Settala, mille impuniti al rave degli antagonisti di sinistra del 2019, i carabinieri e la proprietà avevano fornito le prove delle devastazioni

La critica del gip Guido Salvini sul Corriere.it: «Indagine sostanzialmente abbandonata dagli inquirenti. Potevano probabilmente essere identificati gli organizzatori del rave party e i partecipanti»

Una foto scattata all'interno del capannone al momento dello sgombro

Questo rave party svoltosi  nel week end fra il 25 e il 26 maggio 2019, spiega il giudice Salvini sulle pagine del Corriere.it «non era un semplice intrattenimento musicale ma una manifestazione e un momento di propaganda organizzato dall’area della cosiddetta sinistra antagonista», giacché «i muri del capannone erano stati tappezzati da scritte aggressive nei confronti delle forze dell’ordine considerate repressive (“Più sbirri morti”, “Digos boia” “10, 100, 1000 Nassyria”, “A fuoco i Cpr”), contenenti minacce nei confronti di politici del centro destra (“Spara a Salvini”), ed in generale inneggianti ad una rottura rivoluzionaria con l’attuale assetto politico-sociale». Anche se «gli organizzatori del rave party» a Settala nel 2019 «potevano probabilmente essere identificati, l’indagine è stata sostanzialmente abbandonata dagli inquirenti»: è l’opinione espressa dal giudice delle indagini preliminari Guido Salvini nel provvedimento con il quale ha ordinato alla Procura di formulare l’imputazione di «occupazione abusiva» quantomeno nei confronti degli unici cinque identificati, per i quali i pm chiedevano l’archiviazione. Nel 2019 la società Edil Immobiliare srl aveva denunciato che il 25 maggio fossero calati un migliaio di giovani che avevano invaso un capannone ad uso logistico da 14 mila metri quadri in via Bellini 32 e che lo avevano occupato per svolgervi un rave party. Porte sfondate e pavimenti divelti. Quando tutto era finito, i danni erano emersi ingenti: le porte erano state abbattute e sfondate, l’intero impianto elettrico e di riscaldamento era stato asportato, i pavimenti danneggiati, demoliti tutti sanitari con le relative rubinetterie, distrutte le porte interne tagliafuoco e i motori delle attrezzature che servivano per il carico, danneggiata la centrale antincendio e tutti i locali tecnici e gli apparati in essi contenuti. Inoltre le pareti erano state imbrattate con scritte e manifesti, e in tutta l’area erano stata abbandonati spazzatura ed escrementi.

Le targhe e l’identificazione possibile

Qui si colloca la critica del giudice: «Nonostante l’individuazione da parte dei carabinieri della stazione di Peschiera Borromeo delle targhe di un considerevole numero di autovetture presenti all’esterno del rave party», lamenta il gip Salvini, «l’indagine è stata sostanzialmente abbandonata dagli inquirenti e si è conclusa con l’identificazione di solo cinque giovani che per loro stessa ammissione avevano partecipato all’evento illegale autogestito, e poi con la richiesta di archiviazione». Per il gip, invece, gli organizzatori del rave party sarebbero potuti essere identificati perché la società immobiliare aveva allegato «le immagini del sito del gruppo antagonista, La Bolla, che aveva organizzato e pubblicizzato il rave party con il blog con profili pubblici e tutte le indicazioni sull’evento». Ma se ormai non è stato possibile individuare chi sia stato materialmente responsabile degli ingenti danneggiamenti del capannone, al giudice Salvini «appare evidente che tutti i partecipanti al rave party, tra cui quindi le cinque persone identificate, non potevano non avvedersi della situazione di completa illegalità in cui si trovavano, e cioè aver invaso un edificio industriale del tutto estraneo a manifestazioni di quel genere». Da qui l’ordine ai pm di formulare l’imputazione nei confronti degli indagati «del tutto consapevoli, quantomeno, di aver partecipato all’invasione e occupazione di un terreno e di un edificio non appartenenti agli organizzatori del raduno».

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