Livore antisemita: «Saponette mancate». Gli squadristi rossi hanno ammazzato il 25 aprile: il tramonto delle bandiere arcobaleno, solo odio.

Si sono appropriati della festa, l'ANPI vuole decidere chi ha la patente per manifestare, fuori le bandiere di Ucraina, Iran e Israele, dentro quelle di Cuba, Venezuele, Hezbollah e dei pro-Pal. La Resistenza mortificata da questi violenti antidemocratici

Il tramonto delle bandiere arcobalen (Foto Mianews)

Il tramonto delle bandiere arcobalen (Foto Mianews)

«La colpa di ciò che è successo oggi al corteo milanese del 25 aprile è dell'ANPI. Il presidente nazionale Gianfranco Pagliarulo e il presidente provinciale Primo Minelli sono antisemiti senza saperlo. Le loro dichiarazioni incitano all'antisemitismo». Parole durissime, pronunciate dal presidente della comunità ebraica di Milano Walker Meghnagi al termine dell'incontro con il questore Bruno Megale. Parole che fotografano, meglio di qualsiasi analisi, quello che è successo ieri nelle strade di Milano. E che meritano di stare in cima a questo racconto, perché dicono tutto.

«Saponette mancate»: l'insulto che non si dimentica

Prima ancora di entrare nel merito delle responsabilità politiche, bisogna fermarsi su una cosa. Durante il corteo, alla Brigata Ebraica è stato urlato «siete solo saponette mancate». Un'espressione che non lascia spazio a interpretazioni: è un riferimento esplicito allo sterminio nei campi di concentramento nazisti, dove i corpi delle vittime venivano utilizzati per produrre sapone. Un insulto di una ferocia inaudita, rivolto a persone che marciavano per ricordare i propri morti. Chiamarlo con un altro nome sarebbe disonesto: è odio antisemita, puro e semplice. E chi lo ha pronunciato in una piazza del 25 aprile ha offeso non solo la Brigata Ebraica, ma la memoria di tutti i caduti della Liberazione.

Il presidente dell'ANPI Milano: «Non è successo niente di grave»

E qui arriva la parte più sconcertante della giornata. Dopo tutto quello che è accaduto — le aggressioni, gli insulti, la Brigata Ebraica scortata fuori dal corteo dalla polizia in tenuta antisommossa — il presidente dell'ANPI Milano Primo Minelli ha rilasciato dichiarazioni di una leggerezza irresponsabile e di un'arroganza difficile da tollerare.

«Non è successo niente di grave, abbiamo parlato molto con la Brigata Ebraica e gli abbiamo detto che dovevano evitare di presentarsi con bandiere di stati aggressivi e di presentarsi con bandiere di stati aggrediti: sarebbe stato un po' meglio gestibile la situazione, dopodiché insisto niente di grave» — ha detto Minelli.

Niente di grave. La Brigata Ebraica — quella che ricorda i soldati ebrei che hanno combattuto e sono morti per liberare l'Italia dal nazifascismo — viene cacciata dal corteo del 25 aprile mentre qualcuno le urla «saponette mancate», e il presidente dell'ANPI di Milano dice che non è successo niente di grave. Che la colpa, in qualche modo, era loro: avrebbero dovuto evitare di portare «bandiere di stati aggressivi». Israele, per intendersi. Non Hezbollah. Non Hamas. Israele.

Minelli ha poi aggiunto: «Il fronte antifascista è determinato. La tensione con la Brigata ebraica è annuale. È accaduto molte altre volte che il corteo si spezzasse, non è auspicabile ovviamente ma è capitato. Il bilancio che noi facciamo di questa giornata è un bilancio positivo».

Bilancio positivo. Detto il giorno in cui alla Brigata Ebraica è stato impedito di sfilare nel corteo della Liberazione. Detto il giorno in cui sono risuonati insulti che rimandano ai forni crematori. Queste non sono dichiarazioni ingenue: sono dichiarazioni irresponsabili, arroganti, e — come ha detto Meghnagi — capaci di incitare all'antisemitismo anche senza volerlo.

