La scuola ai tempi del coronavirus: «Didattica a distanza, trasformiamo la necessità in un occasione»

«La situazione di estrema difficoltà può creare una nuova forma di coesione e di condivisione, permettendo a più operatori, docenti e discenti, di aggiornare i propri strumenti e utilizzare appieno possibilità nuove»

Alla fine ci siamo dovuti arrivare: competenze tecnologiche e informatiche, didattica a distanza (DAD, questa è la sigla “paterna” con cui viene abbreviato il concetto), inclusione digitale… È stata una necessità improvvisa: da un giorno all’altro scuole chiuse e famiglie a casa, e il sistema istruzione italiano ha dovuto, molto italianamente, arrangiarsi. Il che, potrebbe non essere necessariamente un male. Innegabilmente questa pratica, gestita in emergenza, ricade con maggiore criticità su chi è più fragile:  gli svantaggi socioculturali incidono, e processi delicati di inclusione, già difficoltosi in situazione di normalità, rischiano fortemente di trasformarsi in nuove forme di dispersione scolastica. Non solo: differenze rischiano di crearsi anche fra istituto e istituto e fra i diversi ordini di istruzione, ma anche, in misura minore, fra docente e docente. Tuttavia, come dicevo, dai mali può nascere un bene. Le scuole, ad esempio, stanno attivando i canali di approvvigionamento di dispositivi da mettere a disposizione delle famiglie in reale difficoltà. I colleghi giovani e tecnologici affiancano quelli didatticamente più esperti, ma magari meno avvezzi all’utilizzo dei supporti digitali. Tutti assieme, si sta cercando di coinvolgere, anche operativamente, quegli studenti e quelle famiglie che la scuola italiana non può permettersi di lasciare indietro. Insomma, la situazione di estrema difficoltà può creare una nuova forma di coesione e di condivisione, permettendo a più operatori, docenti e discenti, di aggiornare i propri strumenti e utilizzare appieno possibilità nuove. Sia chiaro: la scuola è e rimarrà sempre un luogo reale condiviso, l’unico che permetta quella trasmissione circolare di saperi, di esperienze e di emozioni che ne costituisce la ragione d’essere. Ma la scuola di domani deve scoprirsi al più presto la scuola di oggi, e queste nuove opportunità offerte alla didattica non possono permettersi di rimanere improvvisazioni d’emergenza, proprio come accade per le esercitazioni periodiche di evacuazione. Certo, rimangono aperte molte questioni. Soprattutto, questioni vecchie, immutabili, che la scuola italiana trascina con sé da sempre: si boccia o non si boccia? Si valuta o non si valuta? E come si valuta? Il mio personale augurio è che questa necessità indesiderata ma presente possa essere la base anche per una riflessione su un autentico rinnovamento del sistema scolastico. Potremmo accorgerci, ad esempio, che un ragazzino improvvisamente connesso a un computer significhi molto di più di un numero in una scala di valutazione. Ma questo discorso appartiene a quel domani che ci auguriamo tutti arrivi molto presto.

Alessandro Nardin

Docente I.C. Sottocorno, Milano

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