cammino che trova la sua vetta in “Il Quarto Stato”, opera-simbolo non solo della mostra, ma dell’intera vicenda artistica e morale di Pellizza. Tutto, nei suoi lavori precedenti, sembra condurre a quella marcia di uomini e donne verso la luce, come se ogni studio e ogni pennellata fossero un passo preparatorio verso quella visione finale. Le sale della GAM si trasformano così in un laboratorio di luce e coscienza, restituendo al visitatore la parabola interiore di un artista che fece della pittura la propria etica.
Photo: Stefano Brigati
La vita breve e drammatica di un pittore-sociologo
Giuseppe Pellizza nacque a Volpedo, in provincia di Alessandria, nel 1868, da una famiglia di agricoltori agiati. Eppure, la sua indole era tutt’altro che serena: curiosa, inquieta, animata da una fame instancabile di conoscenza che lo portò da Milano a Bergamo, da Firenze a Genova, sulle tracce del senso più profondo della pittura. All’Accademia di Brera venne attratto dalle cadenze malinconiche della Scapigliatura; a Firenze respirò il realismo lirico di Silvestro Lega; a Genova trovò il silenzio operativo necessario per formare un linguaggio tutto suo.
Quando tornò a Volpedo, scelse di aggiungere “da Volpedo” alla firma, come pegno d’amore verso la terra che lo aveva generato e che volle sempre rappresentare. Non fu un ritorno provinciale, ma una scelta ideologica: vivere accanto ai contadini, ai lavoratori, agli umili. «Per ritrarli – sosteneva – bisogna conoscerli, e per conoscerli bisogna vivere come loro». Non era una posa, ma una fede.
Photo: Stefano Brigati
Nel 1892 sposò Teresa Bidone, una giovane contadina del luogo. Da lei trasse serenità, equilibrio, e il volto che immortalò nella donna centrale del Quarto Stato. Ma la vita, che gli aveva donato tanto, gli tolse tutto in un colpo solo: nel 1907 perse prima il suo terzogenito, poi Teresa, morta di parto. Travolto dal dolore e dalla depressione, il 14 giugno di quello stesso anno, Pellizza si tolse la vita nel suo studio di Volpedo. Aveva solo trentotto anni.
Photo: Stefano Brigati
Luce e ideali: il linguaggio del Divisionismo
La mostra restituisce con chiarezza la portata rivoluzionaria della sua adesione al Divisionismo. Non una tecnica, ma una visione del mondo: scomporre il colore per ricomporre la verità, liberare la luce perché diventi portatrice di senso. La tecnica, mutuata dal Neo-impressionismo francese, consisteva nel disporre sulla tela piccoli filamenti o punti di colore puro, lasciando che fosse l’occhio dello spettatore a compiere la sintesi luminosa. Ma per Pellizza non si trattava di un esercizio ottico: era un atto morale. La luce diventava strumento per esprimere il risveglio, la dignità, la speranza collettiva. Le pennellate divisioniste, rigorose e misurate, costruiscono corpi solidi e vibranti, figure che non si dissolvono ma si elevano. In ogni volto, in ogni gesto, pulsa un’umanità che si fa simbolo: la realtà filtrata dal sogno di giustizia. Tutto ciò troverà la sua piena maturazione nel Quarto Stato, ma già le opere precedenti ne annunciano la tensione luminosa e ideale.
Photo: Stefano Brigati
L’icona del risveglio: Il Quarto Stato
Olio su tela, 293 per 545 centimetri. Una marcia lenta e inesorabile che attraversa il tempo. Con Il Quarto Stato, Pellizza da Volpedo non dipinge solo un quadro: costruisce un mito fondativo. Dieci anni di lavoro per dare forma al sogno di un’umanità nuova. Dalla penombra esce una folla di lavoratori, non più sottomessi ma consapevoli, che avanza verso la luce. In testa, tre figure: l’uomo con la giacca sulle spalle, simbolo della forza e della guida; la donna che stringe il bambino, incarnazione della continuità e della speranza; e il pensatore, l’intellettuale che accompagna il popolo nel suo cammino. La scena è ambientata a Volpedo, ma i protagonisti sono universali: contadini, operai, madri e padri che diventano emblemi della dignità umana. La scomposizione divisionista del colore conferisce ai corpi una monumentalità morbida, vibrante, quasi scultorea. È un quadro che parla, che cammina, che trascina con sé chi lo osserva. Pellizza scrisse che voleva rappresentare “l’umanità in marcia verso la giustizia”. In questo moto lento e solenne c’è tutto il passaggio di un’epoca: l’Italia che esce dal XIX secolo e guarda al XX con la fede nei propri diritti.
Photo: Stefano Brigati
Le opere: tappe di un cammino verso la coscienza
Per arrivare al celeberrimo Quarto Stato, molto importanti furono una serie di opere, che scandirono la maturazione artistica e spirituale di Pellizza:
Lo specchio della vita (E ciò che l’una fa, e le altre fanno) (1895–1898): un momento sospeso di vita contadina, dove il realismo del gesto quotidiano si intreccia con la tensione simbolica.
Fiumana (1895–1896): studio preparatorio del Quarto Stato, già intitolato Ambasciatori della fame. Qui la folla non è più massa indistinta ma movimento cosciente: l’umanità che inizia a camminare.
Il sole nascente (1904): il paesaggio si fa epifania luminosa, pura musica cromatica. È la luce per la luce, ma anche la metafora della rinascita.
Photo: Stefano Brigati
Una mostra necessaria: la luce come eredità morale
Quella alla GAM non è una semplice retrospettiva. È un atto d’amore e di restituzione. Il percorso espositivo dialoga con rispetto e intelligenza con le opere, lasciando che siano i dipinti stessi a raccontare la coerenza di un artista che non separò mai la bellezza dalla verità.
Pellizza non cercava il successo, ma la giustizia. La sua pittura è una preghiera laica, un gesto etico che illumina ancora oggi. La luce del Divisionismo, sotto la sua mano, diventa materia di pensiero: il bagliore che accompagna l’alba di una coscienza collettiva.
Si esce da questa mostra con una sensazione rara: quella di aver incontrato non solo un grande pittore, ma un uomo che ha trasformato il dolore e la speranza in una forma di verità. E davanti al Quarto Stato, sospeso tra silenzio e movimento, ci si accorge che quella folla in marcia continua a camminare anche per noi.