«Una marea di menzogne sul referendum»: a Peschiera Borromeo il fronte del Sì smonta le accuse del No
All’Auditorium Norma Cossetto confronto promosso congiuntamente dal Comitato lombardo per il Sì Enzo Tortora, dal Comitato Sì Separa e dal Comitato Sì Art. 111
In poche righe
La cronaca completa
L’apertura di Giulio Carnevale Bonino: «Dipanare le bugie del No»
Ad aprire la serata è stato Giulio Carnevale Bonino, che ha chiarito il senso politico dell’iniziativa. Secondo il moderatore, la serata nasce dalla necessità di spiegare nel merito la riforma perché nel dibattito pubblico starebbero circolando numerose bugie. Ha sostenuto che il fronte del No non starebbe affrontando i contenuti ma starebbe facendo una campagna contro il governo, evitando di entrare nel merito tecnico della riforma. Per questo, ha detto, occorre «spiegare anche alle persone che ci sono vicine quali sono i contenuti di questa riforma» e dipanare quelle che ha definito, in modo meno colorito ma con lo stesso significato, le “bugie” diffuse in queste settimane. Ha inoltre ricordato che il referendum riguarda una riforma che resterà nel tempo, indipendentemente da chi governa oggi, invitando a una valutazione non ideologica ma istituzionale.
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Il principio di equidistanza: il triangolo equilatero come modello del giusto processo
Per spiegare il concetto di equidistanza tra accusa, difesa e giudice, durante la serata è stata utilizzata una metafora geometrica semplice ma efficace: quella del triangolo equilatero. In un sistema pienamente coerente con l’articolo 111 della Costituzione, il processo dovrebbe essere rappresentato da un triangolo con tre lati uguali: al vertice il giudice, realmente terzo e imparziale; ai due lati opposti l’accusa e la difesa, poste alla stessa distanza dal giudice e tra loro. Solo quando le tre parti si trovano su lati perfettamente equivalenti si può parlare di contraddittorio in condizioni di parità. Secondo i sostenitori della riforma, l’attuale assetto delle carriere non garantirebbe questa perfetta simmetria, ed è proprio per riportare il sistema a un “triangolo equilatero” — cioè a una reale equidistanza — che viene proposta la separazione tra pubblico ministero e giudice.
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Alessandro Osnato: l’articolo 111 e il completamento del sistema accusatorio
L’avvocato Alessandro Osnato, per il Comitato Sì Art. 111, ha costruito il proprio intervento attorno al testo integrale dell’articolo 111 della Costituzione, ricordando che «La giurisdizione si attua mediante il giusto processo regolato dalla legge» e che «Ogni processo si svolge nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti a giudice terzo e imparziale». Ha poi richiamato anche i passaggi relativi alla ragionevole durata del processo, al diritto dell’imputato di essere informato tempestivamente dell’accusa, di disporre del tempo necessario per preparare la difesa, di interrogare i testimoni a carico e ottenere quelli a discarico, fino al principio secondo cui «La colpevolezza dell’imputato non può essere provata sulla base di dichiarazioni rese da chi si è sottratto volontariamente all’interrogatorio».
Secondo Osnato, il punto centrale è proprio l’espressione «giudice terzo e imparziale». Ha spiegato che la riforma del processo penale degli anni Ottanta ha introdotto il modello accusatorio, ma che, a suo giudizio, la mancata separazione delle carriere ha lasciato incompiuto quel percorso. Se pubblico ministero e giudice appartengono allo stesso ordine, condividono carriera e organo di autogoverno, la piena terzietà rischia di restare formale e non sostanziale.
Nel suo intervento ha poi citato dati percentuali per rafforzare la tesi. Ha ricordato che circa il 90% delle richieste cautelari del pubblico ministero verrebbero accolte dal giudice per le indagini preliminari e che una quota molto elevata di richieste di rinvio a giudizio — intorno al 70% — verrebbe anch’essa accolta. Parallelamente, ha sottolineato che una percentuale significativa dei procedimenti, stimata attorno al 40%, si concluderebbe poi con assoluzione.
Osnato ha ribaltato l’argomento spesso utilizzato dal fronte del No, secondo cui l’alto numero di assoluzioni dimostrerebbe l’indipendenza del giudice. Al contrario, secondo la sua lettura, se quasi la metà dei procedimenti termina con assoluzione, significa che il filtro iniziale non funziona in modo efficace e che troppi casi arrivano al dibattimento pur non essendo sufficientemente solidi. In questo senso, la separazione delle carriere servirebbe a rafforzare il controllo preventivo e a rendere più effettiva quella “parità tra le parti” prevista dall’articolo 111.
Infine, ha collegato il ragionamento anche alla riforma del Csm, sostenendo che il meccanismo del sorteggio, riducendo il peso delle correnti, favorirebbe un sistema più meritocratico e meno condizionato da logiche interne. Secondo Osnato, l’obiettivo non è limitare l’autonomia della magistratura, ma completare coerentemente il disegno costituzionale del giusto processo voluto da Vassalli, riportando accusa, difesa e giudice in una condizione di reale equilibrio.
