Saronio, la storia della fabbrica del Duce tra i comuni di Melegnano e Cerro al Lambro
Chimica Saronio, un secolo, tra luci, molte ombre e segreti militari. Prima parte.
03 dicembre 2018
Inchiesta di Elisa Barchetta
La storia dell’Industria Chimica Saronio inizia nel 1926, quando il dottor Piero Saronio, laureatosi con il massimo dei voti in Chimica pura all'Università di Pavia nel 1911, acquista uno stabile situato lungo la via per Carpiano – nel comune di Melegnano – di proprietà della Latteria di Locate Triulzi. Proprio qui sorge il primo nucleo della sua industria chimica di coloranti: Saronio si stabilisce all'interno della Latteria con un gruppo di collaboratori e la adibisce a uso uffici. Successivamente in tutta l’area circostante cominciano a sorgere i fabbricati produttivi e i laboratori.
Un brevetto tedesco: "Nero diamante"
All'epoca, Saronio venne considerato un pioniere nel campo delle materie coloranti, allora infatti il mercato era monopolizzato dai brevetti tedeschi – che, ovviamente, venivano mantenuti segreti – anche grazie a un prodotto chiamato “nero diamante” considerato di ottima qualità dalle industrie tessili e che i tedeschi facevano obbligatoriamente acquistare alle stesse in concomitanza con qualsiasi altro acquisto di coloranti. Saronio riesce quindi a instaurare rapporti preferenziali con le maggiori aziende tessili italiane, tra le quali risultano quella dei fratelli Rivetti e della Marzotto e ad avere il sostegno incondizionato degli industriali lanieri del distretto Biellese e di altri importanti distretti tessili, che trovano nella sua Industria Chimica una possibilità di sganciarsi dal monopolio tedesco. Il primo impianto installato dall'Industria Chimica dr. Saronio fu quello di “nero zolfo”, ma la produzione si estese presto all'intera gamma di coloranti per tessuti diretta ai lanifici (coloranti per cotone, cuoio, fibre tessili) e ai petrolchimici. Iniziarono quindi a sorgere numerosi edifici, che costituivano i diversi reparti dell’Industria Chimica per la produzione di questi coloranti.
...il numero di costruzioni effettivamente edificate risulta superiore a quelle autorizzate...
Dal 1926 al 1935 l’Industria Chimica dr. Saronio conosce un intenso sviluppo (arriverà a occupare tra Riozzo e Melegnano circa 2500 persone), al punto che nel 1934 il primo lotto della ex Latteria è praticamente saturo e il numero di costruzioni effettivamente edificate risulta superiore a quelle ufficialmente autorizzate fino a quel momento. È evidente inoltre la mancanza di qualsiasi pianificazione o attenzione all'architettura degli edifici, all'interno dei quali sono situati sia i reparti produttivi che i laboratori per la ricerca e le prove dei nuovi prodotti chimici. Nello stesso anno il Duce in persona visita lo stabilimento della Saronio, evento che dà impulso alle produzioni di chimica organica per la difesa e il potenziamento delle forze armate.
...all'Industria Chimica vengono concesse tutte le autorizzazioni richieste
Nel 1935 vengono emanate delle norme restrittive per quel che riguarda le costruzioni edilizie, che vietano ai comuni di concedere permessi per nuove costruzioni; tuttavia all'Industria Chimica vengono concesse tutte le autorizzazioni richieste secondo quanto stabilito dal decreto prefettizio del 25 febbraio dello stesso anno, il quale prevede delle eccezioni per i casi ritenuti di interesse pubblico. È quindi la stessa amministrazione comunale di Melegnano, nella persona del Podestà, a facilitare l’espansione della fabbrica rivendicandone appunto l’interesse pubblico, identificato non solo nella garanzia dei livelli di occupazione ma soprattutto nella produzione di diretta utilità per l’attrezzatura bellica della Nazione, come si evince da una richiesta di autorizzazione per la costruzione di un edificio destinato a laboratorio chimico presentata nel settembre 1935 da Saronio. Del resto è nello stesso anno che il dottor Saronio viene nominato consigliere del Governo Italiano per la chimica organica e lo stabilimento chimico viene adeguato alle necessità della guerra ormai prossima.
Dalla documentazione disponibile (un disegno a volo d’uccello del 1935) risulta inoltre che già nella prima metà degli anni 30 era sorta quasi la metà della fabbrica, che aveva ormai occupato tutto il lotto di terreno situato a sud lungo la via per Carpiano, iniziando a interessare anche le aree limitrofe a nord. Sempre nel 1935 viene presentata la richiesta per la costruzione di altri sei edifici. Da quel momento in poi tutte le ulteriori pratiche di espansione rivolte all'amministrazione comunale non conterranno elaborati grafici, che verranno inoltrati direttamente al Ministero della Guerra a causa della loro riservatezza.
