Striscione a Genova offensivo per i Martiri delle foibe, denunciati gli autori in base alla legge Mancino

Il corteo che ha sfilato per le strade del capoluogo ligure era aperto da uno striscione recante la scritta “No Foibe No Party”. Il Comitato 10 Febbraio e l’Associazione Nazionale Dalmata decisi ad andare fino in fondo

Tra il 19 e il 22 luglio 2001 si tenne a Genova un G8 che è passato alla storia non per le decisioni prese dai potenti della terra ivi convenuti, bensì per gli scontri, le follie e gli strascichi di violenza e morte che quell’evento portò con sé. Per tali fatti ci furono processi e condanne anche pesanti. Nel ventesimo anniversario di quella tragedia a Genova si è dipanato lungo le vie della città un corteo: obiettivo della manifestazione era ricordare i drammatici avvenimenti del 2001 ma la situazione è presto degenerata. In testa al corteo, retto da alcuni manifestanti, campeggiava uno striscione recante la frase “No Foibe No Party”. E non si tratta di una semplice e stupida strumentalizzazione della storia e un accostamento insensato di un fatto passato a uno presente, errore non da poco ma che spesso viene fatto. Quello striscione, che ha sfilato per le vie della città della lanterna, rappresenta un insulto alle migliaia di vittime italiane, persone trucidate dai partigiani titini al termine del secondo conflitto mondiale, e alle loro famiglie. La loro colpa? Essere italiani. Lo striscione esibito con orgoglio da alcuni manifestanti configura inoltre un reato gravissimo, che sarà perseguito e punito secondo la Legge Mancino, la quale condanna l’apologia di crimini di guerra e crimini contro l’umanità.
«Sono sempre gli stessi – sono le parole di condanna espresse dal presidente nazionale del Comitato 10 Febbraio Emanuele Merlino e la Presidente dell’Associazione Nazionale Dalmata, Carla Isabella Elena Cace – nemici dell’Italia ed eredi di quella ideologia comunista che, lontano da ogni ideale di giustizia sociale, fu motivazione insanguinata per l’uccisione di milioni di innocenti in tutto il mondo. Invece di chiedere scusa e riflettere su una strage di quelle dimensioni e sul conseguente esodo di 350 mila italiani costretti a fuggire da terre italianissime, ancora nel 2021 i nipotini di Tito e Stalin si permettono di offendere la memoria dei martiri delle foibe. Non possiamo accettare che passino sotto silenzio queste dimostrazioni di intolleranza nei confronti degli italiani vittime del regime dittatoriale di Tito. Gettare persone ancora vive in una foiba, in guerra ma anche a conflitto ampiamente finito, non fu "giustizia" ma, per citare il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella: una persecuzione contro gli italiani, mascherata talvolta da rappresaglia per le angherie fasciste, ma che si risolse in vera e propria pulizia etnica, che colpì in modo feroce e generalizzato una popolazione inerme e incolpevole».
la speranza è che la giustizia faccia il proprio corso in modo inflessibile: «Gli autori di questo gesto criminale devono essere identificati e processati in base alla legge Mancino che, ai sensi dell'art 604 bis del codice penale, punisce: l'apologia di crimini di guerra e contro l'umanità fra i quali è, ovviamente, ricompresa la pulizia etnica. Per questo motivo – concludono Merlino e Cace – abbiamo dato mandato ai nostri avvocati di denunciare, proprio ai sensi della legge Mancino, gli autori di questo gesto ignobile. Lo chiedono le migliaia di italiani che fecero una morte orrenda e che ancora oggi sono insultati e derisi da personaggi la cui ideologia è stata sconfitta dalla storia».

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