Giulio Gallera: «Non è una riforma inutile, è una riforma che cambia gli equilibri»
L’intervento conclusivo di Giulio Gallera, presidente del Comitato lombardo per il Sì Enzo Tortora, ha avuto un taglio politico ma fortemente intrecciato agli argomenti giuridici già esposti dai relatori. Gallera ha esordito ricordando che il referendum non prevede quorum e che, di conseguenza, «si vince per un voto», invitando i presenti a non sottovalutare la partecipazione. Ha insistito sul fatto che il voto non debba essere interpretato come un giudizio sul governo in carica, ma come una scelta destinata a incidere sull’assetto istituzionale del Paese nel lungo periodo.
Nel passaggio più polemico del suo intervento ha ripreso il tema delle narrazioni avversarie, affermando che, se la riforma fosse davvero irrilevante come sostenuto da alcuni, non ci sarebbe «questa quantità vergognosa di mistificazioni e di balle». Secondo Gallera, l’intensità della campagna del No dimostrerebbe che la riforma tocca un nodo di potere reale, in particolare quello delle correnti all’interno del Consiglio Superiore della Magistratura.
Ha dedicato ampio spazio proprio al funzionamento del Csm, sostenendo che il sistema attuale sarebbe fortemente condizionato dalle correnti e che il caso Palamara avrebbe reso evidente un meccanismo di spartizione delle nomine. Ha parlato di «pacchetti» di incarichi concordati tra correnti e ha sostenuto che ciò finirebbe per penalizzare la meritocrazia e la qualità complessiva del sistema. In questo quadro, ha difeso il sorteggio come strumento capace di ridurre l’influenza delle appartenenze interne, orientando le scelte verso criteri di competenza, curriculum e risultati professionali.
Gallera ha poi affrontato il tema degli errori giudiziari e delle ingiuste detenzioni, richiamando i risarcimenti riconosciuti dallo Stato negli ultimi anni e sottolineando che si tratta di somme rilevanti, che testimoniano l’esistenza di criticità nel sistema. Ha sostenuto che l’istituzione dell’Alta Corte disciplinare servirebbe a rafforzare la responsabilità senza intaccare l’autonomia della magistratura, distinguendo nettamente tra indipendenza della funzione e assenza di controlli.
Un altro passaggio significativo ha riguardato l’impatto concreto dei procedimenti giudiziari sulla vita delle persone. Gallera ha ricordato come un arresto o un’indagine possano avere effetti devastanti sul piano reputazionale, economico e familiare, anche quando il procedimento si conclude con assoluzione. In questo senso, ha sostenuto che la riforma mira a riequilibrare il sistema non per indebolire la magistratura, ma per rafforzarne la credibilità agli occhi dei cittadini.
Il confronto con il pubblico
Nel dibattito conclusivo sono intervenuti diversi presenti, dando vita a un confronto serrato sui punti più controversi della riforma. Andrea Canino, coordinatore di Fratelli d’Italia a Peschiera Borromeo, ha posto una domanda tecnica sul funzionamento del sorteggio per la composizione del nuovo Csm, richiamando anche dichiarazioni attribuite a Nicola Gratteri. Canino ha chiesto in particolare se la platea dei nominativi da cui estrarre a sorte non fosse comunque “filtrata” dalla politica e quale sarebbe stato il meccanismo concreto di selezione. I relatori hanno risposto spiegando che il sorteggio opererebbe all’interno di una platea composta da soggetti già in possesso dei requisiti previsti e che la maggioranza dei membri continuerebbe a essere costituita da magistrati, sottolineando che l’obiettivo non è politicizzare l’organo ma ridurre il peso delle correnti interne.
È intervenuto anche Mario Orfei, che ha posto l’attenzione sulle conseguenze concrete dei procedimenti giudiziari nella vita delle persone. Orfei ha richiamato l’impatto economico, reputazionale e familiare che può derivare da un’inchiesta o da un processo lungo anni, anche quando si conclude con un’assoluzione. Il suo intervento si è concentrato sul tema della responsabilità e sull’esigenza che il sistema preveda strumenti di verifica più incisivi, soprattutto nei casi di errori giudiziari.
Nel corso del dibattito ha preso la parola anche un cittadino presente in sala, che ha chiesto chiarimenti sul funzionamento futuro dell’assetto istituzionale, domandando se con la riforma si arriverebbe a due Csm distinti — uno per i giudici e uno per i pubblici ministeri — e quale sarebbe il ruolo dell’Alta Corte disciplinare. La domanda ha offerto ai relatori l’occasione per spiegare che l’Alta Corte avrebbe competenza specifica in materia disciplinare e che sarebbe composta anche da figure esterne alla magistratura, come professori universitari e avvocati con lunga esperienza, con l’obiettivo dichiarato di rafforzare l’imparzialità nel giudizio sui magistrati.
È intervenuto inoltre Andrea Scarpato, consigliere comunale di Peschiera Borromeo, che ha voluto prendere la parola per ringraziare i relatori e per esprimere la propria posizione politica, sintetizzandola con una frase netta: «La politica ai politici, la giustizia ai giudici. Punto». Scarpato ha sostenuto che la separazione delle carriere rappresenterebbe un chiarimento necessario tra funzioni diverse all’interno dello Stato.
Altri interventi dal pubblico hanno riguardato il principio dell’obbligatorietà dell’azione penale e il ruolo della polizia giudiziaria. I relatori hanno ribadito che la riforma non modifica l’articolo 112 della Costituzione e che non interviene sull’obbligo del pubblico ministero di esercitare l’azione penale quando ricorrono i presupposti di legge.
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