...cinque mucche di razza olandese per fornire latte fresco ai dipendenti della Chimica...
Già in questi anni comunque c’è consapevolezza, almeno fra Saronio e i suoi più stretti collaboratori (soci e amministratori), sulla pericolosità delle lavorazioni dell’Industria Chimica e sulla nocività delle sostanze trattate; tanto che è lo stesso Saronio a introdurre in fabbrica il medico permanente. A questo si aggiunge l’installazione di una vaccheria in un fabbricato su via Pellegrino Origoni, il quale ospiterà cinque mucche di razza olandese per fornire latte fresco ai dipendenti della Chimica allo scopo di ridurre le conseguenze della tossicità delle lavorazioni sul personale. Negli anni successivi risulterà evidente l’inutilità di questa misura, farsa che però durerà un ventennio.
Dal 1937 al 1939 Saronio fa richiesta per la costruzione di altri dodici edifici destinati a laboratori di ricerca e lavorazione, di cui l’ultimo di notevoli dimensioni. Le caratteristiche delle strutture sono sempre le stesse, ma queste ultime hanno in più le coperture in fibrocemento, ovvero un materiale costituito da strati sovrapposti di cemento e amianto. Comunque già nel 1937, come risulta in una tavola dell’Istituto geografico militare, lo sviluppo edilizio della Saronio è notevole tanto che nel 1939 il commissario prefettizio segnala al tecnico comunale preposto che la vigilanza urbana ha riscontrato, nelle aree di proprietà dell’Industria Chimica Saronio situate vicino alla ferrovia, attività di costruzione non autorizzate.
...grazie alla guerra quindi la Chimica continua a espandersi...
Pochi giorni dopo l’Industria presenta un progetto, redatto frettolosamente e molto sommario, di due capannoni con tanto di richiesta di nulla osta predatata, al solo scopo di evitare una denuncia. Anche nel caso dell’ultima richiesta di costruzione, Saronio specifica che: «L’edificio deve essere costruito per la lavorazione e il montaggio dei materiali destinati ai nuovi stabilimenti militari ordinati dalla Direzione del Centro Chimico Militare, Ministero della Guerra. Solo in un secondo tempo l’edificio sarà utilizzato come magazzino dell’Industria Chimica di Melegnano». Anche grazie alla guerra quindi la Chimica continua a espandersi e, come risulta da un censimento del 1937-40, l’azienda era già stata identificata come fabbrica colori e chimica offensiva. Nel 1941, in occasione della richiesta di costruzione di un nuovo fabbricato industriale, la destinazione dichiarata è quella della produzione di gas nebbiogeno. Anche in questo caso l’autorizzazione alla costruzione viene rilasciata a livello ministeriale ed è comunicata al Comune per conoscenza, senza che sia necessario presentare alcun elaborato grafico perché l’Industria Chimica Saronio è considerata stabilimento protetto.
«30.000 kg di cloro liquefatti e compressi in bombole»
Sempre nel 1941 Saronio ottiene anche l’autorizzazione a conservare nello stabilimento di Melegnano «30.000 kg di cloro liquefatti e compressi in bombole», come risulta dalla pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale dell’epoca.
... i due complessi industriali erano collegati da tunnel sotterranei ...
Nel 1942 Saronio costruisce il primo Centro chimico militare a Foggia, dietro la Cartiera dell’Istituto Poligrafico Zecca dello Stato (Ipzs), all'interno del “Parco Paglia”, spacciato per fabbrica di birra, edificato dai fascisti secondo indicazioni di esperti tedeschi e sin dall'inizio sotto il controllo dei nazisti; di cui oggi rimane solo un gruppo di fabbricati anonimi, vuoti e semidistrutti dopo i bombardamenti del 1943. La vicinanza allo stabilimento di produzione della carta non è casuale, anzi la scelta dell’ubicazione fu determinata dal fatto che all'interno della Cartiera era presente cloro per trattare la cellulosa, inoltre i due complessi industriali erano collegati da tunnel sotterranei attraverso i quali venivano scambiate le sostanze che poi dovevano essere trattate per produrre aggressivi chimici. Una testimonianza diretta in questo caso si ha dal Cav. Giovanni Battista Corvino, reduce di guerra e funzionario presso l’Istituto poligrafico e Zecca dello Stato di Foggia il quale racconta che nei tunnel sotterranei tra la Cartiera e la Chimica Saronio dovevano passare tutte le sostanze di scarto della produzione della carta che poi venivano raccolte in altiforni, distillate e trattate per ottenere sostanze ad alto potenziale tossico. A supporto di questa tesi esiste inoltre un documento della commissione speciale del WaA per gli aggressivi chimici in Italia, il quale riporta che l’impianto di Foggia del dottor Saronio doveva produrre circa 200 tonnellate al mese di iprite (un gas vescicante) e 100 tonnellate (stimate) al mese di difosgene (un gas soffocante) partendo da prodotti di base disponibili o prodotti in loco come etilene, alcool, cloruro di zolfo e acido formico mentre il cloro proveniva dalla Cartiera della Zecca dello Stato. Quando viene distrutto nel 1943 gli impianti erano probabilmente ancora nuovi e da poco in funzione, ma i bombardamenti innescano la contaminazione dell’area del Centro chimico militare e della zona circostante. Del Ccm rimane la torre centrale, che richiama nel suo disegno architettonico lo stile fascista e riporta sulla facciata due scritte: una con l’anno di costruzione (XIXEF, ovvero anno 19° Era Fascista) e l’altra che fa pensare alla parola “Laborator” (ma mancano alcune lettere), il tutto recintato e recante un cartello che dice: «Attenzione, pericolo di morte! Impianti velenosi distrutti!».
