Disturbi alimentari: un oscuro labirinto

Pubblichiamo un elaborato della Cooperativa sociale Sulla Via (Peschiera Borromeo) riguardante i disturbi alimentari: anoressia, bulimia, BED

Si tratta di una patologia complessa che coinvolge molte discipline mediche (internistiche, endocrinologiche) e anche, ovviamente, la psicologia.
All'interno dell'ambito psicologico, sono molti gli approcci possibili a questa sofferenza; qui proponiamo un approccio di tipo cognitivo-comportamentale. In questo caso, il fenomeno viene valutato come studio dei meccanismi comportamentali che lo determinano.
Paradossalmente chi ne soffre, nonostante il disagio provocato dalla difficoltà a relazionarsi con il cibo, non riesce a cambiare il suo comportamento, si sente spesso come gestito da forze esterne e non ha la consapevolezza del senso di fame e sazietà.
Sono presenti comportamenti caratteristici che determinano e alimentano il mantenimento della patologia: perfezionismo (preoccupazione per gli errori e timore di sbagliare), autostima diminuita (opinione negativa globale di sé, indipendente dalla prestazione), intolleranza agli stati d’animo (incapacità di affrontare adeguatamente stati emozionali intensi, anche positivi), difficoltà nelle relazioni interpersonali (tensioni familiari, eventi relazionali sfavorevoli), impulsività (che si esprime soprattutto nella bulimia), ricerca di sensazioni forti (sensation seeking), narcisismo, preoccupazione per accettazione e approvazione da parte degli altri e ricerca ossessiva della propria autonomia mirata all'alimentazione (indipendenza, controllo, raggiungimento di obiettivi autoprefissati), neuroticismo (predisposizione verso emotività, ipersensibilità,  depressione).
 
In sintesi due fattori assumono particolare importanza nella genesi e nel mantenimento del disturbo:
Bisogno e desiderio di controllo (credenza, convinzione)
Rimuginio (processo cognitivo/emozionale)

Chi è affetto da disturbo alimentare (DA) esprime il bisogno e il desiderio di controllo attraverso condotte di estrema restrizione alimentare e condotte di eliminazione (vomito, ecc) il cui scopo è quello di controllare il proprio mondo e rendere la propria vita più gestibile: questa è la modalità patologica che i soggetti affetti da DA utilizzano per soddisfare il bisogno di controllo, perché si sentono incapaci di controllare le relazioni interpersonali, il proprio mondo interiore, gli eventi. Il controllo è percepito come un atteggiamento generale che coinvolge il cibo, il peso e la forma corporea, ma anche gli avvenimenti (esterni) e i sentimenti/emozioni (mondo interiore).
L'esigenza di esercitare il controllo è centrale nelle dinamiche del DA, è la preoccupazione maggiore; questa esigenza viene apparentemente soddisfatta attraverso il monitoraggio di un solo parametro, cioè il cibo, il peso e la forma corporea (Fairburn, Harrison 2003). Le restrizioni alimentari incrementano la percezione soggettiva di esercitare un controllo efficace. Le persone affette dal disturbo alimentare credono di raggiungere l'autonomia (che loro identificano esclusivamente con  il controllo sul cibo e sul proprio corpo) solo attraverso la loro modalità patologica; ma è proprio questa  modalità che le rende dipendenti dal cibo intorno al quale ruota tutta la loro vita. Proprio per questo sono sempre più lontane dall' autonomia e diventano sempre più schiave della loro insana convinzione.
Il rimuginio è il predominio di pensieri orientati negativamente, aspettative negative, il temere conseguenze dannose. È il fattore di base nell’anoressia. Le persone che soffrono di un DA rimuginano sul peso, sul grasso e la forma corporea, perché prevedono che nella loro vita ci saranno una serie di conseguenze negative, es. problemi interpersonali, senso di incapacità e inadeguatezza, timore di essere biasimati e denigrati (da genitori, altre figure autorevoli ecc.).
Insomma, è come se l'unica risposta possibile per affrontare e gestire ogni sensazione/avvenimento sgradevole o troppo forte (ad es. ansia e stress che fanno parte fisiologicamente della vita di tutti noi) fosse per questi soggetti l'esercitare un controllo spasmodico dell'unica pulsione che riescono a dominare: la funzione alimentare.
Nel trattamento cognitivo-comportamentale il terapeuta guida il paziente nell'analisi e nella riflessione sul proprio comportamento disturbato instaurando con lui un atteggiamento critico verso i propri comportamenti e lo accompagna a modificare le sue convinzioni circa la veridicità del possibile controllo della propria esistenza attraverso il controllo del cibo. Lo sostiene nella scoperta di come “la questione cibo” sia in realtà collegata a contenuti dolorosi della propria vita, che vanno ben oltre l'aspetto esteriore.
Il terapeuta infine guida il paziente alla difficile accettazione della necessità di diminuire il controllo, a tollerare il timore di un controllo ritenuto insufficiente e in genere a reggere le emozioni negative attraverso la graduale esposizione a compiti-esperienza di situazioni considerate dannose o pericolose in cui è presente il cibo o gli altri elementi che “minacciano il controllo” sulla vita.
Il tutto implementato dalla presenza di un dietologo e dal monitoraggio sul cibo attraverso i diari alimentari, su cui è indispensabile descrivere le abitudini, i pensieri e l'emozioni.
Questa particolare tecnica terapeutica può apparire direttiva e pesante da tollerare; per questo, in essa più che in altre, è particolarmente importante l'alleanza col terapeuta che deve davvero collocarsi dalla parte del paziente, come instancabile alleato nel sostenere la sua grande sofferenza e nel combattere contro la sua insidiosa malattia.
 
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