Un Mondiale con più squadre, ma senza l'Italia pesa di più
L'Argentina raggiunge la terza finale negli ultimi quattro Mondiali, mentre l'assenza dell'Italia continua a rappresentare la vera delusione per milioni di tifosi.
Prima della
finale del Mondiale 2026, una sensazione accomuna molti appassionati: abbiamo
assistito al torneo con il maggior numero di nazionali della storia, ma non
necessariamente il più spettacolare. L'allargamento a 48 squadre ha
rappresentato una scelta storica, pensata per rendere il calcio davvero
universale, offrendo a Paesi che non avevano mai avuto questa opportunità il
palcoscenico più prestigioso del mondo. Da questo punto di vista l'obiettivo è
stato raggiunto: nuove bandiere, nuovi popoli, nuove emozioni. Anche se
sicuramente ha pesato l’aspetto economico: business is business.
Ma il calcio,
oltre ai numeri, vive soprattutto di qualità. E proprio sul piano del gioco
questo Mondiale ha spesso lasciato l'amaro in bocca. Molte partite sono state
equilibrate, combattute, persino emozionanti, ma raramente memorabili sotto il
profilo tecnico. Squadre prudenti, ritmi spesso bassi, pochi fuoriclasse capaci
di accendere la fantasia e tanta attenzione a non sbagliare piuttosto che a
vincere. È il calcio moderno, sempre più organizzato tatticamente, dove
l'equilibrio prevale sull'estro e la paura di perdere pesa quanto il desiderio
di conquistare il successo.
La finale tra
Argentina e Spagna è il confronto tra due scuole calcistiche che hanno
contribuito a scrivere alcune delle pagine più belle della storia del calcio.
L'Argentina
rappresenta il fascino del talento puro, della fantasia, della passione. È la
terra che ha regalato al mondo due dei più grandi calciatori di ogni epoca:
Diego Armando Maradona e Lionel Messi. Due fuoriclasse diversi per stile e
personalità, ma accomunati dalla capacità di trascinare un'intera nazione e di
cambiare il destino di una partita con una sola giocata. Tre finali negli
ultimi quattro Mondiali rappresentano un risultato straordinario, frutto non
del caso ma della continuità di un movimento calcistico.
Dall'altra
parte c'è la Spagna, che probabilmente ha rivoluzionato il calcio più di
qualsiasi altra nazionale negli ultimi trent'anni. La Spagna ha dimostrato che
il possesso del pallone poteva essere non solo spettacolo, ma anche il modo più
efficace per vincere. Ha influenzato allenatori, club e nazionali di tutto il
mondo, cambiando il modo stesso di interpretare il calcio. Non perde da 37
partite, record mondiale eguagliato con l’Italia, e vincendo domenica potrà
superarlo.
Per questo
motivo la finale appare giusta. Da una parte c'è la tradizione del talento
individuale capace di accendere la fantasia; dall'altra l'evoluzione del gioco
collettivo, dell'organizzazione e della tecnica al servizio della squadra.
Mentre
osserviamo gli altri contendersi la Coppa del Mondo, la nostra Nazionale
continua a essere la grande assente. Tre mancate qualificazioni consecutive
hanno rappresentato una ferita profonda, e anche questo Mondiale è stato
vissuto da spettatori. Una situazione impensabile per un Paese che ha scritto
pagine indelebili nella storia del calcio mondiale e che resta una delle
nazionali più titolate.
Fa sorridere,
talvolta, ascoltare le critiche verso il livello del torneo proprio da parte di
chi, come noi italiani, non è riuscito nemmeno a conquistarsi il diritto di
partecipare. È legittimo osservare che il gioco non sia stato sempre
entusiasmante, ma prima ancora dovremmo interrogarci sul motivo per cui
l'Italia non sia stata capace di essere presente. Perché il problema non è la
qualità del Mondiale: il problema è la nostra assenza.
Manca l'azzurro
sugli spalti, manca l'emozione dell'inno prima delle partite, manca quella sana
rivalità sportiva che solo la Nazionale riesce a creare. Manca soprattutto una
generazione di bambini che possa sognare vedendo i propri campioni competere contro
i migliori del mondo.
La finale
assegnerà un'altra Coppa del Mondo e incoronerà una nuova regina del calcio.
Noi la guarderemo con la passione di sempre, perché il calcio continua a
emozionare anche quando la propria squadra non c'è. Ma la speranza è che questo
lungo digiuno finisca presto. Perché il Mondiale senza l'Italia non è mai
davvero il Mondiale che gli italiani desiderano vivere. E il nostro calcio ha
il dovere di ritrovare il livello, l'organizzazione e l'ambizione necessarie
per tornare dove la sua storia dice che dovrebbe essere: tra i protagonisti,
non tra gli spettatori.
Moreno Mazzola
"Il calcio
è la cosa più importante delle cose meno importanti." — Arrigo Sacchi
Newsletter
Pubblicità
Redazione 



















