Coronavirus: «Nella RSA di Mombretto poca chiarezza su quello che stava succedendo, informazioni vaghe e incomplete a noi parenti»

A denunciarlo è una donna di Peschiera Borromeo che ha perso la mamma ospite di Residenza Borromea il 17 marzo a cui hanno negato anche l’ultima foto

La storia di nonna Enrica

Un’altra storia di dolore ce la racconta Nadia la figlia di Enrica 84 anni. L’anziana donna da parecchi anni ricoverata a Residenza Borromea, è scomparsa il 17 marzo di presunto coronavirus. Perché nonostante fosse noto quello che stava succedendo all’interno della struttura che ha visto 64 pazienti deceduti, alla sua mamma non avevano fatto nessun esame diagnostico: «Non siamo riusciti ancora a sapere come siano andati i fatti – racconta la figlia di nonna Enrica -, c’è stata poca chiarezza da parte della Direzione Sanitaria su quello che realmente stava accadendo. Abbiamo avuto poche informazioni e anche incomplete. L’ultima volta che ho visto mi madre è stato il 29 febbraio, stava bene, sono entrata con mascherina e guanti, sottoscrivendo un questionario dove dichiaravamo di non essere venuti in contatto con nessun contagiato. Me l’hanno fatta vedere per un quarto d’ora, era allettata nella sua stanza, e mi hanno anche consigliato di non toccarla. Nei giorni seguenti ho sempre telefonato per sapere come stava, e non mi hanno mai detto che c’era stata evidenza di un contagio per Covid-19. Dopo il 4 marzo l’ho saputo tramite una parente di un’altra ospite. Qualche giorno dopo mi hanno avvertito che mia mamma non stava bene, e che l’avevano messa sotto terapia antibiotica, secondo i medici era un’infezione batterica. Sono passati ancora alcuni giorni e  mi riferirono che mia madre non aveva più febbre. Questo fino al 17 marzo – continua la signora Nadia –,  quando di mattina mi chiamarono e mi spiegarono che mi mamma aveva avuto uno scompenso, e che l’avevano messa sotto ossigeno terapia. In quel frangente chiesi se fosse coronavirus, mi risposero che non lo sapevano perché non avevano fatto il tampone. Quel giorno chiamai diverse volte, ho fatto fatica a parlare con qualcuno,  quando sono riuscita le risposte erano vaghe evasive e maleducate talvolta. In una di queste chiamate chiesi  se a mia mamma stavano ancora somministrandole l’ossigeno, il medico era occupato, l’impiegata amministrativa che mi rispose disse di non saperlo. Alle ore 15 mi ha chiamato un medico e mi ha detto che mia madre era deceduta».

Nei giorni prima dell’irreparabile, la figlia di Nadia ci ha raccontato di aver chiesto più volte di poter fare una video chiamata con la sua mamma Enrica, di poterla almeno vedere dalla finestra stando giù nel cortile per salutarla, ma non c’è stato verso. «Subito dopo la comunicazione del decesso – racconta la signora Nadia con voce rotta dalla commozione  -, mi hanno detto di chiamare subito le pompe funebri che dovevamo liberare in fretta la salma. Mi è anche stata negata una foto. Ho chiesto se potevano farmela per vedere almeno la mia mamma l’ultima volta e me l’hanno negata disumanamente. Mi hanno ridato – conclude la donna che vive a Peschiera Borromeo – i suoi effetti personali, un mucchio di cianfrusaglie, ma l’unica cosa a cui tenevamo per un ricordo affettivo, un orologio regalatole da noi qualche mese prima, era andato perso».

Il feretro è poi stato portato al cimitero di Canzo. Stando alla testimonianza della sig. Nadia, un altro tassello si aggiunge alla vicenda: nonostante per vicinanza stretta dal 4 di marzo, tutti gli ospiti e il personale avrebbero dovuto considerarsi “contagiati”, come ha scritto il Prefetto di Milano nella sua nota, ai parenti ancora, Residenza Borromea diceva di ignorare se fossero affetti da Covid-19 o meno, perché non avevano eseguito il tampone diagnostico.

Giulio Carnevale

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