Griguolo e la Città Metropolitana: «Un ente fondamentale, ma la riforma è incompiuta»

Il consigliere delegato alla mobilità racconta pregi, limiti e potenzialità di Palazzo Isimbardi

Avv, Marco Griguolo

Avv, Marco Griguolo

C'è un pezzo dell'esperienza politica di Marco Griguolo che va oltre i confini di Segrate. Dal marzo 2023 siede anche nel Consiglio metropolitano di Milano, con delega alla mobilità e al trasporto pubblico locale. Un incarico di secondo livello, non retribuito, che lo ha portato a confrontarsi con una scala più grande: 133 comuni, infrastrutture che attraversano più territori, fondi da distribuire. Abbastanza per farsi un'opinione solida su cosa funziona e cosa no in quell'ente spesso poco conosciuto dai cittadini.

«Sono entusiasta di fare parte del Consiglio metropolitano. È un onore poter rappresentare i cittadini segratesi e dare voce a loro e a tutti i cittadini della Città metropolitana», aveva detto al momento dell'insediamento. Oggi, a distanza di due anni, il giudizio è più articolato — ma non meno convinto.

Una riforma rimasta a metà

Il punto di partenza, per Griguolo, è onesto: le città metropolitane sono nate da una riforma incompiuta. «È una riforma incompiuta quella che purtroppo vede oggi governare questi enti», dice senza giri di parole. Il problema principale, a suo avviso, riguarda il meccanismo delle elezioni di secondo livello: i consiglieri metropolitani non vengono scelti direttamente dai cittadini, ma sono eletti da sindaci e consiglieri comunali del territorio.

«Il fatto delle elezioni di secondo livello crea un po' questo deficit, questo gap. Una persona che non è stata eletta direttamente rischia di non avere quella rappresentanza, di non portare quella rappresentanza all'interno di un Consiglio».

Un gap di legittimità democratica che, secondo Griguolo, pesa sull'autorevolezza dell'ente e sulla sua capacità di farsi ascoltare dai livelli istituzionali superiori.

Meno competenze, ma fatte bene

Sul tema delle risorse e delle funzioni, Griguolo ha una posizione precisa che va controcorrente rispetto al dibattito comune. Non chiede più competenze in assoluto: chiede competenze definite e risorse adeguate per esercitarle davvero. «A me piacerebbe che ci fosse una Città Metropolitana con quattro competenze, o con poche competenze, e che potesse però occuparsi solo di quelle: ad esempio il trasporto pubblico locale, le infrastrutture, le scuole, la pianificazione territoriale. Fare tutto con le risorse che ci sono».

La logica è quella del "fare meno ma farlo bene". Disperdere energie su troppe materie con fondi insufficienti, sostiene, produce risultati mediocri su tutti i fronti. Meglio concentrarsi su pochi ambiti strategici e presidiarli con continuità.

Se però le risorse aumentassero — e su questo la sua posizione è aperta — il ragionamento cambierebbe: «Se fosse con maggiori risorse potremmo auspicare anche di avere un ente che può governare le diverse competenze che si richiedono a un ente sovralocale».

Il valore invisibile: la rete tra i piccoli comuni

Al di là delle riforme possibili e dei limiti strutturali, c'è un aspetto del lavoro della Città Metropolitana che Griguolo tiene a difendere con convinzione: il ruolo di raccordo tra i 133 comuni del territorio metropolitano, soprattutto quelli più piccoli.

«Bisogna fare davvero un grande applauso al lavoro che fa con i comuni. La Città Metropolitana di Milano ha 133 comuni al suo interno, molti di questi sono comuni sotto i 15.000 abitanti che non hanno la forza e le risorse, alle volte, per potersi far sentire dalla Regione, dal capoluogo o da altri enti».

È un lavoro silenzioso, poco visibile sui giornali, ma concreto: «Città Metropolitana fa un grande lavoro di sinergia, di mettere in contatto, di mettere in rete questi comuni con gli enti sovralocali. È un valore preziosissimo che soltanto i piccoli comuni, chi ha a che fare con Città Metropolitana, lo percepisce davvero. Perché molte volte riescono proprio ad arrivare, ad avere il contatto, ad essere ascoltati».

Il PMRR come laboratorio di collaborazione

Un esempio concreto di questo ruolo di regia lo offre il PMRR, il Piano Metropolitano di Ripresa e Resilienza della Città Metropolitana di Milano. Uno strumento che ha imposto ai comuni di ragionare insieme, di costruire progetti condivisi su scala sovralocale, con la Città Metropolitana nel ruolo di coordinatore.

«È bellissimo questo: oggi abbiamo delle risorse e abbiamo deciso di chiedere ai comuni di ascoltarsi tra di loro, di trovare un progetto comune che potesse avere una dimensione sovralocale. Già pensare insieme, con il nostro supporto, con la nostra regia, coordinati dai nostri uffici: questo per me è stato fondamentale».

Il risultato, secondo Griguolo, è che comuni che storicamente non dialogavano hanno imparato a fare rete, intercettando fondi che da soli non avrebbero mai raggiunto. Una lezione che — auspica — dovrebbe diventare metodo ordinario, non eccezione legata a un piano straordinario.

Il caso Piedemontana: «Vogliamo essere ascoltati»

C'è però un episodio recente che ha fatto storcere il naso a Griguolo. A dicembre aveva chiesto di partecipare a una commissione sulla Piedemontana, l'infrastruttura autostradale che attraversa diversi territori della provincia. La richiesta è andata persa da qualche parte, e la commissione si è tenuta senza la Città Metropolitana.

«Abbiamo saputo che c'è stata una commissione che non vi hanno neanche invitato. A dicembre avevamo chiesto di partecipare», racconta. Non è una questione di protagonismo, precisa subito: «Nessuno vuole fare un'invasione di campo. Però quantomeno essere ascoltati credo che fosse doveroso».

Il ragionamento è semplice: la Piedemontana passa anche su territori di competenza metropolitana. Chi siede a quel tavolo porta le preoccupazioni e le esigenze di quei comuni. Escludere la Città Metropolitana significa lasciare senza voce una parte importante del territorio coinvolto. «Ho letto il verbale della commissione che si concludeva dicendo che si sarebbero ragionati in un altro momento. Noi aspettiamo di essere convocati il prima possibile».

Una legge speciale per le città metropolitane

Il quadro complessivo, per Griguolo, porta a una conclusione: serve una legge speciale che ridisegni il ruolo e le risorse delle città metropolitane italiane. «Si sta parlando di una legge speciale per le città metropolitane: la auspico, perché effettivamente servirebbero maggiori risorse e maggiori competenze. Ma ripeto: trovo che comunque l'ente sia un ente fondamentale».

Un giudizio equilibrato, da chi quell'ente lo ha vissuto dall'interno per due anni. Con i suoi limiti, le sue lentezze e un potenziale che, secondo lui, è ancora largamente inespresso.
Giulio Carnevale