Triennale Milano 2025: dentro “Inequalities”
La 24ª Esposizione Internazionale affronta il tema delle disuguaglianze attraverso arte, design e ricerca. Fino al 9 novembre, il pubblico può esplorare un percorso di 7.500 mq che intreccia geopolitica e biopolitica delle disparità globali.
Photo credit: Stefano Brigati
24 agosto 2025
La 24ª Esposizione Internazionale di Triennale Milano affronta una parola scomoda ma inevitabile: disuguaglianze. Non un tema tra gli altri, ma un prisma con cui leggere città, corpi, salute, lavoro, ambiente e perfino i batteri che vivono (e progettano) con noi. L’impianto è vasto—7.500 metri quadrati—e corale: otto mostre tematiche e dieci progetti speciali, curati da 28 curatori/curatrici e animati da 341 autori di 73 paesi; gli allestimenti sono firmati da sei studi (Abnormal, GISTO, Grace, Midori Hasuike, orizzontale, Sopa Design). Numeri che contano non per grandezza, ma perché rendono visibile la pluralità dei punti di vista chiamati a misurarsi con le fratture del presente.
Il percorso: dal suolo alla pelle
L’esposizione è divisa in due parti. A piano terra la geopolitica delle disuguaglianze: come si producono nello spazio urbano, nell’economia, nei territori. Al primo piano la biopolitica: come le disparità attraversano corpi, generi, etnie, sistemi sanitari e speranze di vita. La mappa ufficiale della Triennale elenca, tra le altre, Cities, Towards a More Equal Future, Milan. Paradoxes and Opportunities, Atlas of the Changing World al piano terra; We the Bacteria. Notes Toward Biotic Architecture, A Journey into Biodiversity, The Republic of Longevity, Clay Corpus, Portraits of Inequalities, NOT FOR HER e il progetto Radio Ballads al primo piano.
L’ingresso: i giorni contati e le forme dei dati
Prima di scendere nel dettaglio, il visitatore incontra due segni editoriali potenti. Sulla Scalone d’Onore si estende “471 days”, intervento di Filippo Teoldi con design di Midori Hasuike: un’opera-soglia che misura il tempo sospeso dei conflitti e dei diritti mancati, ricordandoci che le disuguaglianze sono cronache, non astrazioni. Poco oltre, “Shapes of Inequalities” dell’information designer Federica Fragapane traduce dieci dossier globali in altrettante grandi visualizzazioni: grafici che sono spazi—da attraversare, più che da guardare.
Photo credit: Stefano Brigati
Piano terra — La città come teatro delle fratture
“Cities” (a cura di Nina Bassoli)
È la parte cardine dell’esposizione: un atlante di luoghi e progetti che rilegge le disuguaglianze con gli strumenti dell’architettura e dell’urbanistica. Non un catalogo di sventure, ma una grammatica di contro-proposte: trentacinque installazioni site-specific firmate da altrettanti autori, con oltre trenta nazionalità rappresentate. Il “corpo” della mostra tiene insieme megaprogetti e microeconomie, dalla rendita immobiliare alle filiere del cibo, dai confini alle acque.
L’incipit è un pugno nello stomaco: “Grenfell. Total System Failure” (a cura di Kimia Zabihyan per il collettivo Grenfell Next of Kin). Non è un memoriale, è un atto di accusa: quilts memoriali, opere di artisti come Chris Ofili e fotografie di Khadija Saye (morta nell’incendio del 2017) compongono uno spazio di comunità e resistenza. Il progetto ha ottenuto una menzione ai Bee Awards della Triennale. Ricorda le 72 vittime e dialoga con l’attualità britannica—fino alla decisione governativa del 2025 di procedere alla demolizione della torre, contestata da parte dei familiari. In mostra il caso Grenfell diventa una lente per leggere la violenza urbanistica della disuguaglianza.