La voce di chi ha vissuto la vergogna

Di tutt'altro tono le parole di Davide Romano, direttore del Museo della Brigata Ebraica, che ha denunciato senza mezzi termini quello che è accaduto: «Oggi, durante il corteo del 25 Aprile, la Brigata Ebraica e gli iraniani che manifestavano con noi sono stati spostati dalla polizia a seguito delle pressioni di gruppi estremisti di sinistra che ne volevano impedire il passaggio. Un atto intollerabile, che non può e non deve passare sotto silenzio».

Romano ha poi alzato il tiro, parlando di ferita istituzionale e costituzionale: «Quello che è accaduto oggi non è solo una violazione dei diritti del mondo ebraico e iraniano: è una ferita istituzionale e costituzionale di gravissima portata. A tutti i livelli, dal Comune fino alla presidenza della Repubblica. Il diritto a commemorare il contributo eroico della Brigata Ebraica alla liberazione dell'Italia dal nazifascismo, un contributo di sangue, sacrificio e determinazione, è stato negato da chi si arroga il monopolio della memoria e della piazza».

E ancora, con parole che colpiscono nel segno: «Ci sono troppi parassiti di questa ricorrenza, che usano una giornata sacra alla memoria dei caduti per portare avanti la propria agenda politica, cancellando con la loro presenza il ricordo dei partigiani, dei soldati alleati e di tutti coloro che hanno dato la vita per la nostra libertà. Basta. È ora di restituire il 25 aprile a chi lo ha conquistato con il sangue — e tra loro c'erano anche gli ebrei della Brigata».

La festa di tutti trasformata in una proprietà privata

Il 25 aprile è la Festa della Liberazione. Di tutti gli italiani. Non di una corrente politica, non di un'associazione, non di chi si arroga il diritto di stabilire chi può sfilare e chi no. Eppure ieri, nelle strade di Milano, una minoranza organizzata e violenta ha deciso che quella festa era roba sua. Ha cacciato i Giovani di Forza Italia, colpevoli di voler partecipare a una manifestazione pubblica. Ha scortato fuori dal corteo la Brigata Ebraica con l'aiuto della polizia in tenuta antisommossa. Ha agitato bandiere di Hezbollah, ha fatto capire a tutti che in quella piazza comandavano loro.

A Roma è andata peggio. I militanti di Cambiare Rotta hanno aggredito fisicamente chi portava bandiere ucraine, le hanno strappate, ne hanno incendiata una. Hanno spruzzato spray al peperoncino negli occhi di chi manifestava pacificamente. Il presidente di +Europa Matteo Hallissey è finito in ambulanza con un'abrasione alla cornea. Colpa sua? Aveva in mano il tricolore di un paese che da quattro anni resiste all'invasione russa.

Emanuele Fiano, ex parlamentare e presidente di Sinistra per Israele, figlio di un sopravvissuto ad Auschwitz, era al corteo di Milano per il cinquantesimo anno consecutivo. È stato sbattuto fuori. Ha scritto parole che bruciano: «Qualcuno ci ha lasciato soli. E non parlo delle forze dell'ordine. Parlo di una parte consistente dell'opinione pubblica che sta maciullando secoli di convivenza. Ed è un precedente orribile».

La Resistenza non era questa roba qui

C'è qualcosa di profondamente offensivo nell'idea che i partigiani abbiano combattuto per costruire una piazza in cui si decide chi può parlare e chi no. I partigiani erano liberali, cattolici, socialisti, comunisti, monarchici. Si odiavano su tutto, tranne che sull'obiettivo: cacciare i nazifascisti e restituire libertà all'Italia. Quella libertà era indivisibile. Non aveva patenti da esibire all'ingresso del corteo.

Fermiamoli, prima che sia troppo tardi

Le forze politiche di ogni colore che ieri hanno condannato gli episodi hanno fatto bene. Ma le condanne sui social non bastano. Serve che l'ANPI faccia pulizia al proprio interno e smetta di considerare «niente di grave» quello che grave lo è eccome. Serve che i cortei tornino ad essere luoghi aperti a tutti i democratici. Serve che chi aggredisce risponda penalmente delle proprie azioni. E serve che qualcuno abbia il coraggio di dire all'ANPI che il monopolio della memoria non esiste, non è mai esistito, e non esisterà mai.

Il 25 aprile è troppo importante per lasciarlo in mano agli squadristi. Di qualsiasi colore siano.
Giulio Carnevale