Datacenter a Segrate, abbiamo verificato le critiche che circolano sui social

Rumore, calore e teleriscaldamento: cosa c'è di vero e cosa no nei post che girano in queste settimane

Da quando CyrusOne ha posato la prima pietra del datacenter MIL1 a Redecesio, i social si sono animati. Nei gruppi locali di Segrate circolano post, commenti e analisi di cittadini che sollevano dubbi sul progetto: sull'impatto termico, sul rumore, sui limiti del teleriscaldamento promesso. Abbiamo raccolto le critiche più diffuse e le abbiamo verificate. Alcune reggono, altre molto meno.

Il Golfo Agricolo: merito di chi?

Partiamo da un punto che torna spesso nelle discussioni online. L'amministrazione comunale e diversi esponenti del centrosinistra locale hanno rivendicato come un risultato la salvaguardia del Golfo Agricolo, la striscia verde tra Milano 2 e Rovagnasco su cui non sorgeranno nuove abitazioni di pregio. Sui social qualcuno ha fatto notare che il merito non è esattamente dove viene presentato.

I fatti dicono che ha ragione chi solleva il dubbio. Il Golfo Agricolo è stato donato al Comune di Segrate direttamente da CyrusOne, come area verde destinata all'uso della comunità. Non è il risultato di una battaglia politica: è parte dell'accordo commerciale tra l'azienda e il Comune, siglato nell'ambito del progetto MIL1. Presentarlo come una vittoria dell'attuale maggioranza è, quantomeno, un'interpretazione generosa dei fatti.

Il calore: il problema che nessuno vuole spiegare davvero

Questo è il punto più sostanzioso tra quelli sollevati online, e anche il più fondato. Il ragionamento di fondo è semplice: tutta l'energia elettrica che entra in un datacenter esce come calore. È fisica, non è un'opinione. Con 27 megawatt di potenza installata, MIL1 produrrà una quantità enorme di calore continuo, 24 ore su 24, 365 giorni l'anno.

La risposta ufficiale di CyrusOne è il teleriscaldamento: il calore in eccesso verrà ceduto alla rete cittadina per scaldare case e uffici. In inverno funziona bene, è vero. Il problema è l'estate. Quando la domanda di riscaldamento crolla a zero, dove va quel calore? Una parte si converte in raffrescamento con macchinari appositi, una parte scalda l'acqua sanitaria. Ma la quota che finisce comunque nell'atmosfera è tutt'altro che trascurabile — le stime tecniche più realistiche parlano di un recupero utile attorno al 45-55% su base annua. Il resto scalda l'aria.

E c'è un dettaglio che emerge dalle dichiarazioni ufficiali stesse e che vale la pena sottolineare. Alla cerimonia della prima pietra, il managing director di CyrusOne per l'Europa ha dichiarato che MIL1 è progettato per recuperare il calore residuo «con la possibilità» di alimentare reti di teleriscaldamento, ma ha anche ammesso che si deve ancora trovare l'operatore che gestisca la distribuzione. Significa che al momento dell'avvio del cantiere, la rete non esiste ancora. Il teleriscaldamento è una promessa condizionale, non una certezza contrattuale.

Il rumore: non è un'esagerazione

Le critiche sui social sul rumore dei datacenter sembrano, a prima vista, le più facili da liquidare come allarmismo. Invece sono le più solide, almeno sul piano delle evidenze internazionali.

Negli Stati Uniti, dove la densità di questi impianti è di gran lunga superiore all'Europa, il tema è ormai fuori discussione. I residenti che vivono vicino ai datacenter hanno paragonato il rumore a quello di un motore d'aereo, di un treno merci, di un enorme soffiatore di foglie o di un elicottero. Non si tratta di volume alto in senso tradizionale: si tratta di un ronzio costante, prodotto dai sistemi di raffreddamento, che non si interrompe mai — né di giorno né di notte, né d'estate né d'inverno.

In Virginia, residenti e associazioni di quartiere hanno presentato reclami formali alle autorità locali per il rumore «catastrofico» prodotto dai datacenter, definendolo un rumore industriale estremo che continua 24 ore su 24 senza alcuna regolamentazione. E la commissione legislativa dello Stato ha concluso — nero su bianco — che la scala industriale di questi impianti li rende in larga parte incompatibili con le zone residenziali.

Il punto critico è normativo, e vale anche per l'Italia. La maggior parte delle ordinanze locali sul rumore sono state scritte per gestire feste rumorose nei quartieri, non i datacenter, e la conseguenza è che la maggior parte delle denunce non porta da nessuna parte. La legge italiana in materia — la 447 del 1995 e il DPCM del novembre 1997 — calcola i limiti come medie, e non considera specificamente il rumore continuo nelle 24 ore. Essere «a norma» non equivale automaticamente a non disturbare chi ci vive accanto.

Cosa non regge nelle critiche social

Detto questo, non tutto quello che circola online è ugualmente fondato. Alcuni paragoni usati per rendere l'impatto più comprensibile — come quello dei 104.000 platani equivalenti al Parco di Monza — sono esercizi di comunicazione efficaci ma non argomenti tecnici. Nessuno propone davvero di compensare il calore di un datacenter con gli alberi: servono a far capire le dimensioni del problema, non a indicare soluzioni.

Anche i confronti con i casi americani vanno presi con la giusta cautela. La Virginia da sola ospita quasi 600 datacenter di varie dimensioni, con circa il 13% della capacità operativa mondiale concentrata in Northern Virginia. I problemi di rumore esplodono quando si parla di decine o centinaia di strutture concentrate nella stessa area. Segrate, per ora, ha un solo impianto. Il contesto è molto diverso.

Infine, il tema dei generatori di emergenza — citato online come ulteriore fonte di inquinamento acustico e atmosferico — è reale in linea di principio, ma il progetto MIL1 prevede generatori dotati di tecnologia SCR per abbattere gli ossidi di azoto e compatibili con carburanti HVO a minore impatto ambientale. Non è una risposta definitiva, ma è una misura di mitigazione concreta che i post critici tendono a ignorare.

Il nodo vero: chi paga e chi guadagna

Al di là del fact checking sui singoli argomenti, c'è una domanda di fondo che le critiche social pongono in modo più o meno esplicito e che merita risposta: i benefici di questo progetto sono distribuiti in modo equo rispetto agli impatti?

CyrusOne ha annunciato un investimento di oltre 6 milioni di euro in infrastrutture locali, tra cui la riqualificazione di Via delle Regioni in un boulevard urbano moderno con nuove aree pedonali e piste ciclabili, oltre all'impiego di fino a 300 lavoratori durante il cantiere e 25 dipendenti a tempo pieno una volta operativo. Sono numeri reali. Ma i 25 dipendenti fissi di un datacenter enterprise non sono esattamente un polo di occupazione locale, e le opere compensative riguardano un'area specifica della città.

Chi vive a Redecesio e Lavanderie — le zone più vicine all'impianto — si trova nella posizione classica di chi subisce gli impatti diretti di un'infrastruttura i cui benefici sono distribuiti su scala molto più larga. Non è una novità: succede con le autostrade, con le centrali, con gli inceneritori. Ma vale la pena dirlo chiaramente, senza nascondersi dietro le certificazioni ambientali.

MIL1 sarà operativo entro la fine del 2027. C'è ancora tempo per chiedere risposte precise — non promesse condizionali — su come verrà gestito il calore in estate, quali misure concrete verranno adottate per il rumore e chi monitorerà il rispetto degli impegni presi. Sui social le domande circolano. Sarebbe utile che arrivassero anche nelle sedi istituzionali giuste.