“Cities” scorre poi tra pratiche e contro-narrazioni. L’installazione “Everything Shines at Hudson Yards” dell’Office for Political Innovation di Andrés Jaque intreccia l’architettura specchiante di New York con le estrazioni minerarie in Sudafrica; Michael Maltzan Architecture riflette sul Palisades Fire; Colectivo Warehouse porta “Morreiras”, economia locale e riparativa; altre opere riallacciano il rapporto tra città, lavoro e moda, o tra acqua e potere. Non sono “casi studio”: sono prove di riscrittura del possibile.
Photo credit: Stefano Brigati
“Towards a More Equal Future” (Norman Foster Foundation)
A pochi passi, Norman Foster sposta il baricentro su abitare d’emergenza e marginalità: rifugi 1:1, video e materiali su insediamenti informali (India) e soluzioni abitative per sfollati, per immaginare standard rapidi, dignitosi, evolutivi. È un laboratorio di prototipi e “manuali di sopravvivenza” che chiede a progettisti e decisori di chiudere il divario tra innovazione e politiche pubbliche.
“Milan. Paradoxes and Opportunities” (a cura di Seble Woldghiorghis)
Milano guarda sé stessa: paradossi e potenzialità di una metropoli che produce ricchezza e precarietà. Il progetto invita a leggere le risorse latenti—sociali, spaziali, produttive—che un approccio meno estrattivo potrebbe attivare.
“Atlas of the Changing World”
Carte e mappe diventano strumenti politici per attraversare differenze di genere, migrazioni, crisi climatica: non solo visualizzazioni, ma un invito a usare l’atlante come dispositivo di decisione pubblica.
“The Space of Inequalities: Environment, Mobility, Citizenship” (Politecnico di Milano – DAStU)
Tre fuochi tematici introducono i padiglioni e riorganizzano il discorso dal punto di vista territoriale: ambiente, mobilità, cittadinanza. È una soglia analitica che restituisce continuità a progetti nati in contesti lontani.
Photo credit: Stefano Brigati
Primo piano — La biopolitica: corpi, età, microbi, cure
“We the Bacteria. Notes Toward Biotic Architecture” (a cura di Beatriz Colomina e Mark Wigley)
Una contro-storia dell’architettura dal punto di vista dei microbi: ricerca storica, cultura materiale, e nove installazioni operative sviluppate con microbiologi, per immaginare case, arredi e città co-progettati con i batteri. L’assunto è semplice e radicale: l’ossessione per il “bianco asettico” ha prodotto architetture escludenti e talvolta insalubri; convivere con il microbioma può rendere spazi più resilienti, equi, vitali.
“A Journey into Biodiversity. Eight Forays on Planet Earth” (a cura di Telmo Pievani)
Otto “città” non umane—di polpi, castori, funghi…—per una immersione sensoriale nella biodiversità. Ogni stazione è costruita con materiali organici che ritorneranno al ciclo naturale: alghe, funghi, terracotta, bioplastiche alla cocciniglia, legno riciclato; “sentinelle” raccolgono dati ambientali in tempo reale. L’exhibit, disegnata da Studio GISTO, è anche un pilota di sostenibilità museale sul riuso degli allestimenti. Una lezione: dire “noi” significa includere l’intera specie umana e gli altri viventi da cui dipendiamo.
“The Republic of Longevity. In Health Equality We Trust” (a cura di Nic Palmarini con Marco Sammicheli)
L’Europa invecchia, le nascite calano: la società della longevità è già qui. La mostra affronta politiche dell’età e accesso alla cura con scenari, oggetti e dati che rovesciano il cliché dell’“anziano fragile” in una risorsa civica—a patto di ridisegnare servizi, casa, lavoro e tecnologie perché siano inclusivi per tutte le età.