Saronio costruisce un nuovo stabilimento sul territorio di Riozzo...
Nel 1943 Saronio costruisce un nuovo stabilimento sul territorio di Riozzo, frazione del comune di Cerro al Lambro, identificato anch'esso da subito come Centro chimico militare (Ccm) cioè come stabilimento destinato alla produzione di armi e aggressivi chimici. La fabbrica di Riozzo copre un’area di circa 45.000 metri quadri delimitata da un muro di cinta, è collegata alla fabbrica di Melegnano dal raccordo ferroviario parallelo alla strada per Sant'Angelo e ha un’unica strada di accesso che parte in modo perpendicolare da quest’ultima per diventare poi la via centrale dello stabilimento stesso, che si conclude con un monumentale acquedotto. Tutto nell'architettura dello stabilimento riozzese vuole richiamare la potenza bellica italiana dell’epoca fascista, tanto che lo stesso acquedotto riprende il cosiddetto “Arco dei Fileni” che Italo Balbo fece costruire in Libia nel 1937, quale “Arco della Vittoria” e simbolo della conquista bellica e coloniale del Fascismo. L’Arco dei Fileni fu poi demolito da Gheddafi nel 1973 proprio in quanto simbolo del colonialismo italiano. L’acquedotto della Chimica Saronio a Riozzo, oltre a essere elemento caratteristico della fabbrica, rimane quindi l’unico esempio di architettura fascista sul territorio tanto da essere ricompreso, insieme alla panoramica che si vede dalla via di accesso al Centro chimico militare, fra gli elementi culturali protetti da vincoli paesaggistici.
Ciò che veniva prodotto nello stabilimento di Riozzo non è certo...
Di lì a poco lo stabilimento di Riozzo viene acquisito dal Demanio Militare, mentre Saronio mantiene la proprietà di un’area a nord, corrispondente all'attuale via delle Industrie, contraddistinta nelle mappe dell’epoca come area nebbiogeno (antenato del gas nervino) e oleum. Ciò che veniva prodotto nello stabilimento di Riozzo non è certo, perché coperto per anni dal segreto di Stato; quel che si ritiene però è che venissero prodotti gli stessi aggressivi chimici del Centro chimico militare di Foggia, dal momento che a Riozzo erano presenti macchinari per lavorazione del cloro (uno degli elementi base per la produzione di questi gas bellici). Secondo i dossier stilati all'epoca dall'Intelligence britannica e contenuti negli archivi nazionali (dossier WO 188/791 dei National Archives), si parla di decine di migliaia di tonnellate di armi chimiche. Prima della fine della guerra comunque I tedeschi bloccano l’attività del Centro chimico a Riozzo, che rimane inattivo e vuoto ma protetto – per tutto il dopoguerra e ben oltre – dai militari italiani. Fino almeno al 1985, infatti, la direzione del Genio Militare aveva escluso per l’area della vecchia chimica un uso diverso da quello esclusivamente militare. È solo nel 1992 che l’ex Centro chimico militare smette di essere utilizzato come campo d’addestramento per l’Esercito.
....molteplici tentativi di urbanizzazione, tutti falliti, fino al 1969
Alla fine della guerra quindi l’Industria Chimica Saronio può contare sul solo stabilimento di Melegnano che, in quanto riconosciuto come stabilimento protetto, aveva continuato la sua attività e si era anzi potenziato. Lo stesso dottor Saronio emerge, secondo i documenti dell’epoca, come un “intoccabile”, tanto da riuscire a battersi con i tedeschi per sottrarre loro le scorte di piombo e zolfo in polvere che erano immagazzinate a Melegnano e Riozzo. Nonostante ufficialmente l’attività edilizia a Melegnano risulti ferma, nel 1958 da un atto dell’Ispettorato del Lavoro risulta la concessione di nulla osta per l’esecuzione di lavori di adattamento dei locali produttivi della fabbrica per la produzione di alfanaftilammina. Risale invece al 1963 una denuncia per opere non autorizzate, a seguito della quale Saronio dichiara di stare svolgendo lavori di manutenzione ordinaria imposti dal Genio Civile per ragioni di sicurezza. È evidente quindi che anche i pochi lavori edili erano svolti in modo abusivo.
