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L’Ibis Sacro una nuova specie esotica presente oramai in modo rilevante in Provincia di Milano |Gallery|

SI presenta con un piumaggio uniformemente bianco con zampe, collo, testa, becco e coda nere, numerosi gli avvistamenti nel Parco Agricolo Sud Milano

Passione Natura n.51

Ecco una nuova specie esotica presente oramai in modo rilevante in Provincia di Milano e in tutto il Parco Agricolo Sud Milano. Si tratta dell’uccello Ibis sacro che in passato viveva in Egitto,  dov’era venerato come una divinità, considerato la rappresentazione terrena del Dio Thot, simbolo di intelligenza. Tracce di questa specie sul territorio italiano risalgono già all’epoca dei Romani, negli affreschi e nei mosaici delle ville patrizie di Pompei ed Ercolano distrutte dall’eruzione del Vesuvio nel 79 d.C. Plinio il Vecchio (23-79 d.C.) , nel X volume della Naturalis Historia, parla di come gli Ibis sacro  venissero invocati contro le incursioni dei serpenti e del fatto che i sacerdoti fermarono epidemie di peste immolando agli dei un Ibis sacro. Personalmente ho avvistato e fotografato gruppi di Ibis sacro  a Settala  a giugno 2015 e febbraio 2016; a Corneliano Bertario ad aprile 2016; a Carpiano a marzo 2017; a Peschiera Borromeo a novembre 2017; a Liscate a gennaio 2018. L’Ibis sacro ( nome scientifico Threskiornis aethiopicus Latham, 1790 ) è un uccello caratteristico, si presenta con un piumaggio uniformemente bianco con zampe, collo, testa, becco e coda nere. L’Ibis sacro ha una taglia abbastanza grande: è lungo infatti sui  50-60 cm. con un peso di 1,5-2 Kg e un’apertura alare di 110-120 cm. Come tutti i Ciconiformi, vola con le ali aperte e le zampe slanciate, in modo particolarmente simile alla Cicogna bianca.
Nonostante a volte mangi semi o alghe, l’Ibis sacro  è prevalentemente carnivoro: si nutre di pesci, invertebrati, crostacei, molluschi, anche se non disdegna  piccoli mammiferi, uova e lucertole, che cattura con il suo becco ricurvo e  ingoia interi.
Nella stagione degli amori, tra giugno e agosto, i maschi si contendono le  compagne a colpi di rigonfiamenti del petto e striduli gorgheggi. La femmina depone 2-4 uova, cova senza l’aiuto del maschio  e si occupa anche di nutrire i pulcini. I giovani Ibis sacro si rendono indipendenti a 4-5 settimane di vita, e a 20  sono in grado di riprodursi. Possono vivere fino a circa 18 anni.
Al giorno d’oggi, l’Ibis sacro è estinto in Egitto ma ampiamente diffuso in Africa sub-sahariana e Iraq sud-orientale; è inoltre presente in Madagascar.  Si riscontra vicino ai grandi fiumi, come il Nilo, il Niger, il Tigri e l’Eufrate.  Predilige ambienti umidi, dove acqua e fango abbondano e  trova cibo in abbondanza, ma si spinge anche fino ai margini delle città su campi arati e alle coste marine.
Ed è proprio la presenza di ambienti caratterizzati da questi elementi, che ha permesso all’Ibis Sacro di formare una popolazione  nell’area risicola del Novarese e Vercellese rendendolo, senza dubbio, uno degli animali più caratteristici di questo territorio.
L’origine della popolazione italiana di questa specie è ancora sconosciuta. Secondo alcuni studiosi i nostri ibis potrebbero essere di origine francese; tra gli anni 80 e 90 del secolo scorso diversi individui in Francia sfuggirono da parchi zoologici e da giardini privati, adattandosi all’ambiente e successivamente riproducendosi con successo, dando vita a popolazioni stabili.  Alcuni individui facenti parte di queste popolazioni sarebbero poi  arrivati  fino in Italia. Altri studiosi invece ritengono  che possano essere scappati  direttamente da  zoo o da allevatori privati italiani. In ogni caso si tratta di animali sfuggiti dalla cattività e adattatasi all’ambiente naturale, come spesso succede con altre specie esotiche o aliene.
Al di fuori della Regione Piemonte, casi di possibile nidificazione vengono riportati in Emilia-Romagna, Veneto e Lombardia mentre segnalazioni di singoli o più individui, in movimento e/o svernamento, vengono registrate in varie zone della Pianura Padana fino alla Toscana.
Walter  Ferrari                                                                     
Foto di  Walter Ferrari