“Clay Corpus” (Theaster Gates, in Casa Lana di Ettore Sottsass)
Un gesto poetico e politico sul valore del saper fare: quasi 60.000 manufatti del maestro giapponese Yoshihiro Koide avvolgono la celebre Casa Lana di Sottsass come un sentiero di Tokoname—la città della ceramica. Perdere certe economie della mano significa perdere mondi; riportarle in superficie, in un’istituzione del design, è un modo per redistribuire dignità.
“Portraits of Inequalities. Pittura di classe” (a cura di Giovanni Agosti e Jacopo Stoppa, in collaborazione con Fondazione IRCCS Ca’ Granda)
Una galleria di trenta ritratti (XVII–XX secolo) racconta i benefattori dell’Ospedale Maggiore di Milano; lo sguardo, volutamente, mette a fuoco come si è autorappresentato il privilegio nell’atto del donare. In controluce, la raccolta milanese supera i 900 ritratti: un unicum con cui interrogare il rapporto storico tra élite, carità, potere.
“NOT FOR HER. AI Revealing the Unseen” (Politecnico di Milano)
Una installazione immersiva che usa l’IA per far vivere pregiudizi e barriere sulla pelle: dalla simulazione di un colloquio di lavoro con dinamiche discriminatorie a scenari di esclusione tecnologica. La tecnologia diventa specchio: il bias non è della macchina, è nostro.
“Radio Ballads” (Serpentine; co-curatela Hans Ulrich Obrist, Natalia Grabowska, Damiano Gullì)
Ispirato alle celebri trasmissioni BBC (1957–64), il progetto commissiona ballate contemporanee su salute mentale, violenza domestica, lutto, cura. La forma-canzone è qui spazio di parola per chi di solito non l’ha.
Photo credit: Stefano Brigati
Premi, partecipazioni, città
La Triennale ha istituito i Bee Awards: miglior progetto originale a “Two Sides of the Same Coin” (all’interno di We the Bacteria), menzione a “Grenfell. Total System Failure”; miglior partecipazione nazionale al Libano (And From My Heart I Blow Kisses to the Sea and the Houses), menzione al Porto Rico (Había una vez y dos son tres “feminisitios”). Premi che hanno valorizzato opere capaci di tenere insieme forma e giustizia.
Il capitolo delle partecipazioni internazionali è ampio e non convenzionale: accanto a paesi come Angola, Austria, Cina, Togo, Ucraina, Arabia Saudita, compaiono Nazioni Unite, Roma & Sinti e perfino North Pole come dispositivi espositivi che interrogano il concetto stesso di “pavilion”.
Tra giugno e luglio, infine, il progetto “Triennale on Tour” ha portato un’unità mobile disegnata da Studio Orizzontale in otto quartieri milanesi con laboratori, performance ed eventi per bambini e famiglie: perché parlare di disuguaglianze fuori dal museo è parte del mandato culturale dell’istituzione.
Photo credit: Stefano Brigati
Perché conta (più del solito)
“Inequalities” non si limita a denunciare: mette in fila metodi, prototipi, politiche. L’architettura è chiamata a fare meno vetrina e più infrastruttura sociale; il design a spostarsi dalle soluzioni-oggetto alle soluzioni-relazione; i musei a farsi laboratori pubblici—anche attraverso strumenti come mappe, dati, canzoni, ceramiche, funghi. È una mostra che fa domande scomode: chi paga il prezzo dell’innovazione? chi respira l’aria peggiore? chi invecchia peggio? chi rimane fuori dalla stanza delle decisioni? E propone pratiche: rifugi modulari, protocolli di cura age-friendly, allestimenti a impatto ridotto, dati leggibili dalla cittadinanza, immagini che non anestetizzano ma attivano.
INFO
Mostra: 24ª Esposizione Internazionale: “Inequalities”.
Luogo: Triennale di Milano ; Via Alemagna 6, 20121, Milano.
Durata: Fino al 5 novembre 2025
Ingresso: intero 23€ (gratuito ad agosto)
Stefano Brigati - Redattore
Photo credit: Stefano Brigati
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24 agosto 2025
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