L’Industria Chimica Saronio di Melegnano subirà una prima crisi nel 1952, come conseguenza del crollo mondiale della produzione tessile, ma la crisi definitiva si avrà nel 1963 quando verrà acquisita dall'Acna Montecatini (Azienda colori nazionali e affini), sua diretta concorrente, che nel 1966 – nel giro di tre anni – chiuderà definitivamente l’Industria Chimica anche a Melegnano.
I terreni della “prima area industriale dismessa” sul comune di Melegnano diventano oggetto di molteplici tentativi di urbanizzazione, tutti falliti, fino al programma di fabbricazione (Pdf) del 1969 concepito dall'allora assessore all'Urbanistica Luigi Danova. Il Pdf conferma la destinazione industriale per le aree ex Saronio nella fascia a nord della via per Carpiano mentre prevede la costruzione di un nuovo quartiere residenziale per le aree inedificate a sud. Nel giro di dieci anni, tranne pochissimi edifici come ad esempio la ex Latteria, l’intera Industria Chimica Saronio viene completamente demolita e vengono edificati nuovi fabbricati per le piccole e medie aziende. Per quanto riguarda invece la parte residenziale, nel 1971 viene approvato un piano di lottizzazione per la costruzione di un quartiere di palazzine a più piani, cioè il quartiere Cipes (Consorzio iniziative programmazione edilizia sociale), e di un’area di villette, quelle della Cooperativa edilizia “Residenza Giardini”, per un totale di 150.000 metri cubi. Tutto il quartiere resterà separato da Melegnano dalla ferrovia già esistente e dalla linea veloce delle FS che verrà successivamente costruita sul tracciato di quello che doveva essere un canale navigabile e che in realtà non verrà mai realizzato.
La storia dell’Industria Chimica dr. Saronio sembra concludersi qui, ma non è così. Come ha detto Pietro Mezzi, ex sindaco di Melegnano: «La fabbrica Saronio, tra le altre, ha rappresentato la ricchezza di Melegnano (economica e occupazionale), ma anche le contraddizioni del lavoro industriale, specie nell'impatto sulla salute dei lavoratori e sull'ambiente fisico. Le attività e le produzioni della Saronio infatti sono ancora oggi ricordate per il numero di morti procurate a numerosi lavoratori impiegati in fabbrica, e anche per il carico ambientale lasciato in eredità sulle aree del comune di Melegnano e su quelle della vicina Cerro al Lambro».
Fonti:
Comune di Melegnano, "Le grandi fabbriche a Melegnano", Melegnano, 2000
Giovanna Longhi (in collaborazione con Carlo Marchesoni), "L'Industria Chimica Saronio a Melegnano", luglio 1998
Gazzetta Ufficiale del Regno d'Italia n° 260, parte seconda, foglio delle inserzioni, Roma, 4 novembre 1941, Anno XX
https://digilander.libero.it/comitato.ovest/chimica_saronio_intro.htm
https://digilander.libero.it/comitato.ovest/chimica_saronio.htm
http://jacopogiliberto.blog.ilsole24ore.com/2011/10/26/sul-filo-della-memoria-larco-libico-dei-fileni-rivive-in-lombardia-i-veleni-e-la-fabbrica-sbagliata/?refresh_ce=1
http://espresso.repubblica.it/palazzo/2009/11/23/news/l-italia-top-secret-delle-armi-chimiche-1.31047
https://books.google.it/books?id=ENsYI8qojJMC&pg=PT168&lpg=PT168&dq=iprite+saronio&source=bl&ots=MZNcSU92SC&sig=BHMRN2lMIE3sqN6IMVY5xitA0wo&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwidnIfv6-_bAhWHyqQKHU5eBF44ChDoAQgnMAA#v=onepage&q=saronio%20cerro%20al%20lambro&f=false
http://foggiainguerra.altervista.org/wordpress/tag/saronio/
http://foggiainguerra.altervista.org/wordpress/2013/06/02/cav-giovanni-battista-corvino-un-foggiano-al-fronte/
http://foggiaracconta.altervista.org/blog/echi-di-guerra/foggia-la-fabbrica-della-morte/?doing_wp_cron=1543573599.7880198955535888671875
Giovanna Longhi (in collaborazione con Carlo Marchesoni), "L'Industria Chimica Saronio a Melegnano", luglio 1998
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03 dicembre 2018