Il Sindaco di Segrate Paolo Micheli blocca l'accessso alla sua pagina Facebook a 7giorni, e Segratenews.it, errore o censura?
Quando il confine tra gestione personale e ruolo pubblico si fa pericolosamente opaco
Accesso proibito a 7giorni e Segratenews.It
Il punto centrale va chiarito subito, senza ambiguità. La pagina pubblica di personaggio politico di Paolo Micheli ha bloccato i profili social di 7giorni e SegrateNews.it (Il supplemento dedicato alla città che Micheli amministra come Sindaco). Lo stesso provvedimento ha riguardato anche lo scrivente, vicedirettore di 7giorni. Questa è la sequenza dei fatti. Ed è da qui che nasce un interrogativo che non può essere liquidato come polemica: si tratta di un errore o siamo di fronte a una scelta deliberata? Potremmo chiedere "perchè?". Ma non è certo quest'ultima la domanda corretta, qualsiasi sia il motivo, non è rilevante.
Se il ban ai profili delle due testate fosse stato un episodio isolato, si sarebbe potuto parlare di una svista, di una gestione superficiale degli strumenti social, di un errore tecnico. Ma quando, insieme alle testate, viene bloccato anche il vicedirettore, il quadro cambia. Un indizio, da solo, non basta. Due indizi fanno sorgere dubbi. Tre indizi, come insegna il buon senso prima ancora che la cronaca, iniziano ad assomigliare molto a una prova.
È legittimo, a questo punto, chiedere spiegazioni. Perché bloccare una testata giornalistica significa impedire a chi fa informazione di seguire e raccontare l’attività di un amministratore pubblico. E bloccare anche una figura apicale della stessa testata rafforza l’idea di una chiusura non casuale, ma mirata. Non è un dettaglio, né una questione personale: è un tema che riguarda il diritto di cronaca e il pluralismo dell’informazione.
La questione è resa ancora più delicata dal fatto che non stiamo parlando di un profilo privato. La pagina in questione è dichiarata come pagina di personaggio politico. E in questo momento il personaggio politico è anche il sindaco di Segrate. Quando si comunica da quella pagina, non lo si fa come semplice cittadino, ma come rappresentante istituzionale. Ed è qui che il confine tra scelta personale e funzione pubblica diventa decisivo.
A questo punto, però, si apre un’ulteriore riflessione, forse la più inquietante. La sensazione che emergerebbe, osservando questa sequenza di ban, è che si stia delineando una sorta di lista di proscrizione informale. Un elenco non dichiarato in cui sembrano esistere giornali graditi e giornali meno graditi, giornalisti considerati accettabili e altri ritenuti scomodi, fino a diventare, nei fatti, del tutto indesiderati. Un approccio che nulla ha a che vedere con una cultura democratica del confronto e molto con una gestione selettiva dell’informazione.
Se si tratta di un errore, sarebbe sufficiente chiarirlo e rimediare. Sarebbe la spiegazione più semplice e, soprattutto, la più rassicurante per i cittadini. Se invece non fosse un errore, allora saremmo davanti a un atto di censura. E la censura, quando colpisce l’informazione, è sempre un segnale preoccupante. Significa selezionare chi può osservare, raccontare, criticare. Significa concepire il ruolo pubblico come uno spazio protetto dal dissenso.
Come Redazione, in anni di lavoro sul territorio, ne abbiamo viste molte. Conferenze stampa senza inviti. Regolamenti comunali che cercano di limitare riprese e fotografie durante i Consigli comunali. Attacchi social scomposti, spesso tollerati. Ma un sindaco che blocca prima le testate giornalistiche e anche il loro vicedirettore, sulla pagina con cui esercita il proprio ruolo pubblico, rappresenta una novità inquietante.
La domanda, quindi, resta e deve restare al centro del dibattito: errore o censura? Chiarirlo non è un favore alla stampa, ma un atto di rispetto verso i cittadini. Perché il pluralismo dell’informazione non è un optional, ma uno dei pilastri della democrazia.
Giulio Carnevale
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