Nella giornata contro la violenza sulle donne "la protesta dei tanga" irlandese non si placa, raggiungendo anche l'Italia

Sui social #thisisnotconsent è divenuto simbolo della lotta al femminile contro la violenza sulle donne: tutto ha inizio in Irlanda, con la decisione di rilasciare uno stupratore poiché la vittima indossava biancheria provocante. Ovvero, quando anche al di fuori dell'Italia domina il "se l'è andata a cercare"

Nell'ultima settimana in tutto il mondo e su tutti i social sono comparse foto di perizomi, tanga e qualsivoglia tipologia di biancheria, accompagnate dall'hashtag #thisisnotconsent (questo non significa consenso)

Tutto parte da Cork, in Irlanda dove una 17enne che aveva denunciato uno stupro, è divenuta vittima due volte: la prima per mano del 27enne che si è approfittato di lei, la seconda durante il processo, quando è stata esposta la sua biancheria in modo umiliante. Il fatto che indossasse un tanga (ritenuto "provocante") ha portato il giudice a procedere con il rilascio dell'accusato, scatenando una veemente protesta che ha attraversato ben presto i confini nazionali. Le donne scese in piazza hanno manifestato con cartelli dove chiedevano ironicamente "potremmo gentilmente avere la lista dei vestiti che possiamo indossare?" e la stessa parlamentare irlandese Ruth Coppinger ha esposto un tanga durante una seduta chiedendo rassicurazioni per i futuri casi di stupro

Il punto focale del tema è proprio questo: se le vittime finiscono costantemente sul banco degli imputati, come possono essere rassicurate che verrà fatta reale giustizia? La retrograda opinione del "se l'è andata a cercare" non è circoscritta solamente all'Italia come il caso di Cork insegna, e assistere a racconti simili ancora nel 2018 lascia allibiti. Eppure il nostro Paese è maestro nel "giustificare" chi commette violenza sulle donne o femminicidi, basti pensare ai casi di Pamela e Desirèe, così estremi, così scioccanti, così brutali, eppure, nonostante l'evidenza dei fatti, ancora si tende a incolpare la vittima: "cosa ci faceva lì?" "frequentava un brutto giro" "era consenziente" "assumeva stupefacenti"... affermando certe cose si uccide la loro rispettiva memoria oltre che la propria umanità. 

Di conseguenza, se in casi talmente feroci non si riesce a fare giustizia, come si può rassicurare una ragazza che vorrebbe denunciare uno stupro? Basta una minigonna, basta un bicchiere di troppo, basta un sorriso di troppo, e subito si mette in moto la macchina giudicante che fa sentire in colpa la vittima (il cosiddetto "slut-shaming"). Non siamo a Vienna, dove le ragazze nei weekend possono girare da sole e prendere la metro alle 4 del mattino in tutta tranquillità, le donne italiane ne sono consapevoli, ma qui avvengono stupri (o tentati) anche in luoghi pubblici, sul passante, alla fermata della metro, in un sottopassaggio, anche in pieno giorno. 

Serve un cambiamento, perché in Italia si sta letteralmente sottovalutando la sicurezza nei confronti delle donne: le violenze sessuali hanno subito un aumento del 5% e da inizio anno siamo quasi a quota 70 femminicidi. Numeri preoccupanti, contro i quali a nulla servono i cartelli della "protesta dei tanga" irlandese. Finché saranno sempre e solo le donne ad attivarsi in difesa delle stesse, finché regneranno ancora atteggiamenti misogini e irrispettosi da parte dell'altro sesso, finché la mentalità di molte persone continuerà ad essere ottusamente limitata, quel "cambiamento" che ci si auspica non arriverà mai. 




Stefania Accosa

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